- Negli accordi per la tregua, Gerusalemme ha liberato 230 reduci di Hamas, finiti in Egitto, Turchia e Qatar. A preoccupare i nostri investigatori è la galassia pro Pal di estrema sinistra, che potrebbe dar loro asilo.
- L’esperto Vincenzo Priolo: «Arrivano dai Balcani o dalla città greca di Patrasso, seguendo le rotte dell’immigrazione».
- Dopo il 7 ottobre in Israele è stata creata una task force per eliminare tutti i responsabili delle stragi. Come dopo il massacro di Monaco ’72.
Lo speciale contiene tre articoli.
Secondo un rapporto di Yoni Ben Menachem, analista diplomatico ed esperto di affari arabi per il Jerusalem center for security and foreign affairs (Jcfa), il Mossad israeliano si prepara a fronteggiare una delle sfide più impegnative del prossimo periodo: tenere sotto controllo e contrastare le attività di almeno 230 terroristi altamente pericolosi espulsi all’estero nell’ambito dell’intesa per il rilascio degli ostaggi e la tregua nella Striscia di Gaza. Questi militanti, inizialmente trasferiti in Egitto, Qatar e Turchia, potrebbero successivamente spostarsi in altre nazioni, tra cui l’Italia, aumentando il rischio di attacchi terroristici su scala internazionale.
A proposito del nostro Paese, a preoccupare gli inquirenti è la saldatura esistente tra i gruppi di estrema sinistra, i collettivi studenteschi e tutta la galassia pro Pal che è a disposizione dei jihadisti palestinesi. Secondo fonti investigative di alto livello consultate dalla Verità in città come Milano, Roma, Napoli, Torino, L’Aquila, Genova e Bari, solo per citarne alcune, gli uomini di Hamas possono contare su solidi rapporti. Altro aspetto interessante è quello relativo alle conversioni all’islam di alcuni esponenti dell’estrema sinistra violenta italiana, che oggi più che mai rappresentano una minaccia alla sicurezza nazionale visti i contatti con Hamas e gli Hezbollah. Timori anche in Germania, dove all’interno della massiccia diaspora libanese non mancano certo i fanatici e i criminali pronti a mettersi al servizio degli uomini di Hamas. Lo stesso vale per la comunità turca e quella araba arrivata in Germania nel corso di decenni di immigrazione incontrollata (e non), alla quale si è aggiunto l’esodo di rifugiati (1,5 milioni di persone) arrivati dopo la guerra civile siriana. Senza dimenticare la diaspora afghana che mille problemi sta creando alla sicurezza di Berlino, vedi i continui attentati messi in atto da lupi solitari provenienti dall’Afghanistan. Analoghi timori in Francia, Svezia, Olanda, Belgio, Norvegia e Danimarca, solo per citarne alcuni, dove agiscono anche gruppi criminali come la «Mocro Mafia» la mafia maghrebina-olandese che ha grande potenza di fuoco e capacità operative che possono tornare comode agli uomini di Hamas e Hezbollah, anche solo per la fornitura di armi e esplosivi da usare contro le sedi diplomatiche israeliane, sinagoghe e cittadini di religione ebraica.
Come detto, le autorità israeliane temono che molti di questi individui rilasciati in questi giorni possano tornare a organizzare operazioni contro Israele, tra cui attacchi a istituzioni ebraiche, rapimenti, traffico d’armi con l’Iran e la creazione di nuove reti terroristiche all’estero. Le statistiche fornite dall’Agenzia per la sicurezza israeliana delineano un quadro preoccupante: il 50% dei terroristi liberati all’estero nell’ambito dell’accordo per la scarcerazione del soldato Gilad Shalit nel 2011 ha ripreso attività terroristiche. Il dato è ancora più elevato per quelli rimasti in Cisgiordania, dove si registra un 80% di recidiva nelle operazioni ostili contro Israele. Secondo fonti dell’intelligence citate da Yoni Ben Menachem, la liberazione di questi militanti sta rafforzando l’infrastruttura operativa di Hamas, con un impatto diretto sulla leadership del gruppo all’estero.
Un esempio significativo è il cosiddetto «quartier generale della Cisgiordania» situato a Istanbul, che opera sotto la protezione del Millî Istihbarat Teşkilâti (l’Organizzazione di informazione nazionale, cioè l’intelligence turca) con il sostegno del presidente Recep Tayyip Erdogan, che ha consentito ad Hamas di usare il sistema bancario turco esattamente come fatto con l’Isis, che ha depositato nelle banche turche quello che resta del suo tesoro. Questa struttura coordina attacchi in Israele e nei territori palestinesi, con collegamenti diretti al massacro del 7 ottobre 2023. La guida di questa cellula è passata a Zaher al-Jabarin, figura di spicco dell’ala militare di Hamas, subentrato a Saleh al-Arouri dopo il suo assassinio a Beirut. A sua volta ex detenuto rilasciato con «l’accordo Shalit» del 2011, oggi al-Jabarin svolge un ruolo chiave nelle operazioni terroristiche contro lo Stato ebraico. Al-Jabarin è anche il principale intermediario tra Hamas e le Guardie rivoluzionarie iraniane, responsabile del coordinamento delle strategie per gli attacchi contro Israele dalla Cisgiordania. Inoltre, nel suo ruolo di direttore finanziario di Hamas, gestisce centinaia di milioni di dollari, finanziando operazioni terroristiche, tra cui l’attacco del 7 ottobre 2023. Il 4 gennaio 2024, il Wall Street Journal ha riferito che Al-Jabarin gestisce un ufficio a Istanbul e detiene partecipazioni in diverse società, tra cui quelle quotate alla Borsa turca. Inoltre Al-Jabarin è anche un esperto nella fabbricazione di ordigni esplosivi e cinture esplosive e ha svolto un ruolo chiave nell’assegnare a Yahya Ayyash il compito di orchestrare una serie di attentati suicidi, con l’obiettivo di sabotare gli Accordi di Oslo. Il monitoraggio delle attività terroristiche in Turchia rappresenta una delle questioni più delicate per il Mossad, che deve confrontarsi con un apparato di sicurezza turco altamente strutturato. Le azioni preventive in territorio turco risultano particolarmente difficili, rendendo più complesso per Israele neutralizzare i terroristi se non al di fuori delle zone protette. La deportazione su vasta scala comporta inoltre un’enorme pressione sui servizi segreti israeliani, che saranno costretti a intensificare la sorveglianza globale e a rafforzare la cooperazione con le agenzie di intelligence straniere per intercettare eventuali minacce terroristiche.
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