Dopo i casi a Perugia e Napoli, spuntano legali spiati a Torino. Oggi il presidio di protesta
Dall’8 giugno gli avvocati penalisti si astengono dalle udienze in segno di protesta per la vicenda sollevata dall’avvocato Alessandro Cannevale su questo giornale, ovvero «la registrazione illegittima» di settanta colloqui intercorsi tra una dozzina di legali e alcuni detenuti del carcere perugino di Capanne.
Quasi in contemporanea, è emerso il caso dei penalisti di Napoli videoregistrati a loro insaputa dentro il Tribunale nell’ambito di un’indagine su alcune presunte testimonianze mendaci. Per tale «sfregio», quasi un centinaio di avvocati, il 27 maggio scorso, ha «scortato», in segno di solidarietà, a un’udienza dello stesso processo, uno dei colleghi «spiati»: l’ottantanovenne Raffaele Esposito, iscritto all’albo d’onore delle toghe napoletane. A seguito di tali gravi episodi, a Perugia, questa mattina si terrà la manifestazione nazionale dell’Unione camere penali intitolata «Senza riservatezza non c’è difesa», che si svolgerà a piazza della Repubblica a partire dalle 11 e si aprirà con gli interventi dei vertici delle Camere penali.
Il presidente nazionale, Francesco Petrelli, riassume con La Verità il senso dell’iniziativa: «Siamo nel capoluogo umbro in conclusione di cinque giorni di astensione dalle udienze, consapevoli che la tutela del diritto di difesa costituisce la linea di confine insuperabile che divide uno Stato di diritto da uno Stato di polizia». Per il rappresentante dei penalisti, «la funzione difensiva deve essere tutelata non come un privilegio di una categoria, ma come un bene prezioso che appartiene all’intera collettività e come baluardo della democrazia, così come lo intesero i nostri Padri costituenti». Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha preso molto sul serio la protesta e ha chiesto all’ispettorato generale di via Arenula di effettuare tutti gli accertamenti necessari a chiarire la vicenda e di formulare conseguenti proposte. Anche l’opposizione ha sposato la causa dei penalisti ispirata dal nostro scoop. Per esempio Walter Verini, segretario della commissione Giustizia e capogruppo Pd in Antimafia, ha dichiarato: «La protesta e lo sciopero delle Camere penali, nascono da motivazioni sacrosante. La vicenda delle captazioni (nel carcere di Capanne, ndr) è molto grave. Auspichiamo, perciò, che venga fatta la massima chiarezza sui fatti, anche attraverso l’ispezione promossa dal ministro della Giustizia».
In preparazione alla giornata di oggi, il 9 giugno, a Torino, si è tenuta un’importante assemblea pubblica organizzata dalla Camera penale del Piemonte occidentale per discutere dei fatti che hanno portato all’astensione (tema del dibattito: «Avvocati intercettati, che cosa resta del diritto alla difesa?»). Il presidente delle Camere penali di Torino, Roberto Capra, con La Verità, va al nocciolo della questione: «Il diritto di difesa è da tempo sotto attacco. I fatti di Perugia sono di una gravità inaudita, ma non possono certo considerarsi una situazione isolata. La riservatezza delle relazioni tra avvocato e cliente è uno dei profili cardine del diritto, costituzionalmente tutelato, di difendersi di fronte alla pretesa punitiva dello Stato».
Più di un legale ha denunciato come ciò che è successo a Perugia e Napoli sia accaduto anche a Torino. Particolarmente puntuto l’intervento di Gianluca Vitale, del Legal Team Italia, un’associazione di avvocati impegnati «per la tutela dei diritti e dei più deboli»: «L’ascolto delle conversazioni tra il difensore e l’assistito è, purtroppo, un qualcosa che accade non così di rado. Durante l’assemblea torinese di martedì, un collega ha denunciato mesi di intercettazioni delle sue conversazioni con un suo assistito, indagato di omicidio, poi confluite nel fascicolo del pm probabilmente senza neppure che questi se ne fosse reso conto», ha detto alla Verità.
