
Perchè il nuovo quotidiano economico Verità&Affari.
«Perché un altro quotidiano economico? Non ce ne sono già due?». È una domanda che mi sono sentito rivolgere spesso nei giorni scorsi, quando è cominciata a circolare la notizia che ai primi di aprile sarebbe uscita in edicola la nuova testata Verità&Affari. Curiosamente è la stessa domanda che in tanti mi rivolgevano cinque anni fa. Che senso ha un altro giornale politico d’impronta moderata quando il mercato è presidiato da quotidiani che hanno alle spalle decenni di storia? Come pensi possa sopravvivere una nuova impresa editoriale quando quelle che ci sono già boccheggiano?
La risposta sta nei risultati. Quando, nel settembre del 2016, lanciammo La Verità, ovvero una testata indipendente che prometteva di raccontare i fatti senza farsi condizionare da nessuno, l’iniziativa appariva temeraria. Quasi tutti scommettevano su una chiusura ravvicinata, certi che non avremmo mangiato il panettone. Invece, l’idea di un giornale che non si piegasse agli interessi del proprio editore, ma che avesse a cuore solo quelli dei lettori ha funzionato. Non solo siamo riusciti a sopravvivere in un mare, quello dell’editoria, in tempesta, ma giorno dopo giorno abbiamo guadagnato copie, riuscendo in cinque anni a scavalcare (per vendite) i concorrenti, fino a diventare il quotidiano più diffuso in quell’area moderata che alcuni giudicavano già troppo affollata.
Beh, adesso ci riproviamo. Verità&Affari è un’altra sfida, delle molte che già abbiamo affrontato nella breve vita del nostro gruppo editoriale. Il nuovo quotidiano, che si affianca a quello madre, a Panorama e alle testate che nel corso degli anni abbiamo comprato, ha l’ambizione di raccontare i fatti dell’economia senza censure. La finanza e l’industria spesso contano più della politica. Ma a differenza di ciò che avviene con il governo e con i partiti, quasi mai le decisioni che coinvolgono la vita di milioni di persone sono raccontate per quel che sono. È inutile nascondersi dietro a un dito: se la politica ormai non è in grado di condizionare l’informazione, o per lo meno non lo è se non per i piccoli interessi di carriera che alcuni giornalisti coltivano, l’economia influenza pesantemente organi di stampa e tv. Il potere dei soldi conta più del quarto potere. Anzi, in qualche caso addirittura se lo è comprato. Non è un fenomeno nuovo. Giampaolo Pansa, negli anni Settanta, vi dedicò addirittura un libro, dal titolo inequivocabile: Comprati e venduti. Nel passato Eugenio Cefis, l’uomo che Eugenio Scalfari e Giuseppe Turani incorniciarono nel libro Razza padrona, la stampa se la rese amica finanziandola. Ma prima di lui ci aveva pensato Enrico Mattei, fondando il Giorno. Gli Agnelli avevano la Stampa, poi raddoppiarono con il Corriere, e infine, ceduta la quota del gruppo di via Solferino, hanno rilevato Gedi. Tralascio tanti altri interessi che si intravedono dietro alle quinte, perché l’elenco sarebbe troppo lungo e non ne vale la pena. Se ho citato alcuni casi è solo per far comprendere che la necessità di un’informazione indipendente è più che mai attuale. Qualcuno potrebbe obiettare: hai già la Verità, perché non usi quella per raccontare ciò che accade nel mondo della finanza e dell’industria? Il giornale che dirigo racconta molti retroscena dell’economia, ma aumentare il peso dell’informazione dedicata a questi argomenti significherebbe snaturarne il progetto.
