Un colpo di cannone avrebbe potuto cambiare il corso della seconda guerra mondiale uccidendo Adolf Hitler e i vertici della Wehrmacht nel settembre 1939. L'unica certezza in una storia la cui documentazione è stata bruciata e quindi distrutta per sempre, è che l'ordine di sparare non è stato impartito. Siamo nella Penisola di Hel, una lingua di terra larga da 100 a 300 metri che si protende nel Mar Baltico per 35 chilometri, fortificata dai polacchi con pezzi di artiglieria navale e linee di trincee. Di lì si domina il Golfo di Danzica e una fetta della costa della Pomerania.
La guarnigione, circa tremila uomini agli ordini del comandante in capo della marina da guerra polacca, il contrammiraglio Józef Michał Hubert Unrug (1884-1973), ha fatto saltare un tratto del territorio trasformandolo in isola, che resiste ai tedeschi anche quando la Polonia è già stata piegata, il 28 settembre. Hitler e i suoi generali vittoriosi sono a Sopot, la già tedesca Zoppot, località termale nota in Europa per l'eleganza e le frequentazioni aristocratiche. Sopot, con Gdynia e Danzica, forma il complesso Trójmiasto, ovvero delle tre città sul Baltico polacco. Nel suo panorama spiccano il pontile di legno più lungo d'Europa (oltre mezzo chilometro), e il lussuoso Kasino-Hotel, oggi Grand Hotel. Le luci dell'albergo spiccano nella notte e si rispecchiano sul mare, per quel ricevimento che celebra il trionfo militare. Da Hel si vede tutto nitidamente. Un bersaglio facile facile.
I resoconti e i memoriali dei soldati polacchi di guarnigione sulla penisola, scritti anni dopo la fine della guerra, raccontano che gli ufficiali avrebbero sollecitato il comandante ad aprire il fuoco e a spazzare via dalla faccia della terra l'hotel con i suoi ospiti tedeschi, a partire dal Führer. A Hel è posizionata la Batteria Laskowski, con quattro cannoni Bofors da 152 millimetri al comando del capitano Zbigniew Przybyszewski: basterebbe una sola salva per radere al suolo l'hotel. Unrug avrebbe risposto che la struttura era un obiettivo civile e che la Convenzione di Ginevra vietava di fare quanto gli chiedevano da ordinare. È un nobile e un ufficiale della vecchia scuola, posto di fronte a un mondo che però non riconosce più le regole della guerra e della civiltà che lui invece rispetta. E così la Batteria Laskowski resta muta e i polacchi restano a guardare il Kasino-Hotel illuminato, dove si festeggia la vittoria tedesca.
Il 2 ottobre, dopo 32 giorni di resistenza, anche la guarnigione di Hel depone le armi. Unrug ha dato ordine di bruciare tutte le carte e i documenti militari dove era consegnata la storia di un bombardamento non autorizzato. Di fronte al negoziatore della Wehrmacht che chiede di parlare con il comandante in capo, il contrammiraglio Unrug si presenta con un interprete e all'ufficiale che gli chiede di parlare in tedesco, che certamente conosce, risponde gelido: «Ho dimenticato questa lingua il primo settembre», la data dell'invasione della Polonia. La sua famiglia è infatti di origini calviniste, con matrice tedesca, successivamente convertita al cattolicesimo. Il nome originario è Unruh, polonizzato in Unrug. Il padre, il maggiore generale Thaddäus Gustav von Unruh (Tadeusz Gustaw), era stato in servizio nell'esercito prussiano, in quanto viveva in una delle tre zone della Polonia occupate dalla Prussia con le tre spartizioni del '700. L'imperatore Guglielmo II lo chiamava «il mio vecchio amico polacco». Quando anche Józef, registrato all'anagrafe come Joseph, sceglie la carriera militare è arruolato nella Marina imperiale. Nel 1918 la Polonia riacquista l'indipendenza e lui diventa cittadino e militare polacco e combatte nella guerra contro i sovietici del 1920.