Vitale, senza citarlo espressamente, ha fatto riferimento anche al procedimento contro numerosi esponenti del centro sociale Askatasuna, in cui è coinvolto come legale: «In un altro caso, per il quale è pendente in questi giorni il giudizio di appello, le intercettazioni degli indagati hanno portato all’ascolto e alla trascrizione nei brogliacci di varie conversazioni con i difensori, consentendo sia alla Polizia giudiziaria sia alla Procura di conoscere ciò che avrebbe dovuto restare nell’ambito dell’inviolabilità». Un colpo basso che, secondo Vitale, non ha giustificazioni: «A nulla rileva che poi, durante il dibattimento, quelle conversazioni siano state cancellate, perché quel diritto alla riservatezza è ormai stato calpestato e gli inquirenti hanno ascoltato ciò che non avrebbero potuto. Il problema non è l’utilizzo processuale, ma il fatto stesso che strategie, valutazioni, ragionamenti su testi o documenti, siano stati sentiti. Che una parte processuale, o la polizia giudiziaria, abbia potuto ingerirsi nella sfera riservata dell’altra parte».
Va detto che la Procura ha sostenuto di non avere avuto contezza di queste intercettazioni, ma per il legale questo «significherebbe che il pm non ha il pieno controllo delle indagini e acquisisce acriticamente e supinamente ciò che la polizia giudiziaria riversa nel fascicolo».
Nel corso del suo intervento, il presidente del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Torino, Simona Grabbi, ha sottolineato l’importanza di tutelare la segretezza nel rapporto tra difensore e assistito nel delicato momento delle perquisizioni negli studi legali, «a fronte dell’opinabile giurisprudenza che sospende le garanzie previste dalla legge laddove l’avvocato sia indagato e non sia solo un difensore di una persona indagata». Per il presidente, gli studi legali devono rimanere inviolabili anche quando i titolari sono sotto inchiesta, per evitare che, durante i controlli, possano essere acquisiti fascicoli di clienti che nulla c’entrano con l’indagine che ha portato il legale a essere iscritto sul registro. La Grabbi ha anche sottolineato che l’estrazione delle copie forensi dei vari dispositivi elettronici in uso ai difensori perquisiti deve avvenire per parole chiave e non indiscriminatamente. Posizioni garantiste che sono state condivise anche dal procuratore Giovanni Bombardieri. L’avvocato Ennio Galasso, dell’Associazione nazionale forense ed ex capogruppo di Alleanza nazionale in Regione, ha citato un interessante aneddoto: «Molti anni fa Elvio Fassone, colto e sensibile magistrato, oltre che ex parlamentare del Pci, raccontò un episodio che lo aveva coinvolto. Rispondendo a un tizio ingiustamente condannato che gli faceva notare un evidente errore, si era così giustificato: “Ma noi operiamo a fin di bene”. Di rimando, ricevette una risposta che apprezzò e che, successivamente, consegnò a noi avvocati. Questa: “Voi dovete operare bene, non a fin di bene”. Se i magistrati invocano la virtù, scivolano verso una funzione epuratrice e chi non condivide diventa cospiratore». Durante l’assemblea, Roberto Brizio, di Giuristi democratici, ha chiosato: «Mi fa paura chi è convinto di essere portatore della verità assoluta».
L’uomo che con la sua denuncia ha dato lo spunto per la manifestazione di Perugia, l’avvocato Cannevale, che per quarant’anni è stato dall’altra parte della barricata con la funzione di pm, conclude: «Una cosa mi sembra chiara: per i magistrati, il processo a base di intercettazioni è il paese dei balocchi. Ci si lavora poco, la polizia giudiziaria ti prepara tutto il kit, dalla prima richiesta di intercettazione all’informativa finale che, puntualmente, conferma l’ipotesi di partenza. La difesa insegue in affanno e, quando comincia a lavorare, il cliente è stato già cucinato per le feste, è finito in galera o almeno è stato svillaneggiato sui giornali. Per la condanna non servono riscontri obiettivi, bastano le parole. E poi, per sbaglio, si possono registrare tante cose interessanti, il proibito è sempre molto interessante. Si, è proprio il paese dei balocchi».
Le polemiche sulla mancanza di sicurezza a Genova hanno trasformato la sindaca Silvia Salis in un’aspirante sceriffa. Se non addirittura nel clone in gonnella del viceré di Salerno, Vincenzo De Luca. La città è sempre più preda di bande di maranza e stranieri irregolari e, il 30 maggio, uno di questi, il senegalese Cissé Camara, ha ucciso in modo ferino il quarantottenne milanese Pietro Alberto Paolo Signor. A distanza di sette giorni la prima cittadina è corsa ai ripari e ha lanciato l’operazione «Largo raggio», con cui 25 agenti della polizia municipale, nella notte tra il 6 e il 7 giugno, hanno intensificato i controlli sul lungomare cittadino e nelle zone limitrofe per provare a limitare i mugugni dei genovesi sempre più infastiditi dal senso di insicurezza che si sta diffondendo nel capoluogo ligure.