Meglio dunque creare un quotidiano tutto nuovo, affidato alle mani di un collega bravo e capace come Franco Bechis e a una redazione di professionisti pronti ad andare a caccia di notizie. Gli argomenti non mancano. Si va dal Pnrr, piano nazionale di resilienza e ripresa, la cui applicazione e i cui effetti sono tutti da dimostrare, alle grandi questioni che riguardano il mondo imprenditoriale e finanziario. A chi finirà e quanto costerà ai contribuenti Mps? Chi si prenderà Ita, ovvero l’ennesima società nata dal disastro di Alitalia? Che cosa succederà all’Ilva, ora che il prezzo del carbone è salito alle stelle e il piano industriale vacilla? Che ne sarà di Tim, contesa da diversi fondi finanziari senza che né il governo né la Consob abbiano nulla da ridire? E nella guerra tra Francesco Gaetano Caltagirone e Leonardo Del Vecchio da una parte e Mediobanca dall’altra, per il controllo di Generali, chi prevarrà e, soprattutto, qual è il vantaggio per gli azionisti? E Stellantis, cioè il nuovo gruppo nato dalla fusione di Fca con Peugeot, che farà? Dopo il passo indietro degli Agnelli, il suo amministratore ha già fatto capire che gli stabilimenti italiani costano troppo e non si capisce se il discorso serva a preparare la ritirata o a mettere da parte le munizioni per battere cassa e avere altri soldi dallo Stato. E poi ci sono le scalate bancarie, gli esiti dei fallimenti degli scorsi anni (quasi tutti impuniti), le piccole e grandi ruberie, per non parlare delle angherie fiscali e delle normative contro la piccola e media impresa. Sì, per raccontare tutto ciò forse non basta un quotidiano, ce ne vogliono due.
Ed è per questo che nasce Verità&Affari, una testata che promette, con lo stile della casa madre, di non guardare in faccia a nessuno, investitori e non investitori pubblicitari, sempre con un occhio al lettore. Buona lettura dunque, con l’impegno che cercheremo di non deludervi. ma giorno dopo giorno abbiamo guadagnato copie, riuscendo in cinque anni a scavalcare (per vendite) i concorrenti, fino a diventare il quotidiano più diffuso in quell’area moderata che alcuni giudicavano già troppo affollata. Beh, adesso ci riproviamo. Verità&Affari è un’altra sfida, delle molte che già abbiamo affrontato nella breve vita del nostro gruppo editoriale. Il nuovo quotidiano, che si affianca a quello madre, a Panorama e alle testate che nel corso degli anni abbiamo comprato, ha l’ambizione di raccontare i fatti dell’economia senza censure. La finanza e l’industria spesso contano più della politica. Ma a differenza di ciò che avviene con il governo e con i partiti, quasi mai le decisioni che coinvolgono la vita di milioni di persone sono raccontate per quel che sono. È inutile nascondersi dietro a un dito: se la politica ormai non è in grado di condizionare l’informazione, o per lo meno non lo è se non per i piccoli interessi di carriera che alcuni giornalisti coltivano, l’economia influenza pesantemente organi di stampa e tv.
Il potere dei soldi conta più del quarto potere. Anzi, in qualche caso addirittura se lo è comprato. Non è un fenomeno nuovo. Giampaolo Pansa, negli anni Settanta, vi dedicò addirittura un libro, dal titolo inequivocabile: Comprati e venduti. Nel passato Eugenio Cefis, l’uomo che Eugenio Scalfari e Giuseppe Turani incorniciarono nel libro Razza padrona, la stampa se la rese amica finanziandola. Ma prima di lui ci aveva pensato Enrico Mattei, fondando il Giorno. Gli Agnelli avevano la Stampa, poi raddoppiarono con il Corriere, e infine, ceduta la quota del gruppo di via Solferino, hanno rilevato Gedi. Tralascio tanti altri interessi che si intravedono dietro alle quinte, perché l’elenco sarebbe troppo lungo e non ne vale la pena. Se ho citato alcuni casi è solo per far comprendere che la necessità di un’informazione indipendente è più che mai attuale. Qualcuno potrebbe obiettare: hai già la Verità, perché non usi quella per raccontare ciò che accade nel mondo della finanza e dell’industria? Il giornale che dirigo racconta molti retroscena dell’economia, ma aumentare il peso dell’informazione dedicata a questi argomenti significherebbe snaturarne il progetto. Meglio dunque creare un quotidiano tutto nuovo, affidato alle mani di un collega bravo e capace come Franco Bechis e a una redazione di professionisti pronti ad andare a caccia di notizie.
