Dopo gli scoop della Verità la Procura generale della Cassazione si è svegliata e ha aperto un nuovo procedimento disciplinare nei confronti di Mario Fresa, storica toga progressista e magistrato «manesco» in servizio proprio presso il Palazzaccio con i gradi di sostituto procuratore generale. Il nostro giornale, a marzo, aveva svelato il contenuto di alcuni audio depositati dall’ex moglie di Fresa, che chiameremo B., in alcuni procedimenti che vedono contrapposta la coppia, in particolare in quello instaurato presso la sezione famiglia del tribunale civile della Capitale dove l’ex consorte ha chiesto la modifica delle condizioni della separazione.
Dalle registrazioni emergevano comportamenti da parte della toga certamente poco edificante per l’immagine della categoria. In una di esse Fresa litigava con l’amante e con i carabinieri, intervenuti per sedare la rissa, aveva accusato la donna di avere «dei precedenti». Lei rispondeva dandogli del «puttaniero», senza che lui si scomponesse.
In effetti, qualche mese prima, in un altro audio, il magistrato aveva proposto a B. (così si legge in una denuncia della donna): «Dai facciamo una cosa pazza […] chiamiamo qualcuna». Un’offerta che sarebbe stata prontamente rispedita al mittente: «Non è normale che mi proponi di chiamare una prostituta per scopare adesso con noi dal nulla. C’è nostro figlio a casa».
Altrettanto sconcertante è la registrazione in cui si sente Fresa rivolgersi al figlio, all’epoca cinquenne, con queste parole: «Tua madre è la classica straniera morta di fame che viene in Italia, si sposa un ricco e famoso e dopodiché gli rovina la vita e si vuole fottere pure il patrimonio. Questo è mamma tua. Però con me purtroppo ha sbagliato».
Il 16 marzo scorso l’ex consorte è stata convocata dai carabinieri per l’identificazione e la nomina del difensore in quanto indagata per inosservanza al provvedimento del giudice civile che aveva prescritto l’affido condiviso del figlio, respingendo le richieste di B..
La lunga querelle giudiziaria della coppia è iniziata nel 2020, quando l’ex compagna denunciò Fresa per lesioni dopo essere stata colpita violentemente alla tempia, durante una colluttazione. Il colpo, come documentano alcune foto, causò alla donna un’«ematoma al volto con rigonfiamento all’altezza dell’arcata sopraccigliare». Il procedimento penale si risolse con il proscioglimento di Fresa dopo che B. aveva ritirato la denuncia. Il magistrato è stato archiviato anche in altri due inchieste penali (una a Roma e una a Civitavecchia) in cui gli venivano contestati maltrattamenti in famiglia.
Uno dei due era stato avviato da un’ulteriore querela dell’ex moglie.
Il gip, che, lo scorso ottobre, ha archiviato l’ultimo fascicolo, ammetteva che «le 28 registrazioni effettuate dalla querelante nel corso di circa 4 anni» documentavano «il coinvolgimento del figlio minore nelle dinamiche conflittuali che agitavano i genitori», ma sosteneva che «alcune frasi obiettivamente ingiuriose e denigratorie pronunciate da Fresa nei confronti» dell’ex consorte, «in alcune occasioni anche alla presenza del figlio o della collaboratrice domestica», non consentivano, «per la loro episodicità e per la valutazione resa dal consulente tecnico d’ufficio nel giudizio civile, di […] ricondurre le condotte nell’ambito dell’ipotesi delittuosa di maltrattamenti in famiglia».
Il 30 gennaio scorso B. è tornata alla carica, convinta della pericolosità dell’ex marito. Ha chiesto ai magistrati di Roma di valutare un’eventuale responsabilità penale di Fresa per «maltrattamenti, almeno sotto il profilo psicologico, in danno del bambino» e ha denunciato «l’ambiente e le condizioni di vita che lo stesso Fresa ha creato e tollera nella sua abitazione di Roma, tali da porre a rischio lo sviluppo armonico e ordinato della personalità morale e psicologica» del figlio.