È la prova che, quando si vuole, anche la polizia municipale può essere impiegata per garantire la sicurezza e non solo per dare multe ai cittadini che portano i cani a fare la pipì senza la bottiglietta dell’acqua. Ieri le agenzie di stampa hanno diffuso questa dichiarazione della Salis: «Per tutta la stagione la nostra attenzione si concentrerà in modo capillare anche sulle zone nevralgiche della movida estiva, per garantire a genovesi e turisti un divertimento sicuro e nel pieno rispetto delle regole di convivenza». La prima cittadina, ringraziando i vigili, ha mandato un messaggio al governo: «I nostri agenti operano con grande professionalità, trovandosi sempre più spesso a far fronte a necessità di presidio e sicurezza che spingono il loro raggio d’azione ben oltre le tradizionali competenze municipali. […] Ma la polizia locale, anche per una questione di competenze, non può arrivare ovunque: è il motivo per cui da quando mi sono insediata ho chiesto più risorse al governo sulla sicurezza per i Comuni e rinnovo ancora una volta l’invito a sottoscrivere il prima possibile nuovi Patti per la sicurezza cittadina». Nel corso del servizio sono state controllate 78 persone, tra cui numerosi giovani, cittadini stranieri e minorenni. Due extracomunitari hanno provato a fuggire a bordo di un motorino rubato, ma sono stati fermati. Pure l’assessora a Polizia locale e Sicurezza, Arianna Viscogliosi, autorevole esponente di Italia viva (come la Salis è considerata una «creatura» di Matteo Renzi), ha mostrato un cipiglio da amministratrice di un Comune di centrodestra (e in effetti era già stata in giunta con l’ex sindaco Marco Bucci). Giovedì in Consiglio comunale ha attaccato il governo per i mancati rimpatri e, a proposito di Camara, ha detto: «L’autore del reato era una persona irregolare sul territorio nazionale da anni, con precedenti penali, già nota alle forze dell’ordine e alla polizia locale e che da tempo non avrebbe dovuto trovarsi in Italia». In versione ultrà della remigrazione, ha domandato: «Quali strumenti mette in campo lo Stato per espatriare soggetti come questo?». Ma ancor prima di ricevere la risposta ha decretato che tali «strumenti evidentemente non funzionano».
In tv ha rincarato la dose: «Il governo è il principale responsabile delle politiche di sicurezza che dovrebbe lavorare per creare degli accordi che permettano rimpatri veloci». E ha rimarcato, citando il Senegal, che la loro mancanza «non consente il rimpatrio dei cittadini che vengono ritrovati a delinquere sul nostro territorio».
Una voglia di Cpr e di rimpatri che era stata anticipata dalla Salis in un’intervista televisiva quando aveva detto: «Il 70 per cento degli irregolari che vengono fermati nella nostra città poi rimangono sul territorio perché non esistono dei protocolli di espulsione che funzionino; poi ogni anno riceviamo centinaia di minori non accompagnati che spesso sono molto difficili da gestire».
Su Instagram, poche settimane fa, aveva anticipato il cambio di linea: «La sicurezza è un diritto. Di tutte e tutti. La sinistra ha regalato il tema alla destra ed è arrivato il momento di riprendercelo».
La Salis sceriffa sembra una lontana parente di quella che, l’anno scorso, concionava di «sicurezza integrata» con «l’aspetto sociale, sanitario e comunitario» e regalava supercazzole come questa: «Spesso la percezione di insicurezza non corrisponde alla realtà dei reati, ma è influenzata dal degrado urbano».
Nel frattempo, probabilmente per far digerire la svolta securitaria a una maggioranza di cui fa parte Avs, la giunta Salis ha annunciato proprio ieri «la resistenza» contro il ddl Valditara che prescrive il consenso informato da parte delle famiglie sull’educazione affettiva nelle scuole medie e superiori, escludendola in quelle primarie e dell’infanzia.
A Genova, come riportato dal sito de La Repubblica, l’assessora al Diritto all’istruzione e alle pari opportunità, Rita Bruzzone, ha annunciato le barricate, difendendo quel tipo di educazione, già garantita in quattro scuole comunali dell’infanzia: «Se il ddl vieta l’educazione sessuo-affettiva negli asili, le cambieremo nome, ma porteremo avanti questa battaglia» ha anticipato la Bruzzone.