Gli argomenti non mancano. Si va dal Pnrr, piano nazionale di resilienza e ripresa, la cui applicazione e i cui effetti sono tutti da dimostrare, alle grandi questioni che riguardano il mondo imprenditoriale e finanziario. A chi finirà e quanto costerà ai contribuenti Mps? Chi si prenderà Ita, ovvero l’ennesima società nata dal disastro di Alitalia? Che cosa succederà all’Ilva, ora che il prezzo del carbone è salito alle stelle e il piano industriale vacilla? Che ne sarà di Tim, contesa da diversi fondi finanziari senza che né il governo né la Consob abbiano nulla da ridire? E nella guerra tra Francesco Gaetano Caltagirone e Leonardo Del Vecchio da una parte e Mediobanca dall’altra, per il controllo di Generali, chi prevarrà e, soprattutto, qual è il vantaggio per gli azionisti? E Stellantis, cioè il nuovo gruppo nato dalla fusione di Fca con Peugeot, che farà? Dopo il passo indietro degli Agnelli, il suo amministratore ha già fatto capire che gli stabilimenti italiani costano troppo e non si capisce se il discorso serva a preparare la ritirata o a mettere da parte le munizioni per battere cassa e avere altri soldi dallo Stato. E poi ci sono le scalate bancarie, gli esiti dei fallimenti degli scorsi anni (quasi tutti impuniti), le piccole e grandi ruberie, per non parlare delle angherie fiscali e delle normative contro la piccola e media impresa. Sì, per raccontare tutto ciò forse non basta un quotidiano, ce ne vogliono due. Ed è per questo che nasce Verità&Affari, una testata che promette, con lo stile della casa madre, di non guardare in faccia a nessuno, investitori e non investitori pubblicitari, sempre con un occhio al lettore. Buona lettura dunque, con l’impegno che cercheremo di non deludervi.
Non è un luogo comune. Sospeso tra monti e cielo, avvolto nel silenzio e incorniciato da Alpi e Dolomiti, San Vigilio di Marebbe conquista al primo sguardo. Non appena si raggiunge la piccola località situata in quel punto di Alto Adige al confine austriaco, custode della cultura ladina e porta d’ingresso dei Parchi naturali di Fanes, Senes e Braies e del Puez Odle, si resta incantanti dall’atmosfera serena che si respira nell’aria.
Tra case in legno con balconi fioriti, ordine impeccabile e persone cordiali, si entra in contatto con un’oasi di pace ad alta quota dove traffico, stress e preoccupazioni lasciano il posto a valori autentici e paesaggi sorprendenti. Un’oasi di pace ad alta quota che nella bella stagione, con le giornate che si fanno più lunghe, le temperature che si riscaldano, i colori che diventano più intensi e la natura che si accende, dà il meglio, offrendo ai visitatori uno spettacolo naturale a 360 gradi e a tutti i livelli.
In paese, a valle, in mezzo ai boschi, nei parchi, in cima al Plan de Corones cambiano gli scorci e si moltiplicano le sorprese. Da scoprire e da prendere al volo, complice il pacchetto turistico «Spring special». Un nome, un programma. Valido fino al 28 giugno, invita i visitatori a prenotare una struttura aderente all’iniziativa sul sito www.springspecial.it. E a loro offre gratuitamente o a prezzi agevolati un ventaglio di proposte, attività, escursioni ed esperienze, con l’obiettivo di accompagnare, giorno per giorno, in una vacanza capace di stupire e rigenerare, divertire e rilassare prima che scoppi il boom dell’alta e altissima stagione di luglio e agosto; in una vacanza soprattutto a stretto contatto con la natura più vera e suggestiva di alta montagna.