Pur di fronte a una situazione tanto complessa, a dicembre, il Csm ha archiviato la pratica per incompatibilità ambientale aperta nei confronti di Fresa a seguito della pubblicazione di un articolo relativo all’inchiesta di Civitavecchia (al centro un ulteriore «incidente» occorso a un’altra amante). Determinante per l’archiviazione si è rivelata la posizione del procuratore generale della Cassazione, Piero Gaeta: la toga ha evidenziato la mancanza dello «strepitus» mediatico, decisivo per il riconoscimento dell’incompatibilità ambientale, ma ha anche scelto di non promuovere alcuna azione disciplinare e ha giustificato tale decisione con le richieste di archiviazione in sede penale. In più, ha assicurato di avere «limitato le funzioni interne» di Fresa in ragione delle «problematiche che erano emerse e che ora si sono ripetute».
Dopo questa «arringa» Palazzo Bachelet ha riconosciuto che «i fatti posti all’attenzione dell’autorità giudiziaria di Civitavecchia non risultano oggetto di alcuna divulgazione» e ha disposto l’archiviazione.
Fresa ha salvato posto di lavoro e stipendio.
Adesso la Procura generale della Cassazione è ritornata sui suoi passi e ha aperto un nuovo procedimento disciplinare, il 4/26 D.
La ex moglie è stata convocata il 14 maggio «per essere sentita quale persona informata dei fatti» dagli avvocati generali Giuseppina Casella e Pasquale Fimiani, entrambi vice di Gaeta (Fimiani ha concorso con lui per il posto di pg). Dunque, almeno questa volta, sembra che la pratica sia stata presa seriamente.
Ricordiamo, infatti, che all’epoca in cui La Verità rivelò la storia del colpo inferto da Fresa al volto dell’ex moglie e la conseguente denuncia, la Procura generale, quando a dirigerla era Giovanni Salvi, aveva chiesto il non luogo a procedere. Ma il Csm si era opposto e aveva ordinato l’imputazione coatta. A questo punto, dopo una complessa e lunga istruttoria, la Procura generale, stavolta guidata da Luigi Salvato, aveva chiesto l’assoluzione. Ma anche in questo caso il Csm aveva deciso diversamente e aveva inflitto al magistrato della Cassazione la condanna alla perdita di sei mesi di anzianità.
Nella sentenza del 2022 vengono riportati alcuni passaggi interessanti dell’istruttoria. Per esempio la testimonianza di E., un’ex compagna di liceo di Fresa, la quale, però, ha offerto una versione dei fatti favorevole a B.. Scrivono, i consiglieri del Csm: «Sia nel colloquio con la Pg che nel breve incontro con E., il dottor Fresa non ha negato il fatto, ma lo ha al contrario corroborato con il riferimento alla necessità di un supporto psicologico.
Peraltro questo riferimento alla riconosciuta (da parte del dottor Fresa) necessità di un aiuto psicologico, evidentemente necessario per un soggetto non in grado i controllare i propri impulsi violenti, è presente anche nella narrazione della signora B.».
Nella sentenza si legge pure: «Lo stesso dottor Fresa, d’altronde, in tutte le dichiarazioni rese pur negando di avere intenzionalmente colpito la moglie ha ammesso di avere esercitato una azione violenta in danno della stessa al fine di impedirle di continuare la conversazione telefonica in atto con M. (un’altra amante, ndr) e di riprendere il telefono».
Un tradimento che Fresa aveva ammesso con queste parole: «In effetti con la predetta M. ho intrattenuto una relazione intima nel mese di luglio 2019».
Quindi B. si può comodamente definire la classica donna «cornuta e mazziata».
Durante le indagini l’ex moglie ha citato pure i presunti precedenti di Fresa, che non sappiamo se siano mai stati accertati: «lo ho un buon rapporto con P. Fresa, la figlia di Mario nata dal precedente matrimonio di mio marito» ha dichiarato a verbale la donna. «P. spesso mi parla dei comportamenti avuti da Mario durante il precedente matrimonio, fatti di violenza nei suoi confronti, nei confronti della madre e dell’altra sorella D.; spesso dopo questi atti violenti Mario finiva per fingere di aver ricevute lui stesso percosse e minacciava di chiamare l’ambulanza».
Alla fine la Sezione disciplinare (presidente David Ermini, relatore Giuseppe Cascini), nel 2022, infligge a Fresa la pena della perdita di sei mesi di anzianità.