Ma torniamo alla sicurezza. Ilaria Cavo, la consigliera comunale più votata e deputata di Noi moderati, sottolinea lo scaricabarile della giunta, dopo l’omicidio di Signor, oltre che l’improvvisa passione per i rimpatri veloci: «La maggioranza comunale di centrosinistra, molto sbilanciata a sinistra, ha attaccato in ogni modo e in ogni dibattito in Consiglio comunale i provvedimenti del governo sulla sicurezza, la scelta di identificare i Paesi sicuri per velocizzare e assicurare i rimpatri di chi non ha diritto di restare, e adesso fa la giravolta?».
La Cavo ricorda che la sua parte politica «crede che in questo Paese ci debba essere inclusione e lavoro per gli immigrati che hanno diritto a rimanere», ma che «ci vuole coerenza e, appunto, chiarezza». Quindi aggiunge: «Il tema della sicurezza è una cosa seria e ben vengano le posizioni di buon senso, persino il ravvedimento della giunta Salis, purché ci sia linearità e coerenza. Ammettano di aver sbagliato, criticando la politica del centrodestra sull’immigrazione e smettano di attaccare le norme in materia di immigrazione». Infine, la parlamentare punzecchia anche l’assessora («Nell’elenco dei Paesi sicuri rientra anche il Senegal, che tanto preoccupa la Viscogliosi») e si augura che il tema della sicurezza venga affrontato nella conferenza stampa che la Salis ha indetto per giovedì, in occasione del primo anniversario della sua giunta. La Cavo, nota giornalista tv, conclude commentando la polemica sulla presunta volontà della prima cittadina di mettere il bavaglio ai cronisti: «Nonostante il tentativo evidente della sindaca di conoscere in anticipo i temi delle domande, c’è stata la rassicurazione dell’Ordine dei giornalisti che le domande saranno libere per tutti».
La richiesta arrivata dal Comune di conoscere in anticipo i quesiti dei cronisti ha fatto infuriare la Lega.
La capogruppo in Comune Paola Bordilli e il consigliere Alessio Bevilacqua, ieri, hanno attaccato: «Silvia Salis scappa dal confronto aperto perché terrorizzata dalle domande libere. Ma chi governa una città straordinaria come Genova ha il dovere di rispondere a viso aperto, non il diritto di imporre il copione ai giornalisti per evitare le domande scomode».
Ispezioni governative e conferenze stampa addomesticate. A Genova, dopo l’omicidio in un parco cittadino di Pietro Alberto Paolo Signor per mano di un senegalese irregolare, Cissé Camara, il clima politico si è scaldato. La giunta progressista della sindaca Silvia Salis è andata in tilt alla notizia della verifica ordinata dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi.
L’ex atleta olimpica e i suoi hanno incolpato il governo centrale e i giornali locali, dopo essersi premurati di scrivere che il cittadino africano «era regolarmente presente sul territorio nazionale», hanno dato ampio spazio alla senatrice e coordinatrice nazionale di Italia viva Raffaella Paita che, riprendendo uno scoop della Verità, ha chiesto, con un’interrogazione, spiegazioni proprio a Piantedosi sulla presenza in città dell’assassino con il permesso scaduto: «La coalizione di centrodestra non può scaricare la responsabilità sul Comune. Anzi sono io che interrogo il ministro Piantedosi, perché voglio sapere come mai questo soggetto si trovasse ancora a Genova visto che era stato fermato da polizia e carabinieri». Peccato che il capo del Viminale, come riportato dal nostro giornale, abbia già preso provvedimenti e ordinato un’ispezione.