Tra le esperienze da non farsi sfuggire a San Vigilio, le escursioni guidate in bicicletta (gratuite, con sconto di 20 euro sul noleggio bicicletta). Organizzate dalla Bike school di San Vigilio, si rivolgono ad adulti e bambini e a loro propongono sentieri poco frequentati e perfettamente tracciati. Diversi per livello di intensità e difficoltà, gli itinerari si muovono in e-bike, mountain bike o bicicletta da corsa. Tra salite e discese, curve e rettilinei, si spostano sui versanti che circondano San Vigilio. Costeggiano rifugi, masi e viles, le baite tradizionali della vallata, attraversano prati, pascoli e ruscelli, si inoltrano in fitti boschi, si immergono nei parchi naturali e incontrano scorci e panorami sulle cime.
Per chi a sellini e pedali preferisce occhi e gambe, ecco che all’interno dei due parchi naturali, dichiarati a ragione Patrimonio mondiale Unesco, ogni martedì e mercoledì si svolgono escursioni (gratuite) che, accessibili a tutti, permettono di scoprire gli animali di alta montagna e camminare avvolti nella natura e nel silenzio. Passo dopo passo, si impara a riconoscere le diverse specie, a capire come vivono e come si sono adattate a un ecosistema difficile come quello dell’alta montagna.
Troppo rilassante? Nessun problema, a San Vigilio l’adrenalina vola sulla zip line più lunga d’Europa nel Parco avventura Adrenaline X-Treme adventures (www.adrenalineadventures.it). Dedicata a chi non soffre di vertigini, parte dalla cima del Piz de Plaies, vola per tre chilometri, sospesa a cento metri di quota alla velocità massima di 80 km/h. Un’esperienza di sicuro emozionante, come lo sono l’arrampicata al centro di Brunico e il parapendio in cima al Plan de Corones. In contrasto, un tris di attività più soft, fatte di contemplazione, meditazione e silenzio. Si va dall’osservazione guidata dei cieli stellati (ogni giovedì sera) allo yoga in una yurta mongola allestita nel parco di pini, abeti e sorbi di San Vigilio, alla scoperta del Parco dei gufi (www.owlparksanvigilio.com). Qui si trovano un centinaio di esemplari rari e pressoché introvabili altrove di rapaci notturni, dal gufo reale alla civetta nana. A completare la vacanza a San Vigilio, prima destinazione in Alto Adige e terza in Italia con certificazione green rilasciata dall’autorevole Global sustainable tourism council, è un mix genuino di ospitalità e tavola, che dalla mattina alla sera insegna valori di accoglienza semplice e allo stesso tempo curata nei dettagli e riporta a galla ricette e ingredienti a chilometro zero che in tavola tentano dall’antipasto al dessert, dallo speck allo strudel fatto in casa.
Jonas Vingegaard entra nella storia del ciclismo e lo fa dominando il Giro d'Italia dal primo all'ultimo giorno. La passerella finale di Roma, chiusa dalla vittoria allo sprint di Jonathan Milan davanti a Giovanni Lonardi, è stata soprattutto la celebrazione del campione danese della Visma-Lease a Bike, che alza il Trofeo Senza Fine e completa una delle imprese più prestigiose di questo sport: la conquista di Giro, Tour e Vuelta.
A ventinove anni Vingegaard diventa il primo danese a vincere la corsa rosa e l'ottavo corridore della storia a completare la cosiddetta Tripla Corona dei grandi giri. Prima di lui ci erano riusciti soltanto Jacques Anquetil, Felice Gimondi, Eddy Merckx, Bernard Hinault, Alberto Contador, Vincenzo Nibali e Chris Froome. Un elenco ristretto che fotografa la dimensione del risultato ottenuto dal capitano della Visma.