Con queste motivazioni: «La particolare gravità del fatto commesso, caratterizzato da una condotta violenta nei confronti della moglie convivente, all’esito di una lite scaturita dalla infedeltà dell’incolpato»; «la grave lesione arrecata alla immagine del magistrato, a seguito della diffusione mediatica della vicenda e anche in considerazione della posizione rivestita dall’incolpato nell’ordine giudiziario (sostituto procuratore generale presso la Corte di Cassazione, addetto al disciplinare)»; «la mancata comprensione, anche successivamente al fatto, della gravità della condotta e l’assenza di consapevolezza del disvalore del fatto da parte dell’incolpato, il quale ha continuato ad attribuire ad asseriti deficit psicologici della moglie la responsabilità di quanto accaduto».
Fresa, a questo punto, fa ricorso davanti alla Cassazione, proponendo sette motivi di doglianza. Le Sezioni unite della Suprema Corte ne rigettano sei, accogliendo soltanto l’ultimo che concerneva la quantificazione della sanzione.
Il nuovo Csm, presieduto questa volta da Fabio Pinelli, nel 2024, di fronte alla richiesta di rideterminazione della pena, l’ha ridotta a due mesi.
Nelle scorse settimane, Palazzo Bachelet, dopo i nostri articoli, non ha avviato nessuna nuova pratica, mentre la Procura del Palazzaccio, come detto, ha deciso di aprire un procedimento per provare a vederci chiaro.
E, forse, per ascoltare quegli audio imbarazzanti che il gip non ha ritenuto sufficienti per condannare Fresa.
«Stop all’export di benzina, incentivare le bioraffinerie ma eliminare le tasse green»
È un ligure atipico: al mare preferisce la montagna. Ma è anche un politico anomalo: alle vacanze in località mondane, dove fare pierre, predilige le spedizioni alpinistiche. Per esempio, qualche anno fa, ha scalato il Manaslu, uno dei quattordici 8.000 dell’Himalaya e l’ottava cima più alta del Pianeta. Qui, a 4.800 metri, al campo base, ha organizzato una degustazione di prodotti tipici, apprezzati da iraniani e statunitensi insieme, e, a 6.800, si è messo a cucinare testaroli al pesto. «Purtroppo un salame di Sant’Olcese è rimasto sotto una valanga» si rammarica, con un sorriso, Edoardo Rixi, viceministro alle Infrastrutture, nonché segretario della Lega in Liguria e deputato.
Oggi prenderà parte alla manifestazione organizzata dal Carroccio a Milano e intitolata «Senza paura. In Europa padroni a casa nostra». Molti la considerano un evento sulla cosiddetta remigrazione…
«Il tema centrale è un altro: è l’economia che, in questo periodo storico, la miopia dell’Europa e delle sue regole rischia di affossare. La nostra priorità è quella di difendere le industrie italiane e il potere di acquisto delle famiglie. Chiaramente la sicurezza è un fattore che influisce in modo determinante sulla qualità della vita, ma la nostra piattaforma è molto più vasta: vogliamo mettere in discussione le politiche di Bruxelles che minano la tenuta dell’economia italiana ed europea».
Parliamone…
«In questo momento l’Europa mantiene aperti più fronti di guerra e non ne chiude nessuno. I conflitti in Ucraina e in Medio Oriente ci hanno escluso l’accesso al 40% del mercato mondiale degli idrocarburi. Purtroppo, anche di fronte a una simile emergenza, l’Unione ci obbliga a rispettare il patto di Stabilità. Ci consentirà di sforarlo solo quando saremo in una crisi dichiarata, ma allora sarà troppo tardi. Bisogna agire subito per evitare una recessione europea paragonabile a quella del 2008. Il problema è che a guidare l’Europa sono gli Stati cosiddetti frugali, come Paesi Bassi, Danimarca, Norvegia, economie con esigenze del tutto diverse da quelle di Italia, Francia e Spagna. Per esempio la Norvegia, che si vanta di essere “green”, vive di esportazione di idrocarburi. Ma non è questa la concorrenza più deleteria».
E qual è?
«Quella che arriva da Oriente. La Cina e alcune nazioni del Sud-Est asiatico pagano il petrolio 50 dollari in più al barile e attirano così la maggior parte dei venditori. Quelle nazioni, non avendo la Bce e il debito pubblico vincolato, possono stampare moneta e attuare una politica espansiva che in futuro potrebbero pagare in termini di inflazione, ma che intanto gli impedisce di essere travolti dalla crisi energetica. E i vantaggi dei nostri competitor non sono finiti. Per esempio, possono approvvigionarsi alle materie prime russe».
C’è una via di uscita?
