2022-04-29
Generali, Leone al bivio: accordo o resa. Difficile comandare con il 30% contro

Donnet rimarrà ad di Generali, ma sarà difficile comandare
Philippe Donnet resterà alla guida delle Assicurazioni Generali anche dopo l'assemblea di oggi attesa da mesi come il giorno del giudizio. Ma è proprio quello che oggi non ci sarà.
Secondo le previsioni ragionate della vigilia a presentarsi in assemblea è previsto fra il 70 e il 71% degli azionisti, ed è un a quota altissima che dimostra come i due schieramenti che si fronteggiano hanno suscitato grande interesse sia pure su versanti opposti. Gli sfidanti- la coppia Francesco Gaetano Caltagirone e Leonardo del Vecchio- hanno raccolto per strada adesioni importanti che ne hanno fatto crescere le possibilità di successo. Ma non andranno molto oltre il 30% dei voti.
Quindi ne avrà di più lo schieramento messo insieme da Alberto Nagel, l'amministratore delegato di Mediobanca che sosteneva Donnet. Quindi Nagel uscirà vincitore dalla battaglia, e si è dimostrato un combattente e uno stratega militare capace di arruolare tutto quello che poteva e di schierare sul campo di battaglia ogni forza disponibile, perfino battaglioni un po' inventati per l'occasione. L'importanza di quella vittoria si capirà dalla distanza fra i due schieramenti: se sarà superiore ai numeri di quei battaglioni che già si sa che non resteranno nell'azionariato stabile, avrà una sua solidità. Se invece la distanza sarà inferiore, la battaglia sarà vinta ma la guerra non finirà.
Quando le società- anche quelle più importanti- risultano contendibili è un bene anche per quella parte di mercato che di solito viene ignorata: le truppe silenti dei piccoli azionisti, risparmiatori e cassettisti. Hanno solo da guadagnare dalla contesa che ha sì consentito qualche buon affare nei momenti in cui l'esito era più incerto, ma che non ha sconvolto né messo a rischio il loro investimento quando poi inevitabilmente il titolo ha spento le fiammate.
Le Generali erano e restano un titolo sicuro per i piccoli investitori, chiunque ne prenda il comando. Hanno buoni dividendi e non fanno rischiare l'infarto ai normali risparmiatori viaggiando sulle montagne russe. Un po' di contendibilità- condizione che non finisce affatto con questa assemblea- fa contenti tutti soprattutto quando il cuore della battaglia non ha solo una questione di potere che in fondo interessa solo chi si scontra, ma le idee per rendere più performante la compagnia facendola crescere in quote di mercato e dividendi.
Che accadrà ora? Quel che sapevamo già alla vigilia: la contendibilità non verrà meno per qualche punto di differenza fra i due schieramenti. Quindi o si troverà una soluzione per la convivenza pacifica (e tocca a chi vince fare la prima mossa), o vedremo presto il secondo tempo di questa battaglia che da un lato unisce tutti gli azionisti italiani importanti salvo Mediobanca e sull'altro fronte mette insieme a Nagel investitori internazionali, fondi e anche chi - come De Agostini - si è schierato oggi ma domani non sarà più in campo avendo già annunciato la vendita del suo pacchetto.
E pure le truppe mercenarie di chi ha affittato i titoli per la battaglia ma poi- fatto l'affare- ne tornerà in possesso disinteressandosene. Intendiamoci, non ci fossero state queste truppe di complemento forse Nagel sarebbe lo stesso prevalso di misura (lo capiremo oggi), forse di una incollatura sarebbe prevalso lo schieramento Caltagirone. Ma nella sostanza sarebbe stato pareggio, perché nessuno è in grado con azionisti così variegati, di amministrare una compagnia avendo contro il 30% almeno del capitale, minoranza ben più alta di quella che viene chiamata di blocco.