La famiglia era molto ricca e questo consente all'aristocratico Unrug di acquistare a sue spese una nave, la Orp Pomorzanin, che è la prima della flotta polacca. Nel 1922 è nominato capo di stato maggiore della marina, l'anno seguente è collocato nella riserva per dissapori interni ma viene poi richiamato in servizio come comandante in capo della flotta. Nel 1933 è promosso contrammiraglio. Non padroneggia perfettamente la lingua, poiché la madre era tedesca e si rivolgeva a lui in questo idioma, nonostante il padre volesse che in casa si parlasse polacco. I tedeschi, però, non si sono dimenticati di lui e vorrebbero che passasse dalla loro parte. Ci provano più volte dopo averlo rinchiuso in diversi campi di concentramento per ufficiali, e una volta lo esorta a entrare con ruolo di primo piano nella Kriegsmarine il generale Walter von Unruh, un parente di parte tedesca. Tutti i colloqui si svolgono con un interprete, perché Unrug non flette mai dalla sua posizione e parla solo polacco.
Verrà liberato dagli americani dal campo di Murnau nel 1945. La Polonia è intanto caduta sotto il controllo comunista e l'ex contrammiraglio è rimasto fedele al governo polacco in esilio a Londra, al quale offre la sua esperienza. Lascerà il servizio attivo nel 1948 e dopo un'esperienza in Marocco si trasferirà in Francia, dove per anni sopravviverà facendo l'autista. Muore in un ospedale per veterani polacchi ed è sepolto nel cimitero di Montrésor, da cui le sue spoglie sono state traslate nel 2018 per essere inumate al cimitero commemorativo nel Cimitero navale di Oksywie, a Gdynia. A pochi chilometri da Sopot e dalla Penisola di Hel, dove ancora oggi ci sono i cannoni puntati verso terra e da dove un suo ordine avrebbe potuto cambiare il corso della storia.
Probabilmente è il concerto per pianoforte e orchestra più popolare e più eseguito, anche se non molti saprebbero indicarne l'autore. Il Secondo concerto in do minore op. 18 di Sergej Rachmaninov (1873-1943) ha una genesi tanto contorta quanto lineare è stata la sua fortuna, nonostante la critica abbia sempre avuto nei confronti del compositore russo ogni sorta di preconcetto proprio per la sua «facilità», diametralmente opposta alla complicatissima scrittura pianistica. A Rachmaninov è stata sempre rimproverata quella vena da «romantico a oltranza» che rende la sua musica una sorta di anomalia rétro del Novecento. Eppure quel concerto emerge dal buio della depressione in cui l'autore era sprofondato nel 1897 dopo la ferocissima stroncatura della sua Prima sinfonia in re minore op. 13, fatta a pezzi dalla bacchetta di Aleksandr Glazunov (1865-1936) che diresse ubriaco e dalla penna del velenoso critico e mediocrissimo compositore Cezar' Kjui (1865-1918). La partitura andrà perduta nei torbidi della rivoluzione del 1917 (sarà ricostruita solo molti decenni dopo) e l'autore si perderà subito nei meandri del crollo psicologico.
Il fallimento come compositore, attività parallela a quella di pianista superbo e di valente direttore d'orchestra, lo spinge a non scrivere nulla per tre anni. Poi alcuni amici lo inducono a fare visita a Lev Tolstoj (1828-1910), nume sacro della cultura russa, già amico di Pëtr Il'ič Čajkovskij (1840-1893) che Rachmaninov considera un maestro e un modello, affinché lo scrittore possa aiutarlo a ridargli fiducia in sé stesso. Si racconta che Rachmaninov abbia allora eseguito al pianoforte alcune sue pagine e alla fine Tolstoj gli abbia chiesto retoricamente se il mondo avesse davvero bisogno di musica come quella. Sarebbe potuto essere il colpo fatale per l'equilibrio già compromesso di Rachmaninov (oltre all'insuccesso musicale, si arrovellava perché la Chiesa ortodossa non gli concedeva la dispensa per sposare la cugina Natalia Satina), se Tolstoj non gli avesse dato un consiglio che il musicista seguì: farsi curare dal dottor Nikolaj Dahl (1860-1939), un affermato neurologo, psichiatra e psicologo.