«L’Europa è un pachiderma incrostato di ideologia che deve diventare più flessibile e reattivo. La crisi energetica è iniziata nel 2022 con la guerra in Ucraina e si è aggravata quasi tre anni fa con il conflitto israelo-palestinese, quando gli Houthi hanno iniziato a chiudere a singhiozzo il canale di Suez…».
Dunque l’attuale scenario era prevedibile e si potevano prendere contromisure?
«Non bisogna essere fini analisti di geopolitica per sapere che l’Iran aveva iniziato a destabilizzare l’area dopo che i Patti di Abramo, tra Israele e i Paesi del Golfo, lo avevano di fatto isolato a livello commerciale. L’Europa è rimasta ferma, mentre Stati Uniti, Russia e Cina si sono mossi».
Qual è la principale colpa di Bruxelles?
«L’indecisione: in Ucraina non sospende le ostilità, né si impegna in un intervento diretto. Rimanda e a una crisi se ne somma un’altra».
Non sembra convinto delle capacità di risolvere i problemi di Ursula von der Leyen…
«L’attuale Commissione non è in grado di affrontare questi problemi. È fortemente ideologizzata, ha indebolito il sistema industriale con il Green deal e non ha mostrato lungimiranza politica sull’immigrazione, né sull’energia».
L’Italia è vulnerabile in questa fase, essendo la seconda industria manifatturiera del Continente…
«La Germania, che è la prima, può contare su un avanzo di bilancio e fare degli scostamenti che sono vietati a noi. Ma la produzione per entrambi i Paesi ha costi elevatissimi».
Gli Stati Ocse producono più benzina di quella che serve e l’Italia anche più gasolio…
«Noi, avendo conservato più raffinerie, produciamo 16,4 milioni di tonnellate di “super” a fronte di una domanda interna di 9,2 e 28,5 milioni di gasolio contro i 27,9 di fabbisogno locale. L’Europa è, invece, in deficit. Se fossimo in una bolla avremmo prezzi molto più bassi rispetto a molti altri Paesi dell’Unione, anche senza gli sconti accise. Destinati, comunque, a perdere efficacia. Avere un mercato unico ci penalizza: infatti esportiamo 5,8 milioni di benzina e 5,4 di gasolio, una scelta che ci costringe a importarne 4,8 di quest’ultimo. Ma non è la sola stortura…».
A che cosa si riferisce?
«Le politiche europee “ecologiste” hanno spinto i produttori a delocalizzare gli impianti di raffinazione fuori dal Continente, rendendoci più dipendenti da aree oggi geopoliticamente instabili e da chi governa gli stretti marittimi».
Altri errori di Bruxelles?
«L’Italia è stata penalizzata anche nella produzione dei biocarburanti in cui primeggiamo, come il Saf per gli aerei (estratto dai vegetali, ndr) e l’Hvo (il diesel ecologico proveniente dall’immondizia, ndr) che non hanno avuto sufficienti incentivi per far espandere volumi che potrebbero ridurre l’import dall’estero, soprattutto in momenti di crisi».
Il Saf in Europa può rappresentare solo il 2% della miscela…
«Mentre dal 2029 potrà arrivare al 6. Perché non sbloccare subito questa norma? Ci consentirebbe di far salire la domanda da 100.000 tonnellate a 300, quantitativo che l’Italia garantirebbe da sola».
L’Hvo potrebbe alimentare già ora buona parte del parco automobilistico a diesel…
«Inquinando meno delle macchine elettriche che sono più energivore e meno green di quanto si pensi».
In che senso?
«Per caricarle servono colonnine la cui energia è prodotta ancora dalle centrali a gas e per realizzare i loro motori sono necessarie terre rare la cui produzione è la cosa meno ecologica che ci sia».
Ma allora perché l’Europa punta sull’elettrico?
«Non lo so, anche perché i mezzi pesanti, quelli che trasportano oltre l’80% delle merci su strada, non potranno mai essere convertiti all’elettrico. Almeno non nei prossimi trent’anni».