Potrebbe esserci una coda in tribunale, ci sono già cause incrociate, domande rivolte a Consob in attesa di risposte chiare e altro potrebbe essere aggiunto. Ma la storia di queste battaglie insegna che possono terminare in due soli modi: con un armistizio, il disarmo e una convivenza ragionevole dove ognuno rinuncia a parte dei suoi cavalli di battaglia accettando quelli dell'altro. O con la resa di uno schieramento all'altro, che sarebbe molto costosa e forse non nell'interesse economico e nelle disponibilità finanziarie di entrambi i contendenti.
Anche se non è stata gradita la nostra domanda rivolta nei giorni scorsi, pensiamo che quello che è avvenuto richieda una pronuncia della Consob sulla liceità delle armi che si possono mettere in campo in battaglie così. Alcune soluzioni- come l'affitto titoli- non avevano precedenti in un testa a testa così serrato. E richiederebbero un parere che resti lì come precedente valido per tutti, quale che sia l'orientamento della commissione.
Se ne possono avere di un tipo o di quello esattamente opposto, ma non averne lascia campo a qualsiasi interpretazione e non aiuta certo la trasparenza di cui ha bisogno il mercato e che deve tutelare i piccoli azionisti. Siccome questa storia andrà avanti ancora a lungo (ed è golosa per noi che siamo nati liberi da interessi e senza parteggiare per alcuno dei concorrenti per fare informazione finanziaria), c'è tutto il tempo ancora per battere un colpo e fare sentire che l'autorità che protegge il mercato c'è.
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Chi ha inventato le luci sugli aerei? Proprio quelle colorate che vediamo lampeggiare quando ne scorgiamo uno nel cielo. Ecco la storia di Warren e della sua fantastica idea!
Giorgia Meloni (Ansa)
Macron, aizzato da Gentiloni, invoca il «bazooka» europeo in reazione ai dazi di Trump per chi manda truppe in Groenlandia. Merz protesta, eppure ha già ritirato i soldati «per il maltempo». Meloni media: «Ho sentito Donald, solo un’incomprensione».
Viene in mente un aforisma di Ennio Flaiano: «Se i popoli si conoscessero meglio si odierebbero di più». Scoperta la Groenlandia gli europei hanno cominciato a litigare tra loro e con gli Usa. Al punto che in caso di «invasione» dell’isola a guidare le truppe Nato contro gli «occupanti» americani sarebbe un contrammiraglio della Us Navy. Siamo al paradosso e spicca, in una frenesia di protagonismo dei leader europei ivi compresa Ursula von der Leyen, ancora una volta la posizione di Giorgia Meloni che a Trump dice: «Non sono d’accordo sui dazi: sbagli», ma al contempo invita alla mediazione. Della Groenlandia importa solo a Donald Trump - gli 8 Paesi colpiti dai sovradazi dall’ 1 febbraio al 25 giugno perché lo intralciano verso l’isola dove a marzo spedirà l’inviato speciale Jeff Landry sono: Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Olanda e Finlandia - e per questo motivo ha cominciato a interessare a Ursula von der Leyen, a Emmanuel Macron a cui si è accodato, per marcare stretto il francese, il tedesco Friedrich Merz con l’aggiunta del canadese Mark Carney che flirta con Xi Jinping (ha firmato due giorni fa un vasto accordo commerciale nel suo viaggio in Cina) per sottrarsi all’ingombrante vicino americano. Ci sono poi gli euroentusiasti come l’ex commissario europeo Pd Paolo Gentiloni che immagina di «sparare» col bazooka normativo agli usurpatori a stelle strisce.
