Generali, Leone al bivio: accordo o resa. Difficile comandare con il 30% contro

Donnet rimarrà ad di Generali, ma sarà difficile comandare
Philippe Donnet resterà alla guida delle Assicurazioni Generali anche dopo l'assemblea di oggi attesa da mesi come il giorno del giudizio. Ma è proprio quello che oggi non ci sarà.
Secondo le previsioni ragionate della vigilia a presentarsi in assemblea è previsto fra il 70 e il 71% degli azionisti, ed è un a quota altissima che dimostra come i due schieramenti che si fronteggiano hanno suscitato grande interesse sia pure su versanti opposti. Gli sfidanti- la coppia Francesco Gaetano Caltagirone e Leonardo del Vecchio- hanno raccolto per strada adesioni importanti che ne hanno fatto crescere le possibilità di successo. Ma non andranno molto oltre il 30% dei voti.
Quindi ne avrà di più lo schieramento messo insieme da Alberto Nagel, l'amministratore delegato di Mediobanca che sosteneva Donnet. Quindi Nagel uscirà vincitore dalla battaglia, e si è dimostrato un combattente e uno stratega militare capace di arruolare tutto quello che poteva e di schierare sul campo di battaglia ogni forza disponibile, perfino battaglioni un po' inventati per l'occasione. L'importanza di quella vittoria si capirà dalla distanza fra i due schieramenti: se sarà superiore ai numeri di quei battaglioni che già si sa che non resteranno nell'azionariato stabile, avrà una sua solidità. Se invece la distanza sarà inferiore, la battaglia sarà vinta ma la guerra non finirà.
Quando le società- anche quelle più importanti- risultano contendibili è un bene anche per quella parte di mercato che di solito viene ignorata: le truppe silenti dei piccoli azionisti, risparmiatori e cassettisti. Hanno solo da guadagnare dalla contesa che ha sì consentito qualche buon affare nei momenti in cui l'esito era più incerto, ma che non ha sconvolto né messo a rischio il loro investimento quando poi inevitabilmente il titolo ha spento le fiammate.
Le Generali erano e restano un titolo sicuro per i piccoli investitori, chiunque ne prenda il comando. Hanno buoni dividendi e non fanno rischiare l'infarto ai normali risparmiatori viaggiando sulle montagne russe. Un po' di contendibilità- condizione che non finisce affatto con questa assemblea- fa contenti tutti soprattutto quando il cuore della battaglia non ha solo una questione di potere che in fondo interessa solo chi si scontra, ma le idee per rendere più performante la compagnia facendola crescere in quote di mercato e dividendi.
Che accadrà ora? Quel che sapevamo già alla vigilia: la contendibilità non verrà meno per qualche punto di differenza fra i due schieramenti. Quindi o si troverà una soluzione per la convivenza pacifica (e tocca a chi vince fare la prima mossa), o vedremo presto il secondo tempo di questa battaglia che da un lato unisce tutti gli azionisti italiani importanti salvo Mediobanca e sull'altro fronte mette insieme a Nagel investitori internazionali, fondi e anche chi - come De Agostini - si è schierato oggi ma domani non sarà più in campo avendo già annunciato la vendita del suo pacchetto.
E pure le truppe mercenarie di chi ha affittato i titoli per la battaglia ma poi- fatto l'affare- ne tornerà in possesso disinteressandosene. Intendiamoci, non ci fossero state queste truppe di complemento forse Nagel sarebbe lo stesso prevalso di misura (lo capiremo oggi), forse di una incollatura sarebbe prevalso lo schieramento Caltagirone. Ma nella sostanza sarebbe stato pareggio, perché nessuno è in grado con azionisti così variegati, di amministrare una compagnia avendo contro il 30% almeno del capitale, minoranza ben più alta di quella che viene chiamata di blocco.
Potrebbe esserci una coda in tribunale, ci sono già cause incrociate, domande rivolte a Consob in attesa di risposte chiare e altro potrebbe essere aggiunto. Ma la storia di queste battaglie insegna che possono terminare in due soli modi: con un armistizio, il disarmo e una convivenza ragionevole dove ognuno rinuncia a parte dei suoi cavalli di battaglia accettando quelli dell'altro. O con la resa di uno schieramento all'altro, che sarebbe molto costosa e forse non nell'interesse economico e nelle disponibilità finanziarie di entrambi i contendenti.