Dahl, che era un violoncellista dilettante, prese particolarmente a cuore il caso. Attraverso l'ipnosi e per tre mesi, a partire da gennaio 1900, spinse Rachmaninov a rimettersi a comporre, insistendo su un lavoro di ampio respiro che sarebbe stato il suo capolavoro. Nacque così il Secondo concerto op. 18, che segna la rinascita di Rachmaninov come compositore e gli dà una straordinaria fama, ben oltre il celebre preludio in do diesis minore dell'op. 3 (di cui peraltro aveva dimenticato di registrare i diritti e che era diventato la sua persecuzione perché tutti glielo chiedevano come bis). Il Concerto venne dedicato appunto al dottor Dahl. Ma nei primi anni del Duemila un nipote di Rachmaninov, Aleksandr, rivelò di essere a conoscenza, per confidenze della nonna fatte alla figlia, che il nonno utilizzasse le sedute dal dottor Dahl non per curare la psiche ma per frequentare una ragazza di cui si era invaghito, la quale dopo il matrimonio con Natalia Satina (nel 1902 aveva ottenuto la dispensa) avrebbe fatto parte di una specie di ménage à trois. Proprio la promessa sposa avrebbe scorto sulla partitura la dedica a questa ragazza, imponendo al compositore di sostituirla con quella a Dahl.
Vuoi per la calda vena di spinto romanticismo, vuoi per la seducente ricchezza melodica che pervade i tre tempi, fatto sta che il Concerto diventa in breve una sorta di icona musicale. Il regista David Lean nel 1946 lo utilizza in una pellicola, tanto zuccherosa quanto sessuofobica, Breve incontro, ed è facile immaginarne l'effetto. E così Billy Wilder, per parodia, nel 1955 piazza Rachmaninov nel cuore del fortunatissimo Quando la moglie è in vacanza. Nel film Tom Ewell è colpito dall'avvenenza della bionda vicina di casa, Marilyn Monroe, e fa un pensierino su come sedurla. Ci vuole la musica, allora scorre i dischi. «Forse un sottofondo musicale… Vediamo… Debussy, Ravel, Stravinskij… Stravinskij può spaventarla! Eccolo, è lui, Rachmaninov. Fammi da galeotto, imprigioniamoci nel sogno! L'ottimo Rachmaninov, il Secondo concerto per pianoforte che non sbaglia mai». A quel punto fantastica di una Marilyn fasciata in un abito seducente che gli si siede accanto mentre lui al pianoforte si abbandona al primo movimento, e lei gli dice che suonare quel concerto è sleale perché le dà i brividi, la pelle d'oca, chiedendogli allusivamente di non smettere mai. Quando la vicina di casa arriva veramente nell'appartamento, lui gigioneggia mentre mette il disco di Rachmaninov sul piatto, ma lei lo gela: «Questa la chiamano musica classica, vero? L'ho capito perché non cantano». Tom Ewell prova allora un disperato affondo: «Spessissimo la gente si sente distrutta da questa musica. Li scuote, hanno i brividi, hanno la pelle d'oca, dappertutto!». Marilyn divaga con patatine e champagne ed Ewell si arrende: «Forse è meglio gettare Rachmaninov alle ortiche, non è stata una grande idea…». Allora suonano insieme uno stupido motivetto per bambini (Chopsticks di Euphemia Alle, Le tagliatelle nella versione italiana) e Marilyn si rivela: «Io con Rachmaninov non le sento le scosse, ma con questa sì!».