Non va meglio con le gabelle che affliggono i trasporti…
«Il primo passo deve essere la sospensione dell’Ets, le tasse sulle emissioni che colpiscono per un miliardo di euro le flotte marittime europee, ma anche le aziende energivore, le compagnie aeree e tutto ciò che utilizza i carburanti fossili. In una situazione normale questa regola sarebbe dovuta servire a diminuire le emissioni di CO2, ma oggi è un costo che si somma agli altri. È l’esempio di come un’economia, quella europea, abbia deciso di suicidarsi, essendo l’unico Continente che le impone. È significativo che l’Organizzazione marittima internazionale, dopo un’accesa discussione, abbia deciso di non imporre nessuna tassa sui carburanti, lasciando all’Europa questa triste esclusiva che disincentiva i traffici commerciali e favorisce l’aumento dei prezzi dei beni di consumo».
Quali sono i settori più colpiti dalla crisi?
«Oltre ai trasporti, le manutenzioni stradali e le opere pubbliche. Gli impianti di produzione del bitume, derivato del petrolio, sono fermi e il prezzo dell’asfalto è salito anche del 60-70%. La conseguenza è la crescita fuori controllo del costo dei lavori. Già adesso abbiamo dovuto bloccare numerosi cantieri. Non prendere contromisure per affrontare una crisi energetica che sta diventando strutturale e che rischia di prolungarsi sino al 2027 può rivelarsi letale».
Quali soluzioni suggerisce?
«Riaprire subito l’approvvigionamento di gas e petrolio russi e non cancellare i 20 milioni di metri cubi che ancora si importano da Mosca, come previsto per il 2027: significherebbe fare aumentare in modo insostenibile i prezzi degli idrocarburi. E poi incrementare gli incentivi per i biocarburanti; consentire il riciclo del 100% degli asfalti; chiedere a chi raffina in Italia di non esportare in questo momento e offrire incentivi anche a quel settore; aiutare gli autotrasportatori ad affrontare gli extracosti, un tema su cui occorrerebbe avviare un tavolo di crisi a Palazzo Chigi».
Per proporre che cosa?
«Di aprire a misure speciali che vadano oltre al vincolo europeo che impedisce di dare soldi alle aziende. Per esempio, una società di trasporto che ha un Euro5 o un Euro6 fino a pochi mesi fa prendeva in media 268 euro di contributo statale per ogni pieno. Visto lo sconto accise, l’Europa, avendolo considerato un aiuto di Stato, consente di dare solo 68 euro. Questo vuol dire che l’aumento del costo del gasolio resta a carico delle aziende italiane, e ne mette a rischio i bilanci».
Non conviene cercare altri mercati dove approvvigionarsi?
«Lo stiamo facendo, ma bisogna tener presente che i gasdotti ci collegano solo ad alcuni Paesi. In futuro ci riforniremo con gasiere e petroliere provenienti da Centro e Sud-America, ma a costi molto più alti. Stesso discorso per buona parte dell’Africa, mercato che inizia a essere molto affollato, soprattutto per il gas».
Con una riapertura rapida dello stretto di Hormuz, l’emergenza rientrerebbe?
«Temo che il prezzo dell’energia resterà elevato per lungo tempo. I costi dei noleggi e delle assicurazioni marittime, per i passaggi negli stretti, rimarranno alti e tutto si scaricherà sul costo del carburante».
Gli aerei, invece, quando inizieranno a restare a terra?
«Se l’Europa si sveglia, mai. Altrimenti la possibilità per gli scali europei di rimanere “corti” sulle riserve di jet-fuel potrebbe diventare concreta. Oggi la domanda continentale è circa di 75 milioni di tonnellate e la produzione di 54. Se dovesse aumentare il fabbisogno globale o i Paesi del Sud est asiatico continuassero a fare incetta di jet-fuel, ci potrebbe essere un problema serio di rifornimento. Per questo ritengo che il Saf, anche se ha costi superiori, dovrebbe essere considerato dall’Europa come una riserva strategica».
La crisi può impattare sui cantieri del Pnrr?
«Credo che l’Ue dovrebbe dare una deroga da sei mesi a un anno perché in questo momento i costi dei derivati del petrolio stanno lievitando rapidamente e noi non possiamo far lavorare le nostre aziende in perdita. Senza misure urgenti l’alternativa è ugualmente terribile: o si bloccano i cantieri o saltano le ditte».
Torniamo a uno dei temi della manifestazione di oggi: la remigrazione. Cos’è e come si può realizzare?
