«Costretti ad abbattere gli animali». Scoprono ora l’eurofollia agricola
  • Scorte di mangime solo per 20 giorni: pesa il divieto di export di Ungheria e Serbia. Senza cibo, i capi vanno uccisi. Stefano Patuanelli si sveglia: «Bisogna far slittare le misure della Pac che limitano la produzione e dare aiuti».
  • Caro bollette: in Lombardia e Veneto ristoranti e negozi chiudono prima o aprono solo nei week end per ridurre i costi. A Genova i commercianti annunciano rincari delle merci in vendita.

Lo speciale contiene due articoli.

Tra egoismi nazionali con tentazioni autarchiche e luogocomunismo ecologista l’Europa nei giorni della guerra frana sulla politica agricola. Ieri ne ha preso atto Stefano Patuanelli, il ministro dell’Agricoltura, che in Consiglio dei ministri ha tenuto una lunga informativa sulla situazione drammatica delle nostre campagne. Ha detto: «L’aumento delle materie prime e dei costi energetici sta erodendo la redditività: il settore agroalimentare non riesce più a redistribuire gli aumenti lungo la filiera produttiva». Sono in ballo 150 miliardi di fatturato (51 dall’export) che diventano 350 con annessi e connessi. Così il ministro 5 stelle ha dovuto occuparsi delle stalle che sono in gravissima sofferenza. Mancano i mangimi; Assalzoo – l’associazione dei produttori di alimenti per gli animali – stima che le riserve bastino per 20 giorni, dopo si dovranno abbattere gli animali per evitare che muoiano di fame. La Coldiretti annuncia che sono già cominciati i razionamenti negli allevamenti. La carenza di mangimi è dovuta al blocco delle importazioni da Ucraina, Russia, ma anche da Ungheria (ci vende il 30% circa del mais che ci serve per le nostre vacche) e Serbia. Francia e Germania non sono disposte a darci il loro grano tenero visto che quello che compriamo all’estero (oltre il 60%) è bloccato nei porti di Odessa. Ci manca il cibo per le vacche, ci sta per mancare il pane. È lo spirito comunitario!

Patuanelli accodandosi a quanto già detto dal suo sottosegretario Gian Marco Centinaio (Lega) che ieri ha riunito il tavolo sulla crisi del grano, ha aggiunto: «Bisogna riorientare la Pac e sbloccare gli aiuti di Stato al settore agricolo e agroalimentare». La smentita più clamorosa di Bruxelles il ministro la riserva al cosiddetto Farm to Fork che imporrebbero di lasciare il 10% di superficie incolta e di bandire l’utilizzo di fertilizzanti e fitofarmaci. Non ce lo possiamo più permettere, almeno non noi italiani. Così il ministro sostiene: «Occorre posticipare la Pac e le misure volte a limitare la produzione, incrementare i pagamenti accoppiati per le produzioni per cui l’Ue non è autosufficiente (proteine vegetali, cereali, eccetera, ndr); consentire l’utilizzo delle superfici lasciate a riposo e di tutti i pascoli; introdurre un contributo flat “ex-novo” per tutte le superfici agricole utilizzate, per ammortizzare l’incremento dei costi di produzione; rimuovere il vincolo al non incremento della superficie irrigabile, per aumentare la produttività del settore agroalimentare».

Insomma smontiamo tutto altrimenti non avremo da mangiare e al Green deal ci pensiamo un’altra volta. Infine il ministro chiede una moratoria sui mutui per le aziende agricole e un sostegno tipo quello attuato per il Covid. Basterà? Secondo Gian Marco Centinaio, che ha criticato le tentazioni autarchiche ungheresi, bisogna «che l’Europa subito sblocchi un milione di ettari dal fondo di rotazione per salvare il salvabile e poi bisogna rafforzare i contratti di filiera per produrre più cereali». Le stalle però hanno bisogno subito di mangimi. Comprare in America dove un po’ di mais c’è, anche se è passato da 30 a 90 euro al quintale, non serve: per arrivare ci mette sei settimane, troppo. Uno sforzo lo annuncia la Coldiretti che con il suo presidente Ettore Prandini ieri al tavolo dei cereali ha dichiarato: «Siamo pronti a coltivare da quest’anno 75 milioni di quintali in più di mais per gli allevamenti, di grano duro per la pasta e tenero per la panificazione. Proponiamo all’industria alimentare e mangimistica di lavorare da subito a contratti di filiera con impegni pluriennali e il riconoscimento di un prezzo di acquisto “equo”, basato sugli effettivi costi per recuperare livelli produttivi già raggiunti nel passato».

Luigi Scordamaglia, consigliere di Filiera Italia, è netto: «Serve un cambio di rotta immediato. Basta smantellare la nostra produzione aumentando la nostra dipendenza dall’estero». Scordamaglia di fatto replica a Ivano Vacondio, presidente di Federalimentare, che sostiene essere impossibile immaginare l’Italia autosufficiente dal punto di vista agricolo. Invece il consigliere delegato di Filiera Italia insiste: «Ha fatto bene Draghi a dire che l’Europa deve rivedere il quadro regolatorio dell’agricoltura. Tenere i terreni improduttivi non tutela l’ambiente. Il Farm to Fork avrà l’effetto di far crollare del 30% la produzione, il modello virtuoso è invece quello italiano e l’auspicio è che la Pac predisponga misure per sostenere la vera agricoltura e la zootecnia».

E che ce ne sa bisogno lo dimostra la crisi che sta mordendo il lattiero caseario. Le stalle smettono di produrre e questo, già in Sardegna come nel Cilento e nelle zone pedemontane delle Alpi, significa che non si fanno più formaggi. Anche stavolta ce lo impone l’Europa.


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