- Jens Stoltenberg esige «impegni» su addestramenti e forniture belliche, con stanziamenti da 40 miliardi l’anno per l’Ucraina. La linea è chiara: il conflitto deve durare a lungo.
- In Israele si infiamma la frontiera col Libano: sulla Galilea il lancio più massiccio dal 7 ottobre. Intanto le trattative sono ferme al palo. Gli Usa: «Il mondo intero prema su Hamas».
Lo speciale contiene due articoli.
È come se non fosse successo niente. È come se, alle Europee, i cittadini non avessero randellato i leader politici e i partiti che stanno trascinando un continente in guerra. Con buona pace – ah, la pace! – del verdetto delle urne, alla ministeriale Nato di Bruxelles, il segretario generale dell’Alleanza, anziché il «lascia», ha scelto il «raddoppia»: gli aiuti economici e le forniture militari all’Ucraina non dovranno più essere erogati su base volontaria, bensì sotto forma di «impegni di lungo termine» dell’Organizzazione nordatlantica. Sarebbe un altro passo verso l’escalation. Finora, per evitare un coinvolgimento diretto, la Nato aveva evitato di mettere il cappello sulle consegne di armi a Kiev. Jens Stoltenberg, però, è stato chiaro: «Abbiamo visto che gli Stati Uniti hanno impiegato sei mesi a mettersi d’accordo su un ulteriore pacchetto per l’Ucraina. Abbiamo visto anche che alcune delle (forniture, ndr) promesse dagli alleati europei non sono state consegnate. E se trasformiamo questo in contributi non volontari, bensì impegni Nato, di sicuro [l’aiuto, ndr] diventerà più solido, diventerà più affidabile».
Che tipo di «impegno» abbia in mente il norvegese, lo ha spiegato ieri. L’idea è che, oltre alle armi, alle contraeree, all’«assistenza per la sicurezza» e all’addestramento per le truppe, cui parteciperebbe la struttura di comando dell’Alleanza, si debba garantire a Kiev un supporto economico da 40 miliardi l’anno. Cifra che, secondo Stoltenberg, è in linea con il livello di finanziamento sostenuto dal 2022 e che verrebbe corrisposta in base al Pil dei singoli membri. «L’Ucraina ha bisogno di pianificazione», ha insistito il funzionario. «I nostri ritardi hanno avuto delle conseguenze e non dobbiamo permettere che ciò accada di nuovo».
Le riunioni proseguiranno oggi, la decisione finale arriverà al summit di Washington a luglio. Ma vista la distensione concordata con l’Ungheria di Viktor Orbán, che si terrà fuori dall’iniziativa e in cambio non porrà alcun veto, l’orientamento ormai è cristallino: la Nato lavora affinché la guerra si protragga, benché il segretario affermi che impegni di lungo periodo, scoraggiando Vladimir Putin, facilitino una tregua. La prospettiva di un allargamento del conflitto sembra non spaventare più.
Mentre la Germania ha dichiarato che non potrà inviare altri sistemi Patriot, hanno allarmato le parole di Soltenberg sulla deterrenza, sul rinnovamento degli arsenali nucleari e sulla capacità degli F-35 olandesi di lanciare testate atomiche. Ma a far saltare la prossima linea rossa potrebbero essere altri velivoli: gli F-16, per i quali stiamo istruendo i piloti ucraini e che entro qualche mese dovrebbero entrare in servizio, purché il Paese superi l’estate «difficile» che intravede l’Alleanza. Il nemico, difatti, aumenterà la pressione sul campo e intensificherà la campagna ibrida per creare una «narrazione sfavorevole» alla Nato.
Stando all’aeronautica di Kiev, i caccia saranno di stanza nelle basi delle nazioni confinanti. Dove – se ci atteniamo alla versione ufficiale – riceveranno manutenzione e rifornimenti, data l’inadeguatezza della maggioranza delle infrastrutture ucraine, costruite seguendo gli standard sovietici e con piste troppo corte per i nostri jet. In realtà, l’intenzione sarebbe di utilizzarli come hub di partenza delle missioni, scommettendo che Mosca non abbia il coraggio di bombardare gli aeroporti militari di un membro Nato. Gli aerei decollerebbero dalla Polonia o dalla Romania; farebbero scalo a Lutsky, Ozernoye, oppure in Transcarpazia; e poi si rialzerebbero in volo per compiere raid su obiettivi nemici. Si limiteranno a presidiare i cieli ucraini, o compiranno incursioni nella Federazione? La risposta che ha dato ieri Stoltenberg è inquietante. «I diversi alleati hanno diversi tipi di restrizioni sull’uso delle loro armi. Ma sono lieto che abbiano ridotto o eliminato le loro restrizioni sull’uso delle armi anche contro obiettivi militari dentro la Russia […]. Non entrerò nei dettagli operativi, ma voglio dire che l’Ucraina ha il diritto di colpire obiettivi militari sul territorio russo, è parte del diritto all’autodifesa e noi abbiamo il diritto di supportarli nell’autodifesa».
Cosa accadrebbe se Putin interpretasse in modo speculare l’offensiva degli F-16 a partire dalle basi Nato? Aveva già formulato la sua minaccia a marzo. Pochi giorni fa, si è espresso il capo del Comitato di difesa della Duma, il generale Andrey Kartapolov: Mosca tollererebbe l’uso degli aeroporti polacchi, rumeni o bulgari a scopo di deposito e riparazioni. Se, invece, gli F-16 decollassero da quelle piste, «entrassero nello spazio aereo dell’Ucraina, lanciassero missili e poi tornassero lì», anche le basi occidentali diventerebbero un «obiettivo legittimo».
Si capisce come mai il viceministro degli Esteri russo, Alexander Grushko, abbia detto che l’Alleanza atlantica si sta preparando «per un possibile scontro militare» con la Federazione. In ballo non c’è solo il potenziale dispiegamento ai confini Est di ordigni nucleari; piuttosto, la superiorità aerea sul teatro dei combattimenti. Un aspetto cruciale, che metterebbe pure lo zar dinanzi a un’alternativa drammatica: lascia o raddoppia?
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