«È un concetto che se non viene riempito di contenuti concreti rischia di rimanere un termine vuoto e propagandistico a uso di qualche estremista. Noi siamo un movimento né di destra, né di sinistra e non abbiamo nostalgia delle ideologie del Novecento. Ma ci tengo a ribadire con altrettanta chiarezza che chi delinque in Europa e in Italia e non ha diritto di stare sul Continente deve poter essere allontanato in tempi rapidi. Per questo occorre incrementare gli accordi bilaterali con i Paesi d’origine degli immigrati che commettono reati, in particolare con quelli nordafricani, e convincere la magistratura italiana ed europea che le leggi vanno applicate e non interpretate. Questo anche a tutela delle tante comunità straniere che oggi si sono integrate e che sono le prime discriminate, a causa di fenomeni delinquenziali e di persone che approfittano del nostro Welfare».
Chiudiamo con una notizia che riguarda la sua città: la sindaca di Genova Silvia Salis ha spiegato a Bloomberg di essere disponibile, se dovessero chiederglielo, a fare la federatrice del Campo largo …
«Senza ironia, secondo me sarebbe un ottimo candidato per il centro-sinistra, ma non so se quest’ultimo sia così maturo per comprenderlo…».
Endorsement sorprendente...
«È chiaro che non ho le stesse idee della Salis, ma questo non mi impedisce di riconoscerle grandi capacità, sicuramente superiori a quelle di Elly Schlein, che senza di lei non avrebbe ripreso Genova».
Per anni i magistrati della Procura di Roma, che oggi indagano sui rapporti economici tra l’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e Mauro Carroccia, ristoratore e presunto prestanome del clan Senese, sono stati guidati da un procuratore che gli inquirenti di Caltanissetta accusano di avere favorito la mafia e aver contribuito a quel clima di isolamento che ha portato all’uccisione di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Alla vigilia del referendum una manina ha fatto circolare una foto di Delmastro con Carroccia, ma è finito sui giornali anche un selfie con Giorgia Meloni di un peone collegato alla criminalità organizzata e, sembra, frequentatore di politici locali di Fratelli d’Italia. Giusto fare le pulci al potere. Ciò che stupisce è che sulle presunte relazioni pericolose, anzi pericolosissime, di colui che è stato per quasi tre lustri il magistrato più potente d’Italia (con la benedizione del presidente Giorgio Napolitano) e del Vaticano (Francesco lo volle come presidente del Tribunale della Santa sede) giornali e trasmissioni tv non si scaldano. Preferiscono sorvolare. Forse perché per troppo tempo la stampa progressista (su cui Pignatone firmava dotti editoriali) si è ben guardata dal metterne in discussione il lavoro, a partire dai tempi gloriosi di Mafia Capitale, che mafia non era. E anche quando scoppiò il caso di Luca Palamara, di cui Pignatone era una sorta di fratello maggiore, i cronisti tennero ben distinte le due posizioni.
Ma a tirare giù dal piedistallo il magistrato siciliano ci stanno pensando i colleghi della Procura di Caltanissetta. Per esempio con le 385 pagine di richiesta di archiviazione della Procura di Caltanissetta del 10 aprile 2026 del fascicolo contro ignoti che ha investigato la causa delle stragi del 1992, giungendo alla conclusione che, tra queste, ci sia anche la cattiva gestione del procedimento Mafia e appalti. Nel riferire l’altro ieri in Commissione Antimafia il procuratore di Caltanissetta Salvatore De Luca ha parlato di «un gravissimo errore» commesso dall’allora sostituto procuratore di Palermo Pignatone, ammesso da lui stesso, che avrebbe «vanificato l’80% dell’indagine Mafia e appalti». Per coloro che conoscono gli atti è ben chiaro che De Luca abbia fatto riferimento all’omessa iscrizione di indagati eccellenti (sentiti come semplici testimoni) riferita dai pubblici ministeri Ilde Boccassini e Roberto Saieva.
Oggi gli inquirenti hanno maturato la convinzione che non di «errore» si sia trattato, ma di atti ben ponderati al punto che gli stessi pubblici ministeri nisseni hanno sottolineato «alcune contiguità» di Pignatone «con soggetti appartenenti al mondo mafioso/imprenditoriale dell’epoca», evidenziando come «questo elemento ha certamente inciso rispetto alla sovraesposizione dei magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino», considerata prodromica alla loro eliminazione da parte della Piovra mafiosa. Una vicinanza che sarebbe dimostrata non solo dagli «errori» compiuti da Pignatone nel più importante procedimento di mafia a lui assegnato, ma anche dai 24 immobili acquistati dalla famiglia Pignatone nella palermitana via Turr dalla società Raffaello degli imprenditori mafiosi Vincenzo Piazza, Francesco Bonura e Salvatore Buscemi.