Il suo è stato un Giro senza particolari momenti di difficoltà. Dopo aver preso il controllo della classifica generale nella seconda settimana, il danese ha progressivamente allargato il margine sugli avversari fino a chiudere con oltre cinque minuti di vantaggio su Felix Gall e più di sei su Jai Hindley, che completano il podio finale. Nemmeno nell'ultima grande salita di Piancavallo ha scelto di amministrare. Al contrario, sabato ha firmato il quinto successo di tappa dell'edizione 2026, confermando una superiorità che raramente è sembrata in discussione. La ventunesima tappa è stata invece l'occasione per una liberazione personale di Jonathan Milan. Il velocista della Lidl-Trek, tra i grandi favoriti delle volate di questo Giro, era arrivato più volte vicino al successo senza riuscire a concretizzare. A Roma è finalmente arrivato il premio. Sul traguardo del Circo Massimo il friulano ha imposto la propria potenza nello sprint conclusivo, precedendo Lonardi in una doppietta italiana che ha regalato una delle poche gioie azzurre di questa edizione.
L'Italia chiude infatti il Giro con alcuni segnali positivi ma senza un protagonista in lotta per la maglia rosa. Giulio Ciccone porta a casa la maglia azzurra di miglior scalatore, Davide Piganzoli conclude all'ottavo posto della classifica generale mostrando segnali incoraggianti per il futuro, mentre Damiano Caruso saluta la corsa rosa con l'ennesima prova di generosità prima dell'ultimo atto della sua lunga carriera. Manca però un corridore capace di inserirsi stabilmente nella battaglia per la vittoria finale.
Tra le altre classifiche, il francese Paul Magnier conquista la maglia ciclamino della classifica a punti, mentre il portoghese Afonso Eulálio veste la maglia bianca riservata al miglior giovane. La Visma-Lease a Bike completa il proprio trionfo imponendosi anche nella graduatoria a squadre. Quando il gruppo ha attraversato per l'ultima volta i Fori Imperiali e il Circo Massimo, il Giro 2026 aveva ormai già emesso il suo verdetto. Questa è stata l'edizione di Jonas Vingegaard. Una corsa controllata, dominata e chiusa senza lasciare dubbi. Ora il danese guarda avanti. Il Tour de France è il prossimo obiettivo, ma intanto può godersi un posto che appartiene soltanto ai più grandi della storia del ciclismo.
Cognome e nome: Landini Maurizio.
Segretario generale della Cgil dal 2019, ancor prima della Fiom, il sindacato dei metalmeccanici.
La-la-Land(ini): Oscar come migliore attore mai protagonista, se non per i giornali e i talk show «amici».
Maurizio «Lundini»: una personalità celebrata e amata dai media mainstream, ma decisamente «di nicchia», come il comico Valerio Lundini.
Landini. Referendum ergo sum.
Vince comunque, anche se li perde (senza imparare, perché non è Nelson Mandela).
Come? Speculando sui 15 milioni andati alle urne per abolire il Jobs Act - ma solo 13 milioni a favore del Sì - nel giugno 2025.
Una sonora sconfitta, visto il quorum non raggiunto?
Macché.
Dalle sue parti ci si intestò il risultato perché superiore a quello dei quattro partiti di centrodestra alle politiche 2022 (raccolsero un po’ più di 12 milioni di voti).
«Ariconsolate co’ l’aglietto» ironizzano a Trastevere, quando ci si accontenta di un ripiego.
Landini si è poi appuntato la coccarda della vittoria del No al referendum sulla giustizia «in difesa della nostra Costituzione».
Una posizione à la carte sulla Carta, visto che quando si è trattato di applicare l’art. 39 i sindacati (tutti) hanno sempre fatto le barricate.
Quell’articolo garantisce la libertà di organizzazione sindacale ma stabilisce anche che i sindacati devono essere «registrati» per ottenere personalità giuridica.
Indovinate un po’? La prescrizione è rimasta lettera morta.
La registrazione sarebbe una forma di controllo, quindi nisba.
Sicché ogni sindacato fa un po’ come crede.
Arrivando al «paradosso Landini».
Che lascerà la guida della Cgil al congresso del gennaio prossimo, avendo terminato il secondo mandato.
Ma gli è - ha annotato provocatoriamente Aldo Torchiaro sul Riformista - che Landini parrebbe essere segretario a dispetto dello Statuto della stessa Cgil.
