«Non escludo soldati francesi in Ucraina»
Emmanuel Macron incontra un contingente dell'esercito francese (Ansa)
  • Macron va in tv e inciampa in pericolosi giri di parole: «Non è un’escalation, ma abbiamo troppi limiti nel nostro vocabolario». Tajani: «Noi non mandiamo truppe, vogliamo la pace». Cyberattacco all’aereo su cui volava il ministro britannico della Difesa.
  • Giallo sulla scomparsa di Vitaly Robertus, vicepresidente del colosso petrolifero Lukoil.

Lo speciale contiene due articoli.

«Soldati francesi in Ucraina? Non escludiamo questa opzione». Sono le parole pronunciate ieri sera da Emmanuel Macron durante un’intervista concessa al canale televisivo TF1, nella quale il presidente francese ha tentato di chiarire la posizione dell’Eliseo sulla questione della partecipazione attiva dell’Europa al conflitto. Tentato, perché le parole con cui Macron ha risposto alle domande dell’intervistatrice non sono state nette, in un senso o nell’altro, dando la sensazione di non avere le idee chiare su dove andare a parare. Dopo aver detto di non escludere, appunto, l’invio di truppe in Ucraina, ha affermato di «non essere sicuro di farlo». E poi: «L’inizio del 2024 deve essere l’anno della rinascita. Spero che la Russia si ritiri dalle sue posizioni e fermi questa guerra. Ma non guideremo mai l’offensiva, non prenderemo mai l’iniziativa in Ucraina», aggiungendo che «non si tratta di un’escalation, ma abbiamo troppi limiti al vocabolario», di «non essere in guerra con la Russia», e che «non si può lasciarla vincere» perché «la vita dei francesi cambierebbe e non ci sarebbe più sicurezza in Europa». Molte frasi a metà e confuse che non fanno che alimentare dubbi e tensioni. «La situazione è difficile per gli ucraini. Hanno dei limiti in termini di uomini perché la Russia è un Paese più grande» ha affermato Macron.

Sul tema, ieri sera, è intervenuto anche il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, che ha detto: «Noi non mandiamo truppe, vogliamo la pace. Aiutiamo l’Ucraina a difendersi, che è molto diverso che fare la guerra alla Russia». Sul campo, la risposta ucraina alla progressiva avanzata dell’esercito russo nel Donbass e nella regione di Kharkiv sembra ormai affidarsi principalmente all’utilizzo dei droni e al lancio di missili in territorio nemico. Ieri, infatti, si sono registrati diversi attacchi negli oblast di Belgorod, Kursk e Sumy, tutte regioni al confine tra Russia e Ucraina. Il governatore del distretto di Belgorod, Vyacheslav Gladkov, ha reso noto su Telegram che il blitz ucraino condotto coi droni e il lancio di almeno otto missili ha provocato due morti e 12 feriti. L’ufficio del ministero della Difesa russo ha inoltre riportato che l’esercito ha ucciso 195 soldati ucraini e fatto fuori cinque carri armati e quattro veicoli corazzati da combattimento, oltre ad aver intercettato e distrutto 14 droni. L’obiettivo dell’attacco ucraino erano anche alcune raffinerie di petrolio nelle regioni di Nizhny Novgorod, Leningrado e Ryazan, dove l’attacco è andato a segno nella sede della Rosneft Oil Company, uno dei più grandi impianti della Russia da cui transita il 5,8% di greggio raffinato totale del Paese.

Sul fronte interno, invece, la direzione del conflitto sembra spostarsi sempre più a favore di Mosca. Anche ieri si sono ripetuti massicci attacchi delle forze russe. Nell’oblast di Kharkiv sono state colpite le infrastrutture televisive, mentre il bombardamento sugli edifici residenziali della città di Nikopol ha ferito 5 persone, tra cui un bambino di 7 anni.

Stando ai fatti, Kiev ha necessariamente bisogno di ricevere gli aiuti militari promessi in primis dagli Stati Uniti e poi dall’Ue. Ieri è stato pubblicato un rapporto dell’Isw, secondo cui le truppe russe potrebbero presto approfittare della scarsa disponibilità di armi e munizioni nelle mani dell’esercito ucraino e sfondare con una nuova offensiva. E se dall’Ue qualcosa sembra muoversi – nella tarda serata di mercoledì è arrivata infatti l’approvazione della Ukraine assistance facility da parte del comitato dei rappresentanti permanenti presso l’Ue che sblocca 5 miliardi di euro di risorse militari da destinare a Kiev nel 2024 – a Washington i fondi rimangono ancora bloccati dal Congresso. Inoltre, nelle ultime ore, sono arrivate tonanti le parole di Viktor Orbán. Il primo ministro ungherese in un’intervista ha dichiarato in soldoni che qualora venisse eletto Donald Trump alla Casa Bianca, l’Ucraina non riceverebbe più un solo centesimo dagli Stati Uniti per finanziare la guerra. Cattive notizie per Volodymyr Zelensky arrivano anche dalla Germania, dove il Bundestag ha bocciato la proposta dei conservatori per inviare i missili da crociera Taurus a Kiev. Sulla questione degli aiuti all’Ucraina è intervenuto Jens Stoltenberg: «Gli alleati della Nato non forniscono abbastanza munizioni all’Ucraina e questo ha conseguenze sul campo di battaglia». Il segretario generale dell’Alleanza atlantica ha inoltre ammesso che gli attacchi dell’Ucraina contro le navi della flotta russa del Mar Nero negli ultimi due anni sono stati effettuati con missili forniti dalla Nato.

Dal canto suo Vladimir Putin, in attesa delle elezioni presidenziali che si terranno tra oggi e domenica e per cui Kiev ha invitato l’intera comunità internazionale a non riconoscere il voto, fa sapere tramite un’intervista rilasciata all’agenzia di stampa Ria Novosti che dopo l’adesione di Finlandia e Svezia alla Nato sarà costretto a schierare le truppe al confine con il Paese scandinavo: «È stato un passo privo di significato dal punto di vista della tutela dei propri interessi nazionali», ha detto lo zar, «non avevamo truppe lì, ora ci saranno. Non c’erano sistemi di distruzione lì, ora appariranno». E mentre la Danimarca ha deciso di estendere la leva alle donne a partire dal 2026 – «ci riarmiamo non per fare la guerra, ma per evitarla» ha spiegato il premier Mette Frederiksen – il Cremlino nega di aver minacciato l’utilizzo delle armi nucleari e il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo Dmitri Medvedev chiede a Kiev di arrendersi senza condizioni: «L’Ucraina dovrebbe riconoscere la sua sconfitta militare e passare alla resa completa e incondizionata».

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