- Il Pd e i rossoverdi di Bonelli parlano di dossieraggio contro la Apostolico. E presentano un’interrogazione e un esposto. Il premier: «Polemica strumentale». La questura: «Il filmato non risulta tra gli atti ufficiali».
- Il magistrato Giuseppe Cioffi si astenne dal processo Cesaro perché accusato di aver partecipato nel 2017 a una convention di Forza Italia. Ma respinse le accuse: «In hotel per un caffè».
Lo speciale contiene due articoli.
«È pronta un’interrogazione al ministro, la faccenda va spiegata», firmato Pd. Chi pensa che il maggior partito della sinistra abbia colto il cuore del problema, che abbia intuito l’imbarazzo istituzionale provocato da un giudice come Iolanda Apostolico in prima fila a una manifestazione in cui volano insulti alla polizia («Assassini»), che stigmatizzi il conflitto d’interesse fra ideologia personale gruppettara e doverosa terzietà professionale, è chilometri fuori strada. Il dito indica la luna e il Nazareno guarda il dito. Con un riflesso condizionato da cane di Pavlov, non chiede chiarimenti sul comportamento della toga al corteo sul caso Diciotti, ma sul video che la smaschera.
Nell’esercizio di benaltrismo si distinguono i senatori Anna Rossomando e Valter Verini che preannunciano un’interrogazione al ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, per fare luce «su una vicenda incredibilmente grave». Sarebbe il filmato pubblicato da Matteo Salvini. Gridano al complotto, spostano l’obiettivo secondo una tecnica degli anni Settanta quando polizia faceva rima con Cia e Cossiga veniva scritto con la kappa. Travolti dalla nostalgia, si domandano: «Com’è uscito e da dove quel video?», «Chi l’ha confezionato?», «Esiste una centrale di dossieraggio al Viminale?». Così la questione dirimente non è più «cosa ci faceva la giudice in piazza con gli ultrà rossi» ma «chi ha ripreso con lo zoom il suo volto».
Prefigurando onirici scenari cileni digeribili solo con una finale di Coppa Davis, il Pd si inerpica sui sentieri della fantasia con un depistaggio al tempo stesso infantile e scoperto. Immediatamente supportato dall’alleanza Verdi e Sinistra di Angelo Bonelli e Filiberto Zaratti, che su quel video hanno presentato un esposto alla Procura di Roma «per indagare e valutare l’eventuale violazione dell’art. 326 che punisce la rivelazione di atti coperti da segreto d’ufficio». L’obiettivo è palesemente Salvini, questa volta senza scomodare le spie russe in impermeabile beige al Metropol.
Sull’argomento la polarizzazione è di nuovo totale, mentre la questura di Catania spiega che il filmato «non proviene da atti ufficiali», «né risulta menzionata la presenza del giudice Apostolico e del marito». Da una parte piddini e sinistra radicale sono alla ricerca della fantomatica «manina», dall’altra il centrodestra (soprattutto la Lega) chiede con una nota alla giudice Apostolico di lasciare la toga: «Dopo l’apprezzamento per gli insulti contro Salvini postati dal compagno e mai smentiti e dopo l’imbarazzante presenza a una manifestazione dell’estrema sinistra con la folla che insulta le forze dell’ordine, ora ci aspettiamo le dimissioni immediate. Per rispetto nei confronti di tutti gli italiani e delle istituzioni». Per suffragare la richiesta, il vicepremier posta una frase del costituzionalista Sabino Cassese: «I giudici sono gli unici detentori di un potere che nessun’altra parte dello Stato ha, quello di privare le persone del bene essenziale che è la libertà». Secondo il premier, Giorgia Meloni, la polemica attorno alla natura del video «è strumentale. Era una manifestazione pubblica e la giudice era lì, non c’è niente di occulto».
Curiosamente la vicenda arriva a spaccare l’opposizione. Giuseppe Conte (al tempo della manifestazione era premier) e Matteo Renzi (mai avuto feeling con le Procure) supportano infatti le posizioni dell’esecutivo; anche per loro la passeggiata del giudice a Catania tra i fanatici della sinistra radicale e l’obiettiva delegittimazione delle sue sentenze sui migranti, sono da stigmatizzare. Il primo sottolinea che «un giudice non solo deve essere imparziale ma anche apparire tale», il secondo va giù di randello: «Trovo scandaloso che un magistrato vada in piazza, se vuoi fare politica non fai il magistrato».
Più che un tintinnare di sciabole si nota uno sciabolare di code di paglia. È risaputo che alle manifestazioni «è prevista la presenza di agenti in borghese appartenenti alla Digos con compiti di osservazione e monitoraggio, e anche di eventuale mediazione con i manifestanti». Parole di Luciana Lamorgese, ex ministro dell’Interno quando spiegò l’assalto alla sede della Cgil a Roma e il gesto del poliziotto che testava la forza ondulatoria di una camionetta. Allora quel video non era considerato dal Pd bieco dossieraggio, ma «un doveroso presidio di democrazia». È curioso come i filmati diventino deliziosi spezzoni di Stanley Kubrick o fetidi documenti fatti circolare da barbe infiltrate a seconda delle convenienze.
Il braccio di ferro è destinato a trasferirsi in Parlamento, mentre gli indignados del video ripetono che «ai magistrati non può essere preclusa la libertà di esprimere il proprio pensiero», come se si trattasse del parere su un rigore non dato al Milan mentre dal bancone arrivano i bianchini. Il sommo Piero Calamandrei aveva idee lievemente diverse. «Il pericolo che incombe è la politicizzazione dei giudici; il magistrato che scambia il suo seggio per un palco non è più magistrato». Ancora più chiaro: «Occorre che terzietà e imparzialità siano assicurate sotto il profilo dell’apparenza. Il giudice dovrebbe consumare i suoi pasti in assoluta solitudine». Se avesse visto il video gli sarebbe andato di traverso il brodino.
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