«Una regola vieta di rivestire cariche dirigenziali a chi è in età pensionabile, all’art. 7.1.7 del documento votato dall’Assemblea generale del luglio 2023 si legge: “Al fine di favorire il ricambio dei gruppi dirigenti, nel caso di pensione anticipata è possibile la conclusione dei cicli di mandato in essere (due, per un massimo di otto anni); in ogni caso il mandato esecutivo termina al compimento del 65° anno di età. Nel caso di pensione di vecchiaia il mandato elettivo termina di norma al compimento del 65° anno di età”».
Senza contare che Landini ha raccontato di aver iniziato a lavorare regolarmente (e in regola) fin dal 1976, a 15 anni, come apprendista saldatore in un’azienda metalmeccanica, quando è stato eletto nel 2019 aveva già 43 anni di contributi, nel 2023 47.
Ma visto che il leader della Cgil compirà 65 anni il prossimo agosto, ed è tecnicamente «pensionabile», come farà a rimanere in sella fino al 2027?
Ora: noi non pensiamo che Landini sia un «abusivo», sarà intervenuta una deroga o una proroga, anche perché la decadenza automatica non è prevista.
Ma non sarebbe il caso di rendere tale procedura trasparente, soprattutto per gli iscritti?
Landini. Professione collaterale: gradito ospite de La7, dove gli lasciano tenere dei monologhi.
Del resto, Landini fa tutto lui perché non ha più un portavoce.
Ha messo alla porta Massimo Gibelli, assunto nel 1983 come addetto stampa socialista nella Cgil piemontese guidata da Fausto Bertinotti.
Poi portavoce storico di Sergio Cofferati.
Quindi di Susanna Camusso.
Infine, per un periodo più breve, dello stesso Landini.
Che nel 2023 lo ha licenziato in tronco «per giustificato motivo oggettivo», ovvero la riorganizzazione di tutto il comparto della comunicazione.
Gibelli costava 55.000 euro lordi annui, che non sono bruscolini.
Giusto (per la cronaca: Gibelli fece ricorso, è finita con un «accordo di conciliazione» tra le parti).
Da quel momento a occuparsi del settore è stata Futura srl, società controllata dalla Cgil e che non ha brillato quanto a performance: nel 2023 un fatturato di quasi 3,5 milioni di euro, sceso a circa 3 nel 2024, con perdite di 3,1 milioni di euro diventati, nel 2024, 4,7 milioni.
Open.online, 10 luglio 2025: «In questo momento la società del primo sindacato italiano si è mangiata gran parte delle riserve patrimoniali accumulate in questi anni grazie ai continui apporti di capitale arrivati dalla Cgil».
E dire che ad assistere la Cgil c’è un’agenzia che va forte nel marketing strategico, Assist Group, fondato da Gianni Prandi: la stessa Futura è nata dopo che Assist Group aveva fornito al sindacato Futura Lab, una piattaforma per gestire eventi e campagne mediatiche.
Webpressvalue.com: «Prandi è riuscito a ridisegnare il mondo della comunicazione, puntando sull’integrazione con Big Data e nuove tecnologie, partendo da San Polo d’Enza, sull’Appennino tosco-emiliano».
Che poi sarebbe il paesello dove Landini è venuto al mondo, ma chi siamo noi per inzigare sulla coincidenza?
«Prandi lavora gratis!» ha specificato Landini, senza cioè nemmeno il salario minimo che quei fascistoni al governo non vogliono (il fatto che poi in certi contratti siglati dalla stessa Cgil sia stata prevista una paga oraria inferiore ai 5 euro è un dettaglio).
Certo, visto che Futura nasce con una dote conferita dalla Cgil di quasi un milione di euro, possiamo dire che forse non tutto ha girato per il verso giusto?
E che aver definito l’ex portavoce «un lusso» che non ci si poteva più permettere, appare dunque curioso?
