guerra civile sudan
Un edificio danneggiato dopo mesi di combattimenti tra l'esercito sudanese e le Forze di Supporto Rapido (Getty Images)

La guerra civile in Sudan sta andando avanti da quasi 2 anni e mezzo e ha già provocato oltre 150.000 morti e quasi 14 milioni di profughi. Il Paese africano si è trasformato in un campo di battaglia dove i due ex alleati che guidano l’esercito nazionale e i paramilitari si stanno dando battaglia.

Ma Khartoum è anche terreno di scontro di una serie di potenze regionali e internazionali che giocano un ruolo determinante nel conflitto.

Dalla parte dei governativi, guidati dal generale Abdel-Fattah al Burhan, si sono schierati l’Egitto, l’Arabia Saudita e il Governo di Stabilità Nazionale che amministra la Libia orientale. Con i paramilitari delle Forze di Supporto Rapido del generale Mohamad Hamdam Dagalo, detto Hemeti, ci sono invece gli Emirati Arabi Uniti, il Ciad e alcune milizie regionali etiopi, soprattutto nel Tigray.

Il Sudan ha infatti un potenziale minerario ancora da sfruttare, soprattutto oro che impegna quasi un milione di persone nelle miniere per la maggior parte artigianali. Stando ai dati di alcune aziende private emiratine, Khartoum rappresenta il terzo produttore di oro in Africa ed ogni anno può produrre tra le 60 e le 80 tonnellate di oro, per un valore di 9 miliardi di dollari.

Le battaglie più cruente si stanno concentrando proprio sul controllo delle aree minerarie, che si trovano soprattutto nel Darfur e nel Kordofan, sia settentrionale che meridionale. L’ultimo scontro è stato per la conquista della cittadina transfrontaliera di Geissan, nello Stato del Blue Nile, porta d’ingresso verso l’Etiopia. Qui sono stati i paramilitari delle Forze di Supporto Rapido ad occupare il posto di frontiera, per facilitare l’arrivo di armi e il trasporto di oro verso Addis Abeba. I miliziani fedeli a Hemeti utilizzano anche un piccolo aeroporto in Ciad per ricevere armamenti che arrivano soprattutto dagli Emirati Arabi Uniti, primo fornitore di armi dei ribelli.

Le Forze Armate Sudanesi controllano ormai stabilmente la capitale Khartoum, dopo una lunga e dura battaglia, oltre a tutta la regione nord e quella costiera dove hanno installato la capitale provvisoria a Port Sudan. Nella grande nazione africana agisce anche la Russia che all’inizio del conflitto ha venduto armi ad entrambi i contendenti, ma poi ha scelto di appoggiare i cosiddetti governativi di al Burhan, rifornendoli di droni e tecnologia bellica.

Le nuove offensive nel Blue Nile

Nei giorni scorsi, i paramilitari hanno attaccato in tre diverse località, riprendendo anche la città di Kurmuk, sempre nello Stato del Blue Nile, che i governativi avevano riconquistato soltanto un mese fa. Secondo il generale Hemeti qui i suoi uomini si sono impossessati di grandi quantità di armi e munizioni, costringendo al contempo le truppe dell’esercito ad una rapida fuga verso Nord.

Con Kurmuk e Geissen, sono cinque le città del Blue Nile cadute nelle mani dei ribelli che hanno il totale controllo delle strade che portano in Etiopia e in Ciad. Quest’area ha vissuto molti anni di violenze anche durante la guerra civile che ha portato alla secessione del Sud Sudan, quando queste località passavano frequentemente di mano, costringendo migliaia di residenti a fuggire nella vicina Etiopia, nel Sud Sudan o a Ed Damazin, capitale dello Stato del Blue Nile.

Il conflitto sudanese è stato catalogato come la peggior crisi umanitaria degli ultimi 10 anni e le Nazioni Unite hanno aperto fascicoli per crimini di guerra contro entrambi i contendenti. Le Rsf di Hemeti hanno formato un governo parallelo e alternativo a quello del generale al Burhan, che sta parzialmente rientrando nella capitale Khartoum per riprendere possesso del palazzo presidenziale e dei vari ministeri.

La battaglia per El Obeid e il ruolo dei mercenari

Oltre che nel Blue Nile la battaglia infuria intorno alla città di El Obeid, roccaforte governativa e snodo stradale fondamentale per collegare la capitale con la zona mineraria del Kordofan. I paramilitari hanno praticamente accerchiato la cittadina e sarebbero pronti ad un’offensiva terrestre su vasta scala, rafforzati da mercenari africani, arabi ed anche sudamericani.

Un’indagine di Human Rights Watch ha infatti rivelato la presenza di alcune centinaia di contractor provenienti dalla Colombia che combattono a fianco dei paramilitari. Questi uomini, reclutati attraverso alcune agenzie internazionali, sarebbero transitati attraverso basi negli Emirati Arabi Uniti che li avrebbero pagati per combattere in Sudan.

Intanto l’inviato speciale delle Nazioni Unite ha lanciato l’allarme per i civili, mentre numerose persone stanno raggiungendo El Obeid dalle zone circostanti dove stanno avanzando le Forze di Supporto Rapido. Nonostante le difficoltà, le Nazioni Unite e i loro partner hanno distribuito due milioni di litri di acqua potabile a circa 133.000 persone. Anche in Darfur la situazione resta drammatica dove a Sirba i combattimenti hanno costretto oltre 18.000 persone ad abbandonare più di 20 villaggi nell’ultima settimana, fuggendo in Ciad.

Sul fronte della trattativa tutto tace, dopo la serie di incontri voluti da Stati Uniti ed Arabia a Gedda che si sono rivelati un totale fallimento. L’Onu sta cercando di coinvolgere l’Unione Africana, la Lega Araba e l’Igad (Autorità Intergovernativa per lo Sviluppo dell’Africa Orientale) con l’obiettivo di riaprire i negoziati, ma i due contendenti si sono reciprocamente condannati a morte attraverso tribunali improvvisati e non accettano più di sedersi allo stesso tavolo.

Da non perdere

Hormuz, Iran: «I pedaggi legati ai servizi offerti»
Geopolitica

Hormuz, Iran: «I pedaggi legati ai servizi offerti»

L’accordo tra Teheran e l’Oman su Hormuz avrà una validità iniziale di 60 giorni. I Guardiani della rivoluzione smentiscono l’ipotesi di tariffe pari al 3 o al 7% del valore del carico. Intanto Trump: «Con i pasdaran tutto procede eccezionalmente bene».