La Procura evidenzia che «Piazza, suo cognato Aurelio Giovanni Chiovaro, i fratelli Salvatore e Antonino Buscemi e Bonura sono stati, negli anni, tutti condannati per associazione mafiosa con pene definitive» e che Piazza, Bonura e Salvatore Buscemi erano massoni della loggia Dante Alighieri. Sui legami tra Pignatone e questi signori gli inquirenti valorizzano le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Angelo Siino, Giovanni Brusca (lodato, per il suo ruolo, da Pignatone sulla Repubblica) e Salvatore Cancemi che, a partire dagli anni Novanta, hanno iniziato a riferire ai magistrati che l’ex giudice del Papa era «a disposizione» dei fratelli Buscemi o «nelle mani» di Vincenzo Piazza. Un’ipotesi negata con forza dalla difesa di Pignatone, ma ritenuta attendibile da De Luca e dai suoi colleghi. Nella richiesta di archiviazione si legge che «non si può in alcun modo convenire sul fatto che gli accertamenti svolti abbiano smentito le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia» e ciò perché «non soltanto sono stati acclarati rapporti patrimoniali di Giuseppe Pignatone sia con i Buscemi che con Piazza, ma le contiguità del nucleo familiare del magistrato con quest’ultimo soggetto iniziano ben prima dell’acquisto dell’immobile di via Turr, atteso che […] fin dal 1964, il nucleo familiare di Francesco Pignatone, padre di Giuseppe, ha vissuto in un immobile costruito da Rosolino Piazza, padre di Vincenzo». Una questione che approfondiremo tra breve.
La Procura di Caltanissetta, come in tutte le indagini di mafia, ha svolto investigazioni sulla famiglia di origine di Pignatone accertando che alle nozze del padre Francesco, celebratesi a San Cataldo il 12 novembre 1947, era stato testimone di nozze Calogero Volpe futuro deputato della Democrazia cristiana per circa un ventennio e definito da Wikipedia «politico, medico e mafioso italiano». La Procura di Caltanissetta ricorda che nella relazione d’opposizione del 4 febbraio 1976 in Commissione parlamentare Antimafia «Calogero Volpe veniva indicato come estremamente vicino a contesti mafiosi» e veniva definito «il cervello politico del sistema di potere mafioso in provincia di Caltanissetta». Tra i grandi elettori del parlamentare ci sarebbe stato anche il boss di Riesi Giuseppe Di Cristina, morto ammazzato nel 1978. Nel documento veniva anche puntualizzato che Volpe «sarebbe stato presente a un comizio tenuto dall’onorevole Pignatone e voluto da don Calò Vizzini, perché si celebrasse l’ideale e le virtù della mafia-politica».
Nel 1964, quando Pignatone ha 15 anni, la sua famiglia si trasferisce a Palermo, nella palazzina dei Piazza. Dei 14 appartamenti divisi su sette piani quattro risultavano di pertinenza della famiglia Pignatone, sei della famiglia Piazza e soltanto i restanti quattro appartenevano a soggetti diversi. Quasi una comune politico-mafiosa. Nel 1980 i Pignatone si spostano in via Turr. In un’intercettazione del 2024 Bonura ha esclamato: «Se ne sono comprate proprietà da Piazza, da noi…ma proprio un mare! Oltre l’appartamento che aveva Pignatone c’ha magazzini, c’ha uffici, ha tante cose!». Confutando la difesa di Pignatone, i pm nisseni annotano che già all’epoca degli acquisti «era evidente che le figure di Vincenzo Piazza e dei soci Francesco Bonura e Salvatore Buscemi, fossero, già al tempo, accostate alla criminalità organizzata». Per quelle compravendite, alla fine degli anni Novanta, Pignatone è stato indagato e archiviato. Anche grazie alla consegna delle matrici degli assegni con cui avrebbe effettuato il pagamento del suo immobile (un pentito aveva parlato di regalo della mafia). Dopo oltre 25 anni i magistrati nisseni non sembrano condividere la scelta del gip che aveva archiviato il caso: «Non si comprende la ragione per la quale Pignatone abbia conservato documentazione totalmente non probante, come le matrici, e non, invece, copia dei titoli che a esse corrispondono o, addirittura, una quietanza dei pagamenti effettuati». E sottolineano «le discrasie tra gli importi delle fatture» emesse dalla società immobiliare Raffaello, controllata dalla mafia, e «le somme indicate nelle matrici», quasi sempre diverse. Addirittura per due assegni da 14 e 6 milioni non si sono trovati i corrispondenti documenti contabili. Senza contare che alcuni pagamenti sarebbero stati emessi in favore di Salvatore Buscemi e non della società venditrice.