Vero è che i rapporti tra i due non sono mai stati buoni, ha ricordato Il Sole 24O re: «Fu proprio Gibelli nel 2015, quando era portavoce di Camusso, a scrivere un duro tweet sull’allora segretario della Fiom che pensava a una “coalizione sociale”: “Se Maurizio vuole scendere in politica tutti i nostri auguri, ma il sindacato, @fiomnet è altra cosa”».
Si dirà: non è prassi usuale vedere un sindacato licenziare come una qualsiasi azienda «padronale» ma perché stupirsi?
Dalle parti della Cgil, le stravaganze non sono una novità, demonizza ciò che poi utilizza, vedi alla voce «voucher», i controversi buoni-lavoro.
Dal Sole 2 4Ore dell’11 gennaio 2017: «Tito Boeri contro la Cgil: li ha usati per 750.000 euro», con il già presidente dell’Inps che rimproverava alla Cgil «l’ipocrisia» di chi predica bene - promuovendo un referendum «contro» - per poi razzolare male. A stretto giro arrivò la replica «stizzita» del sindacato: la somma è servita in effetti a pagare 600 pensionati per prestazioni di lavoro occasionali, ma «non c’è alcuna esplosione del fenomeno, che continua ad essere limitato», vabbè.
Senza dimenticare quanto riportato da Marco Bianchi su Italia Oggi del 9 dicembre 2025: «Scandalo Cgil: 6 milioni di stipendi e contributi evaporati. In Sicilia il sindacato affronta un cratere contabile, tra stipendi non pagati e contributi previdenziali scomparsi. Mentre denuncia lo sfruttamento, dimentica i suoi obblighi verso i lavoratori».
Landini. L’uomo che nel 2019 da neoeletto segretario spiegò a Repubblica la sua idea di «un solo sindacato per il lavoro». Sette anni dopo, possiamo dire che le tre organizzazioni non sono state mai lontane come oggi?
Landini. L’uomo che ha «cobasizzato» la Cgil (così Dario Di Vico sul Foglio del 12 dicembre scorso).
«Più lotta politica che sindacalismo, più piazza che contrattazione, più coalizione sociale che unità sindacale».
Landini. L’uomo che ha schierato il suo sindacato a fianco dei ProPal, della Flotilla e di tutti i flotilleros.
Solo che la Cgil è andata in piazza il 19 settembre (un venerdì, e come ti sbagli?), e l’adesione è stata così così.
Perché la vera astensione dal lavoro c’è stata il 22 settembre, quando la mobilitazione nazionale è stata indetta dall’Usb, Unione sindacale di base.
Dario Di Vico: «Landini in queste settimane è riuscito in una sorta di miracolo mediatico: ha fatto dimenticare al grande pubblico di aver organizzato i referendum flop sul lavoro. E ha continuato a rilasciare interviste da guru come se niente fosse accaduto. Stavolta però la batosta gli arriva da un fronte inatteso».
Landini. L’uomo che ha promosso il boicottaggio dei prodotti della Teva, multinazionale israeliana del farmaco.
Prima, la dura presa di posizione, con la Cgil a fianco dei «lavoratori della sanità che ripudiano la guerra e rivendicano il diritto a non essere complici» della Teva: «È un nostro dovere etico, come sanitari e come sindacato, aderire al boicottaggio».
Poi, la cupa preoccupazione, con la Cgil a fianco delle maestranze degli stabilimenti italiani, avendo l’azienda comunicato «un calo di commesse produttive per i siti italiani: solo la fabbrica di Villanterio ha avuto un crollo degli ordinativi del 40%».
Post hoc, propter hoc: lasciare le merci sugli scaffali ha come conseguenza il taglio dei posti di lavoro.
Mattia Feltri: «Qualcuno ci rimetterà lo stipendio. Questa storia è talmente, drammaticamente perfetta, che mi risparmierò la piccola viltà di una conclusione ironica o sarcastica».
Landini come Tafazzi.
E persino il Franti che è in me non crede ci sia bisogno di aggiungere altro.