Anche se non è stata gradita la nostra domanda rivolta nei giorni scorsi, pensiamo che quello che è avvenuto richieda una pronuncia della Consob sulla liceità delle armi che si possono mettere in campo in battaglie così. Alcune soluzioni- come l'affitto titoli- non avevano precedenti in un testa a testa così serrato. E richiederebbero un parere che resti lì come precedente valido per tutti, quale che sia l'orientamento della commissione.
Se ne possono avere di un tipo o di quello esattamente opposto, ma non averne lascia campo a qualsiasi interpretazione e non aiuta certo la trasparenza di cui ha bisogno il mercato e che deve tutelare i piccoli azionisti. Siccome questa storia andrà avanti ancora a lungo (ed è golosa per noi che siamo nati liberi da interessi e senza parteggiare per alcuno dei concorrenti per fare informazione finanziaria), c'è tutto il tempo ancora per battere un colpo e fare sentire che l'autorità che protegge il mercato c'è.
Israele sta valutando il lancio di una vasta operazione terrestre nel Libano meridionale con l’obiettivo di allontanare Hezbollah dalla linea di confine e distruggere le infrastrutture militari del movimento sciita. La notizia è stata riportata dal sito di informazione statunitense Axios, che cita fonti governative israeliane e americane.
Secondo le ricostruzioni, il piano militare prevederebbe la conquista dell’intera area situata a Sud del fiume Litani, il corso d’acqua che attraversa il Libano da Est a Ovest e che da anni rappresenta una linea strategica per la sicurezza del confine tra i due Paesi. L’operazione sarebbe diventata sempre più probabile dopo il massiccio attacco missilistico lanciato mercoledì da Hezbollah contro il Nord di Israele. La tensione si è ulteriormente aggravata dopo le dichiarazioni del leader del movimento sciita Naim Qassem, che ha ribadito come Hezbollah sia pronto a sostenere uno scontro lungo con Israele.
Un alto funzionario israeliano, citato da Axios, ha spiegato che l’eventuale offensiva terrestre potrebbe seguire un modello simile a quello adottato nella Striscia di Gaza. «Faremo quello che abbiamo fatto a Gaza», ha dichiarato il dirigente, riferendosi alla distruzione sistematica di edifici e tunnel utilizzati dalle milizie per nascondere armi e organizzare attacchi. L’obiettivo sarebbe occupare il territorio, spingere le forze di Hezbollah verso Nord e smantellare i depositi di armi presenti nei villaggi della zona. Lo scenario è cambiato bruscamente dopo il lancio di oltre 200 razzi contro il Nord dello Stato ebraico, avvenuto mercoledì in un’azione coordinata con Teheran, che nello stesso momento ha lanciato missili verso obiettivi israeliani.
Nella mattinata di ieri Hezbollah ha continuato a colpire Israele con razzi e droni facendo scattare le sirene di allarme nella località di confine di Margaliot. Decine di militanti di Hezbollah sono stati uccisi durante «raid mirati» condotti dalle truppe di terra israeliane nel Libano meridionale. Lo ha reso noto l’esercito israeliano spiegando che la scorsa settimana le unità dell’Idf hanno avviato un’operazione nell’area del villaggio di Rab al-Thalathine. Secondo i militari l’obiettivo dell’operazione è individuare e bonificare la zona dalle infrastrutture e dai combattenti di Hezbollah. Nel corso dei raid le truppe avrebbero ucciso decine di miliziani e distrutto numerosi siti appartenenti all’organizzazione sciita, tra cui depositi di armi, un centro di comando e diverse postazioni di osservazione. Le Forze di difesa israeliane (Idf) hanno inoltre diffuso immagini che mostrano militanti del movimento sciita mentre trasferiscono razzi all’interno di un deposito di armi nel Libano meridionale prima di essere colpiti.