Ieri la pantomima sulla Groenlandia, che Donald Trump ha eletto a checkpoint Charlie del nuovo ordine mondiale, ha toccato l’apice. Gli europei hanno inviato sull’isola un contingente militare di svedesi, francesi e tedeschi. Poche centinaia di soldati, con un ufficiale belga, che hanno fatto arricciare il naso a Vladimir Putin che se dice che la Danimarca è Europa però mette sull’avviso la Nato: manovre vicine a noi provocheranno una reazione. Perciò Copenaghen si è affrettata a sostenere che la missione Artic Endurance, già in ritirata, va allargata agli Usa: finita la guerra in Ucraina prevedendo un espansionismo di Mosca dovranno garantire con gli europei la sicurezza nell’Artico. Ieri mentre il presidente del Ppe Manfred Weber, accodandosi a Pse e Renew, ha sentenziato che «si sospendono gli accordi commerciali tra Usa e Ue finché resta la minaccia dei dazi aggiuntivi», il cancelliere tedesco Friedrich Merz faceva ritirare, dopo 24 ore, le truppe tedesche dalla Groenlandia perché «fa troppo freddo», ma ribadiva: «Siamo a fianco di Danimarca e isolani, come Nato ci impegniamo a garantire la sicurezza nell’Artico e avvertiamo che le minacce tariffarie compromettono le relazioni transatlantiche e comportano il rischio di un’escalation». Qualcosa però non torna. A fine novembre - rivela Die Welt - la Nato ha deciso il trasferimento top secret della difesa dei Paesi nordici dal comando di Brunnsum (Paesi Bassi) a quello di Norfolk (Stati Uniti) e riguarda Danimarca, Finlandia e Svezia. Perciò il comandante della Seconda Flotta Usa di Norfolk, Douglas G. Perry, sarebbe responsabile della difesa della Groenlandia, potenzialmente contro un ordine militare del suo stesso comandante in capo, il presidente americano.
A Bruxelles hanno deciso di sfidare oltre a Donald Trump anche il ridicolo. Stamane il segretario generale della Nato vede il ministro della Difesa della Danimarca, Troels Lund Poulsen, e il ministro per gli Affari esteri della Groenlandia, Vivian Motzfeldt. Ieri Mark Rutte col presidente americano ha discusso i piani di difesa Nato per la sicurezza nell’Artico. Se questo è il quadro sul terreno resta la disperata ricerca di pretesti per farsi vedere. Emmanuel Macron - scavalcando i tedeschi - chiede «l’attivazione dello strumento anticoercizione dell’Ue qualora venissero messe in atto le minacce di Trump relative a nuovi dazi». Significa di fatto interrompere ogni rapporto economico con Washington. È lo stesso strumento invocato da Paolo Gentiloni che alla Stampa accusa: quello di Trump «è l’annuncio di un atto di guerra economica ai propri alleati: il rischio è che in Groenlandia oltre ai ghiacciai si sciolga anche la Nato». E poi aggiunge che la posizione «attendista italiana non giova perché il nostro è il governo più trumpiano d’Europa». Peccato che l’Irlanda col primo ministro Micheal Martin dica che «una guerra commerciale Usa-Ue sarebbe dannosa per tutti e va trovata un’intesa». Non la pensano così Ursula von der Leyen - «si rischia una spirale pericolosa» - e Antonio Costa, presidente del Consiglio europeo, che come già col Mercosur sperano nella crisi groenlandese per evitare che si liquefaccia l’Europa. Per il Financial Times la Ue starebbe valutando l’ipotesi di controdazi per 93 miliardi. Dà una mano il britannico Keir Starmer che critica i dazi, ma vuole vedersela a tu per tu con Trump.
La posizione italiana - ribadita dal ministro degli Esteri Antonio Tajani: «La nostra capacità di mediare proverà a evitare guerre commerciali e contrasti, vogliamo trovare accordi che non penalizzino nessuno» - è quella di Giorgia Meloni che condivide la preoccupazione di Trump sull’Artico ma stigmatizza: «La previsione di un aumento di dazi nei confronti di quelle nazioni che hanno scelto di contribuire alla sicurezza della Groenlandia è un errore e non la condivido. C’è bisogno di riprendere il dialogo ed evitare l’escalation».
