Le tendopoli danno la sveglia ai sindaci dem
(Getty Images)
  • Sbarchi continui, immigrazione fuori scala. E nelle città la situazione si fa sempre meno sostenibile. Se ne sono accorti persino a Bologna e Firenze. Ma rimediare a dieci anni di politica sbagliata è difficile.
  • Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi vuole il riconoscimento facciale nei luoghi pubblici.

Lo speciale contiene due articoli.

Mentre gli sbarchi continuano senza sosta, c’è un nuovo spauracchio che sveglia perfino i sindaci dem: le tendopoli. A Bologna sono già realtà, tanto che la giunta rossa teme «tensioni sociali». A Firenze, Dario Nardella è nel panico: «Il rischio di innalzarle c’è». Parole che sanciscono il fallimento delle politiche di sinistra sul tema degli ultimi 10 anni.

I Blues Brothers hanno visto la luce, i sindaci di sinistra hanno visto le tende. Quelle per ospitare i 40.000 migranti in quattro mesi (il quadruplo rispetto all’anno scorso) a Lampedusa, a Catania e a Bologna. E hanno cominciato a contorcersi, ad avvertire dolori intestinali, a prendersi a schiaffi in silenzio per essersi sorpresi a pensare come Matteo Salvini; perdere voti non è mai divertente. Serviva la grande invasione per svegliare coscienze assopite sui guanciali del conformismo, per costringere i campioni dell’accoglienza diffusa a dire «basta». Ieri uno dei borgomastri più vicini a Elly Schlein, Dario Nardella, ha deciso di alzare il volume della radio: «La situazione sta diventando insostenibile, dislocare i migranti in arrivo a Firenze è ormai impossibile, le strutture presenti in città e nell’area metropolitana sono sature. Qui c’è il rischio di dover innalzare tendopoli». Bentornato sulla Terra.

Questa volta non ne parla con l’entusiasmo del progressista pseudo-illuminato, non lo dice prefigurando il grande abbraccio «nato dalla resilienza per arrivare all’inclusione piena» (come va delirando il suo collega di Milano, Beppe Sala, da otto anni). Non introduce il tema a un convegno dal titolo «Porte aperte» con Roberto Saviano e Amartya Sen. Davanti ai 2.500 disperati che hanno reso sature le strutture cittadine, questa volta è amareggiato, fortemente incazzato. Perché quelle ipotetiche tende – con un popolo dolente che le affolla in precarietà di servizi, di dignità e di destini – a poche centinaia di metri da Santa Maria Novella, dagli Uffizi, dalla downtown più turistica d’Europa sono già un potenziale servizio fotografico planetario con effetti da incubo notturno, di quelli che innalzano i cuori ma fanno crollare i sondaggi e il Pil.

La preoccupazione fiorentina è determinata dalla realtà bolognese. A un Appennino di distanza, la tendopoli è già realtà, l’ondata è senza sosta (50 migranti al giorno in provincia, 2.000 in crescendo fin qui) e nel centro di accoglienza straordinaria di Bologna si levano forti malumori. Con centinaia di persone ammassate, destinate a trascorrere mesi in condizioni di fortuna per diventare braccia da sfruttare nei magazzini dell’Interporto. La giunta piddina di Matteo Lepore è alle corde e l’assessore al Welfare Luca Rizzo Nervo parla di «situazione complicata, le strutture che scoppiano». Per tener buona la cittadinanza, incolpa il governo e annuncia che «la nostra amministrazione ha già dimostrato contrarietà alle tendopoli per evitare situazioni di tensione sociale dove i servizi di integrazione sono azzerati. Sotto le Due Torri non ci saranno mai centri come il Cara di Mineo».

Nel frattempo, le tende prendono forma e confermano un dato di fatto: nelle roccaforti rosse si assiste al fallimento plastico delle politiche sull’immigrazione volute da dieci anni di sinistra al governo, con l’eccezione del 2019 quando gli sbarchi furono quasi azzerati (un decimo rispetto a oggi) dai demonizzati Decreti sicurezza salviniani. Davanti alla dura realtà, il governatore della Toscana, Eugenio Giani, è costretto a smentire il suo collega di partito: «Capisco le preoccupazioni di Nardella, vogliono andare tutti a Firenze, ma la Regione è grande, 273 comuni, abbiamo spazio per tutti». Comincia sottotraccia la guerra dello scaricabarile, nessuno sa come chiudere le porte senza perdere la faccia. E si fa largo, proprio dal sindaco fiorentino, una richiesta irricevibile per il governo di centrodestra: l’aumento da 30 a 45 euro di budget per migrante, così da rilanciare il famigerato «business dell’accoglienza» che fece ricche cooperative, diocesi e improvvisate associazioni confinanti con il malaffare nelle stagioni di Enrico Letta, Matteo Renzi, Paolo Gentiloni a Palazzo Chigi.

A sinistra hanno sbagliato tutto. Hanno strumentalizzato una tragedia del mare come quella di Cutro, hanno applaudito i media compiacenti che parlavano di «strage di Stato», hanno per anni rinunciato ad affrontare il problema in nome dell’accoglienza diffusa voluta da Luciana Lamorgese (in quota Sergio Mattarella), già fallimentare quando lei era prefetto di Milano. Hanno taciuto sulle pelose distrazioni dell’Europa. Bisognerebbe semplicemente non starli a sentire. Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha convocato le Regioni, il premier Giorgia Meloni cerca soluzioni condivise. Ma le conseguenze di un decennio di demagogia, di approccio ideologico a un’emergenza strutturale sono lì da vedere.

Piagnistei e tendopoli, violenza e schiavitù. Un disastro politico voluto dal Pd, che oggi il Pd non intende intestarsi. Così le emergenze di Firenze e Bologna diventano simboliche. Per non parlare di Milano Gotham City, dove Sala ha costruito il proprio piedistallo su frasi fatte come «gli immigrati sono indispensabili per pagarci le pensioni», «la società multicult parte da qui». Chi ha buona memoria ricorda quando, nel 2019, il «vanity sindaco» andò a New York a farsi fotografare a Ellis Island e disse: «Senza migranti Milano si ferma». Ma il tempo è galantuomo. E la strategia dello spot non ha fermato l’invasione.



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