Una scelta così stigmatizzata nella richiesta di archiviazione: «Non si comprende a che titolo 2 dei 7 assegni emessi a saldo del prezzo pattuito dovessero essere intestati a Salvatore Buscemi, se si considera che la società venditrice degli immobili era una società di capitali che, come tale, è un soggetto giuridico diverso sia dal suo amministratore che dai soci che ne detengono il capitale». Secondo una consulenza ordinata dalla Procura, alla fine, «Pignatone avrebbe pagato, per l’appartamento acquistato in via Turr, un prezzo sensibilmente inferiore (di circa un terzo) a quello di mercato» e una parte, come ammesso dallo stesso Pignatone nell’interrogatorio, di tale incongruo prezzo sarebbe stata versata in nero.
L’indagato, a verbale, ha dichiarato: «È stato, quindi, pagato un prezzo complessivo di 76.700.000 lire; nell’atto pubblico, stipulato solo a nome di mia moglie, fu indicato, per ben note ragioni fiscali, un prezzo di 55.000.000 (comprensivo della quota di mutuo)». Una scelta borderline che secondo i magistrati avrebbe portato a conseguenze nefaste per il buon nome dell’ex collega: «Pignatone ammette, palesemente, di essersi prestato a consentire un’evasione fiscale ad una società la cui compagine e i cui rappresentanti erano da anni considerati “in odore di mafia”; evasione fiscale concordata con Salvatore Buscemi, capo mandamento di Passo di Rigano. La circostanza assume sicuramente estremo rilievo in relazione all’immagine del dottor Pignatone “agli occhi di Cosa nostra”, con tutto ciò che ne poteva conseguire circa le “chiacchiere” che circolavano sul suo conto in ambito mafioso». Ma da Caltanissetta altre bordate sono state riservate alla gestione del procedimento Mafia e appalti.
L’aspetto forse più inquietante emerso è la disposizione di smagnetizzare le intercettazioni e di distruggere i brogliacci impartita da Pignatone e da Gioacchino Natoli (i due restano indagati per favoreggiamento della mafia in un fascicolo stralciato da quello per cui è stata chiesta l’archiviazione) nel procedimento relativo alle infiltrazioni del clan Buscemi/Bonura nella gestione della cave di marmo di Carrara. La Procura di Caltanissetta in questi mesi ha accertato che, in realtà, l’ordine di distruzione di Pignatone e Natoli, per un caso fortuito, non è stato eseguito dagli uffici e ciò ha consentito il riascolto di quelle conversazioni che fornivano elementi utili perfino alla ricostruzione di un duplice omicidio che coinvolgeva Bonura, vale a dire l’uomo che aveva venduto 24 immobili ai Pignatone.
Gli inquirenti sono arrivati alla conclusione che la distruzione delle intercettazioni per liberare spazio sulle bobine non fosse una prassi consolidata e che, comunque, per farlo sarebbe bastato distruggere il materiale collegato a fascicoli passati in giudicato e proveniente da procedimenti ordinari. Invece a Palermo il solo Pignatone in tutta la Procura del capoluogo siciliano, tra il 1991 e il 1993, avrebbe fatto distruggere prove di inchieste di mafia archiviate e non concluse in modo definitivo.
Nella richiesta di archiviazione la preoccupante ricostruzione viene suggellata con le dichiarazioni rilasciate nel giugno 1992 dalla giornalista Liana Milella. Falcone, prima di morire, le aveva consegnato i suoi diari «per dimostrare il suo “isolamento” nel periodo di permanenza alla Procura di Palermo» dove non poteva più «lavorare efficacemente […] a causa della contrapposizione che si era venuta a creare con il procuratore Giammanco e con i sostituti procuratori più vicini a quest’ultimo, tra i quali in particolare il dottor Lo Forte e il dottor Pignatone».
Tutto questo non è bastato a evitare che Pignatone diventasse, per usare le parole di un suo giovane collega perugino, «un monumento della magistratura italiana».