Verifica che prenderà avvio nelle prossime ore. Sarà un modo per comprendere come sia stato possibile che Camara, dopo essere stato controllato dagli agenti in svariate occasioni, non sia stato trattenuto in un Centro di permanenza per il rimpatrio, nonostante i numerosi precedenti e il permesso di soggiorno scaduto. La linea di Piantedosi è quella di fermare i migranti irregolari pericolosi e di procedere sempre, previa convalida del giudice, con il trattenimento. Una strategia perseguita anche con il cosiddetto programma Oscar, avviato nel 2024. Perché, allora, non è stato applicato nel caso di Camara? L’ispezione, chiesta da Piantedosi in accordo con il capo della polizia Vittorio Pisani, consentirà di appurarlo. L’iniziativa rappresenta anche un indiretto promemoria a tutte le questure affinché non si ripeta più un caso come quello di Camara. Ma l’imminente verifica ha fatto perdere le staffe a un’altra esponente di Italia viva come la Paita e la stessa Salis (che seppur non iscritta è considerata un’«invenzione» di Matteo Renzi), ovvero l’assessora a Polizia locale e Sicurezza urbana Arianna Viscogliosi, già in giunta con il centrodestra. L’esponente della giunta, dopo che abbiamo dato la notizia dell’ispezione, è sbottata in Consiglio comunale: «Ma cosa fa il governo? Piantedosi ci manda gli ispettori per controllare chi? Sé stesso? Per controllare l’attività del Questore e della polizia di Stato? Siamo al paradosso… non lo sa lui come vengono gestite queste cose?».
Intanto la giunta, mentre nelle vie cittadine imperversano bande di maranza, spacciatori e rapinatori, si dà priorità surreali. La polizia municipale, da mesi, dà la caccia a chi deposita i rifiuti nel cassonetto sbagliato, ai cittadini che lasciano il finestrino dell’auto abbassato (una sorta di istigazione a delinquere punita dal Codice della strada) e ai padroni che portano in giro i cani senza la bottiglietta dell’acqua per diluire la pipì degli amici a quattro zampe. Sanzioni che ci si può aspettare a Lugano o a Singapore, non a Genova dove, a partire dai caruggi della città vecchia, strade e marciapiedi sono insudiciati dalle deiezioni dei cani e da rifiuti di ogni genere (ben lontani dai cassonetti monitorati con solerzia dai vigili). Non siamo in Svizzera, ma neppure in Veneto o in Trentino Alto Adige. Genova, seppur bellissima, è una città sempre più sgarrupata, anche perché a governarla è una prima cittadina troppo impegnata a farsi intervistare da rotocalchi patinati o a partecipare a eventi in giro per l’Italia. Il suo obiettivo è ottenere un’investitura come anti Meloni da tutto il campo largo. Ma la sua prima esperienza politica, da sindaca di Genova, lascia alquanto a desiderare e così per la conferenza stampa del primo compleanno della sua giunta ha stabilito regole di ingaggio che neanche a Pyongyang, in Corea del Nord. Con la benedizione della sezione locale dell’Ordine dei giornalisti.
L’11 giugno, dalle 10 alle 13, nel salone di rappresentanza di Palazzo Tursi, si autocelebreranno la sindaca, gli assessori e i consiglieri delegati. Nel comunicato inviato ai cronisti si legge: «Come concordato con l’Ordine dei giornalisti della Liguria (sic, ndr), ciascuna testata potrà rivolgere un massimo di due domande su tematiche che riguardano l’amministrazione della città». Nel documento i giornalisti vengono pregati di accreditarsi a uno specifico link, «indicando le tematiche su cui rivolgeranno le domande, entro lunedì 8 alle 18». Insomma, pochi quesiti e dichiarati prima, come in dogana. La sindaca, evidentemente, ha bisogno di farsi preparare le risposte per tempo, come un’Ambra Angiolini qualsiasi. Ma non a tutti è piaciuta l’idea della conferenza stampa preconfezionata e così il Comune ha provato, ieri, a fare una repentina marcia indietro, affidandosi questa volta a un dispaccio dell’organo di rappresentanza dei cronisti: «L’Ordine dei giornalisti della Liguria evidenzia che tutti i colleghi sono liberi di porre domande su temi e questioni che ogni collega ritiene più opportuno e che la richiesta (per chi lo vorrà) di anticipare gli argomenti (e non le domande) è stata fatta dal Comune soltanto per agevolare lo svolgimento della conferenza stampa, sia nei tempi che nella completezza delle risposte che verranno fornite ai cronisti presenti» è stato precisato ieri.