Come già sulla prima partita dei dazi finirà che la Von der Leyen dovrà chiedere aiuto alla Meloni perché - come sostiene Nicola Procaccini di Ecr - «siamo per la distensione, lo strumento anticoercizione invocato da Macron non va in quella direzione, si guardi invece all’accordo sui dazi con gli Usa che tiene e ha dato frutti».
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Pasquale Stanzione (Ansa)
Caro Pasquale Stanzione, caro garante della privacy, le scrivo questa cartolina (ovviamente riservata) per chiederle se mi invita (riservatamente) alla sua prossima grigliata.
Ho il sospetto che la carne sia molto buona. Ho saputo infatti che lei si rifornisce nella migliore macelleria di Roma, in pratica la boutique del controfiletto, dove servono ministri, presidenti, papi, Toni Servillo, famiglia Gassman e ovviamente parlamentari. I prezzi non sono a buon mercato, ma tanto che importa? Per lei paghiamo noi. Dall’inchiesta della Procura risulta infatti che abbia acquistato in macelleria involtini, bistecche di lombo, etc per 6.619 euro. Tutto a carico dei contribuenti. Tutto con denaro nostro. Al che mi è venuta l’acquolina in bocca: avendole noi pagato il conto, non potremmo essere anche invitati a cena?
Qualcuno dice che troppa carne fa male, ma a vederla l’altra sera al Tg1 non mi pareva. L’ho trovato gagliardo nel difendere la sua poltrona. Diceva che tutto è stato corretto. E noi ci crediamo: con lei è sempre tutto corretto, compreso il livello di cottura delle salsicce. E lasci stare i soliti malevoli che sollevano sospetti anche sulla sua casetta affittata a Roma, 142 mq proprio dietro il Pantheon, ovviamente sempre a spese nostre: prima costava 2.900 euro al mese, poi nell’ottobre scorso, dopo una sua «trattativa privata», l’affitto è salito a 3.700 euro al mese con un aumento definito «anomalo» dagli investigatori. I quali sospettano anche che lei, pur avendo la casa a Roma, si comportasse ancora come fuori sede, facendosi rimborsare tutto, vitto e trasporti compresi. Ma si sa come sono questi della Gdf: mettono sempre troppa carne al fuoco. Senza nemmeno rifornirsi nella macelleria dei vip.
Ottant’anni compiuti a luglio, originario di Solopaca (Benevento), professore di diritto privato, già consigliere della Banca d’Italia di Salerno e giudice tributario, lei è diventato garante della privacy nel 2020, in quota Pd, al posto di Antonello Soro, pure lui in quota Pd. Del resto si è sempre sentito un predestinato. «Per discrezione e riservatezza, io sono da sempre il candidato naturale», ha raccontato in un’intervista a Repubblica di due anni fa, sostenendo di essere, da sempre, il tipo «serio» e «maturo» a cui confidare segreti destinati a rimanere riservati. Si definisce un «confessore laico». Anche se, a dirla tutta, questa volta non pare abbia molta voglia di confessare.
Qualcuno ha sollevato dubbi anche sul fatto che la sua casa fosse proprio vicina (stesso palazzo, stesso amministratore di condominio) al B&b gestito dalle figlie, per altro senza licenza. Qualcuno invece contesta a lei e ai suoi colleghi il fatto di essere molto attivi nei viaggi in Giappone e nel prenotare hotel di lusso, un po’ meno quando c’è da far pagare le multe ai colossi di Big Tech (quella a Meta, per dire, si è dissolta nel nulla). Ma lei ha scelto la linea della resistenza, senza accorgersi che questa volta a rosolare a fuoco lento siete voi e l’istituzione che rappresentate. Anzi, direi che ormai siete proprio cotti al punto giusto. Che aspettate a dimettervi? E non stia a sentire chi dice che in tutta questa vicenda c’è molto fumo e poco arrosto. E solo perché non sa che l’arrosto se l’è mangiato tutto lei.
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