Le Idf hanno anche annunciato di aver eliminato in Libano un comandante del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie iraniane. Secondo quanto riportato dal Times of Israel si tratterebbe di Hisham Abd al-Karim Yassin, figura coinvolta nel sistema di comunicazioni di Hezbollah e nel cosiddetto Corpo palestinese della Forza Quds. L’aeronautica israeliana ha inoltre reso noto di aver ucciso Murtada Hussein Srour, membro dell’unità aerea 127 di Hezbollah, colpito nell’area dell’Università di Beirut.Il bilancio dei bombardamenti israeliani contro il Libano è salito intanto a 826 morti, di cui 106 bambini, mentre il numero dei feriti ha superato quota 2.000. Nelle ultime ventiquattro ore oltre 50 persone hanno perso la vita.
Nel frattempo continuano gli incidenti anche in prossimità delle postazioni internazionali. Un militare della missione Unifil è rimasto lievemente ferito dopo che una base vicino a Meiss ej Jebel è stata colpita probabilmente da raffiche di mitragliatrice pesante. Le Nazioni Unite hanno annunciato l’apertura di un’indagine. Sul piano diplomatico cresce intanto la pressione per fermare il conflitto.
In un discorso pronunciato a Beirut il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha affermato che «è imperativo che Hezbollah rispetti la decisione del governo di affermare il pieno controllo sulle armi» e che «è altrettanto imperativo che Israele rispetti la sovranità e l’integrità territoriale del Libano».
La Francia ha inoltre elaborato una proposta per porre fine alla guerra che prevederebbe un passo senza precedenti da parte di Beirut: il riconoscimento ufficiale di Israele. Il piano, esaminato da Stati Uniti e Israele, punta a favorire una de-escalation del conflitto, evitare una lunga occupazione israeliana del Sud del Libano e aumentare la pressione internazionale per il disarmo di Hezbollah.
Nei prossimi giorni sono attesi colloqui tra Israele e Libano. I negoziati dovrebbero essere guidati dall’ex ministro israeliano Ron Dermer su incarico del premier Benjamin Netanyahu, con la possibile partecipazione degli Stati Uniti rappresentati da Jared Kushner. Il presidente francese Emmanuel Macron si è offerto come mediatore e ha proposto la capitale francese, ma l’iniziativa dell’Eliseo è guardata con grande diffidenza da Israele che non vuole dargli la possibilità di profilarsi sul tema.
Lo Stretto resta chiuso e il petrolio sale. Si cercano rimedi ma le riserve sono solo una toppa. La Russia intanto sorride. Von der Leyen pentita sul nucleare.
Dicono che la separazione delle carriere serva a mettere i pubblici ministeri sotto il controllo della politica e dunque a indebolirli per poi porli al servizio del governo. Però allo stesso tempo dicono che la separazione delle carriere creerà un gruppo autoreferenziale di magistrati che non risponderà a nessuno. «Così si trasformano i pm in una casta separata di 2.200 Torquemada autoreferenziali, autogestiti con il loro Csm, più potenti e agguerriti di ieri»: Marco Travaglio scripsit.
Dicono che nel caso in cui al referendum vincesse il Sì, la vita dei cittadini sarebbe a rischio (Enrico Grosso verbum), ma a guardare le statistiche dei risarcimenti per ingiusta detenzione, si capisce che la vita dei cittadini è già messa a repentaglio e non certo dalla riforma della giustizia, bensì dagli errori giudiziari, che in 35 anni sono stati più di 33.000, ovvero quasi 1.000 l’anno, circa tre ogni giorno. E per questi mai nessuna toga ha pagato.
Dicono poi che se non sono state comminate sanzioni nei confronti dei magistrati colpevoli di gravi errori la colpa è del ministro della Giustizia, a cui compete l’avvio dell’esercizio dell’azione disciplinare, ma che non si è opposto ad archiviazioni e assoluzioni. Se lo avesse fatto, se cioè avesse esercitato una pressione sul Csm per punire chi sbaglia, lo accuserebbero di interferenza contro un potere autonomo e indipendente.
Dicono pure che questa è una riforma che serve a garantire l’impunità a politici e colletti bianchi, ma se si scandagliano gli errori giudiziari si scopre che quasi sempre a essere vittima di ingiusta detenzione sono le persone semplici, quelle che non possono permettersi un principe del foro e non hanno i soldi per richiedere perizie o per far verificare le intercettazioni alla ricerca di errate trascrizioni e incongruenze.