Siamo certi che i quesiti meno graditi saranno quelli riguardanti la sicurezza in città, dopo l’uccisione di Signor, avvenuta il 30 maggio scorso. Anche perché la giunta, come detto, sembra più preoccupata di punire i cittadini che non usano bene i cassonetti dell’immondizia che non di ripulire i parchi cittadini dai balordi. Già a inizio anno, i giornali avevano dato la notizia di cinque maxi multe da 1.000 euro. La già citata «assessora» Viscogliosi si è sperticata in elogi: «Ringrazio gli agenti per la dedizione con la quale, al termine di indagini molto elaborate, sono riusciti a rintracciare i responsabili. Ma il “boom” di sanzioni per comportamenti scorretti legati ai rifiuti è merito anche della cittadinanza che sempre più spesso, attraverso segnalazioni mirate al numero unico 112, ci aiuta a tutelare il decoro urbano e a ripristinare la legalità».
Il predecessore della Viscogliosi, Antonino Gambino, ex esponente di Fdi, commenta: «In questo primo anno di amministrazione Salis le priorità della polizia locale non sono più state il presidio del territorio e il contrasto ai reati predatori, ma l’incremento delle sanzioni, in particolare quelle per abbandono rifiuti ed errato conferimento nei cassonetti, scaricando, per calcolo propagandistico, tutta la responsabilità per l’incremento del degrado e dell’insicurezza su questore e prefetto, in quanto rappresentanti del governo. Le tanto decantate politiche sociali sono ferme al palo e non stanno dando nessun frutto tangibile. L’unico risultato, ormai sotto gli occhi di tutti, è un aumento esponenziale dei senzatetto per strada e dello spaccio e del consumo di droga alla luce del sole». La capogruppo della Lega in Consiglio comunale, Paola Bordilli, ricorda un’altra mossa della maggioranza: «Due giorni dopo l’omicidio di Villetta Di Negro, ha annunciato in pompa magna i controlli sulla pipì dei cani, come se quella dovesse essere la priorità della polizia municipale». Il decoro urbano come prima voce del programma, mentre bande di giovani stranieri terrorizzano la cittadinanza quasi nell’indifferenza generale e la gente viene ammazzata per strada. «Siamo in piena emergenza, come dimostra il tragico omicidio di Signor», continua Bordilli. «A Genova il livello di sicurezza si è pericolosamente abbassato: lo gridano cittadini e commercianti esasperati, ma il sindaco non ascolta, distratta come è dalle sue ambizioni nazionali».
Un esempio chiaro della confusione che regna sotto la Lanterna è offerto dalla vicenda della darsena genovese, tra il Museo del mare e l’Acquario. Qui attraccano i pescherecci, ma soprattutto spacciano i pusher. Tanto che spesso si trovano pacchetti di droga nelle reti dei pescatori. Per mesi la Lega ha proposto di portare avanti i piani di bonifica già avviati dalla giunta di centrodestra. Di fronte all’evasività della giunta il consigliere del Carroccio, Alessio Bevilacqua, ha chiesto alla commissione preposta di fare un sopralluogo serale per verificare la situazione. Ma il presidente del Consiglio comunale, il dem Claudio Villa, ha fatto sapere di non poter accogliere la richiesta «per la necessità di assicurare condizioni di sicurezza adeguate per tutti i partecipanti». Insomma, neppure una delegazione di politici e tecnici, magari scortata dalla polizia municipale, ha la garanzia di non correre pericoli nel centro di Genova in orario serale. Una notizia che non farà piacere ai genovesi che amano passeggiare verso il tramonto nella zona del Porto antico.
Alla fine, minacciando un consiglio comunale monotematico, la Lega ha ottenuto per venerdì prossimo almeno un sopralluogo diurno. Il bilancio della Bordilli su un anno di giunta della Salis è desolante: «Siamo di fronte al nulla, perché come sindaco non è pervenuta. Per dodici mesi abbiamo visto solo la campagna elettorale di un’aspirante candidata premier. Un anno fatto di reel, immobilismo e narrazioni distorte della realtà, lontane dai bisogni reali dei cittadini. Quando c’è stato l’omicidio di Villetta Di Negro, come capita spesso, era fuori città e ha liquidato la tragedia con il solito scaricabarile, dopo il lancio del martello, la sua nuova e inaccettabile specialità. Forse è il caso di ricordarle che il dramma è avvenuto in un parco pubblico comunale, uno di quei giardini che la giunta ha blindato in vista dell’arrivo degli Alpini, trattati come Unni. Mentre gli sbandati vengono lasciati liberi di dormirci e spacciare. Genova merita un vero amministratore, non una passante». Per questo, giovedì, urgono domande vere per la sindaca. Ma difficilmente se ne sentiranno. E, se ci saranno, ne siamo certi, mancheranno le risposte.