Dicono che il sorteggio con cui si procederà all’elezione dei membri del Csm e dell’Alta Corte di giustizia consegnerà un potere enorme nelle mani di persone che in materia di organizzazione degli uffici giudiziari e di sanzioni possono non avere alcuna competenza. Peccato che il sorteggio sia attuato fra i 9.000 magistrati in servizio, i quali sono ritenuti competenti e abili se devono valutare un imputato di omicidio o se devono pronunciarsi su un fallimento, ma se devono esaminare il comportamento di un loro collega improvvisamente diventano inaffidabili.
Dicono quindi che la riforma di Carlo Nordio è uno sfregio alla Costituzione (Elly Schlein dixit), dimenticando tuttavia che la Carta su cui si fonda la nostra Repubblica è stata modificata almeno una ventina di volte e spesso lo si è fatto a colpi di maggioranza, ovvero in tutta fretta, prima di nuove elezioni, come è accaduto con la riforma del Titolo V, mossa maldestra dettata dalla necessità di contrastare la Lega e che ha generato un’infinità di contenziosi davanti alla Corte costituzionale per attribuzione dei poteri.
Dicono poi che l’istituzione di due Csm e di un’Alta Corte disciplinare sia un’inutile spreco, perché quello che oggi costa 50 milioni domani costerà 150, con un aggravio per i contribuenti. Tuttavia, nessuno di coloro che all’improvviso si preoccupano dei costi si è mai lamentato delle intercettazioni a strascico disposte da alcune Procure e nemmeno della spesa a cui è costretto lo Stato per risarcire ogni anno un migliaio di cittadini ingiustamente arrestati. Il distretto di Catanzaro svetta per arresti facili e condanne in favore di persone sbattute in carcere da innocenti, ma questo non disturba gli improvvisati ragionieri della spending review, i quali di fronte al miliardo e 200 milioni spesi negli ultimi 30 anni non fanno un plissé.
Dicono infine che separando le carriere e creando Csm di soli pm e di soli giudici si indebolisce il sistema con cui si fanno le nomine e dunque si mina l’autonomia e l’indipendenza della magistratura. Ma a minarla, rendendo le toghe schiave delle correnti, è la lottizzazione, che in alcune consiliature del Csm ha visto annullato dal Tar anche il 30% delle «promozioni», segno evidente che la spartizione fra gruppi di potere aveva impedito la nomina dei magistrati migliori a favore di quelli militanti.
Insomma, avrete capito che le argomentazioni usate per sostenere il No sono insussistenti e capziose: servono a nascondere il vero obiettivo, che è quello di battere il governo e preparare quella che il consigliere per la Difesa di Sergio Mattarella ha definito una scossa necessaria a spianare la via a un ribaltone. Non si discute nel merito, ma si fa il processo alle intenzioni. E infatti, a smascherare il vero obiettivo sono bastate le manifestazioni di ieri contro la guerra, che si sono trasformate in cortei contro Giorgia Meloni e Carlo Nordio, le cui immagini sono state bruciate in piazza come a Teheran ayatollah e pasdaran bruciano quelle di Donald Trump.
Io non so se la riforma sveltirà i processi ed eviterà altri clamorosi errori giudiziari, ma sono certo che separare promozioni e sanzioni, lasciando fuori dal Csm e dall’Alta Corte di giustizia le correnti, cioè i partiti, servirà a restituire autonomia e indipendenza alla magistratura, che potrà davvero autogovernarsi e, se necessario, punirsi. Per raggiungere questo obiettivo, tuttavia, è necessario tener presente che la guerra in corso, con le strumentalizzazioni che abbiamo visto ieri, ma anche con le paure che genera e i costi che comporta, può spingere gli elettori a votare con il portafogli invece che con il cervello. Dunque, prima del voto è necessario calmare le acque. Il governo non può porre fine a bombardamenti che non ha scatenato, ma può almeno limitare gli effetti del rincaro dei prezzi di benzina e gasolio. Alle urne non si fa il pieno di carburante, ma disinnescare questa preoccupazione può aiutare a fare il pieno di Sì.