Per vedere uno scrittore a capo di uno Stato dovranno trascorrere settanta anni dall'esperienza dell'Impresa fiumana di Gabriele d'Annunzio. Ma mentre il drammaturgo Vaclav Havel, nel 1989, doveva ricreare la Cecoslovacchia su basi democratiche dopo quaranta anni di terrore comunista, il poeta pescarese uno Stato se lo creò su misura nel 1919 a Fiume. A quell'epoca un solo grande intellettuale aveva visto accendersi i riflettori della politica internazionale, e si trattava del polacco Ignacy Paderewski, pianista e compositore di fama mondiale, che prima aveva prestato il suo nome per la causa polacca e poi si era speso per la sua martoriata nazione come presidente del Consiglio, e proprio nel 1919. Un anno cruciale per le sorti dell'Europa: seguiva i disastri della prima guerra mondiale e vedeva le potenze vincitrici impegnate a Versailles a ridisegnarne assetti e velleitari equilibri, creando inconsapevolmente le premesse del secondo conflitto planetario. Gli atti di forza, soprattutto nella turbolenta area centro-orientale, servivano a forzare la mano ai diplomatici. L'Italia era il vaso di coccio tra i vasi di ferro inglese, francese e americano: il Patto di Londra nel 1915 le aveva promesso ciò che Londra e Parigi sembravano propense a concederle ma che Washington, non avendolo sottoscritto, si rifiutava di riconoscerle. Il presidente Woodrow Wilson, talmente innamorato del principio di autodeterminazione dei popoli, se ne dimenticava con disinvoltura quando cozzava con la sua politica di stratega mondiale. La città di Fiume, sulla sponda adriatica di quello che era il neonato e artificioso regno degli slavi del sud, era un bruscolino nel quadro internazionale, ma sarebbe diventata un macigno potenzialmente in grado di mettere in crisi l'Italia liberale, i riassetti territoriali sanciti a Versailles, le relazioni tra Stati sovrani e le regole per disinnescare l'esplodere di nuove tensioni.
Fiume aveva tutto per fungere da detonatore. Porto ungherese nella monarchia asburgica, per stemperare il nazionalismo croato i magiari vi avevano favorito l'immigrazione italiana, che in breve tempo aveva costituito l'ossatura sociale, culturale, politica ed economica, oltre che per la preponderanza numerica. Ma quando sembrava giunto il momento di riunirsi alla madrepatria, con la disgregazione dell'impero, le potenze avevano deciso altrimenti: più che l'italiana Fiume, era la slava Rijeka. L' impasse lo rimuove con maniere spicce e fin allora inaudite l'estroso, imprevedibile, sanguigno poeta pescarese che si divideva tra il calamo e il talamo, tra Venere e Marte. Gabriele d'Annunzio non era affatto estraneo a gesta eclatanti. Nel corso della guerra contro l'Austria, per ottenere la quale aveva speso energie e parole alate tanto da spingere l'Italia all'intervento, si era reso protagonista di imprese spavalde e teatrali, come la beffa di Buccari e soprattutto il volo su Vienna che nel 1918 gli era valsa la fama militare ma anche una taglia sulla testa. d'Annunzio matura l'idea dell'atto di forza ammantato di ideali e di poesia, tra il ruvido panno militare e le raffinatezze letterarie. Il 12 settembre 1919 da Ronchi il Comandante si mette in marcia verso Fiume alla testa dei suoi legionari, ai quali il Regio esercito non solo non sbarra il passo, ma grazie alle diserzioni fornisce anche nuovi reparti. Fiume non è ancora italiana, è però da subito dannunziana. Entusiasmo alle stelle in città e nella Penisola, imbarazzi e sdegno nelle cancellerie. Per l'Italia è uno smacco che getta sale sulle ferite della figuraccia internazionale a Versailles, quando ad aprile Vittorio Emanuele Orlando e Sidney Sonnino hanno abbandonato per protesta i lavori e poi hanno fatto un penoso dietrofront una volta riscontrato che il beau geste aveva (com'era ovvio) favorito solo le disinvolte spartizioni coloniali tra Francia e Gran Bretagna. L'esercito che a fatica si era ripreso dall'onta di Caporetto nel 1917, non aveva impedito l'atto sovversivo di d'Annunzio, che dal suo palazzo a Fiume bolla il premier Francesco Saverio Nitti dell'epiteto di Cagoia, così come aveva affibbiato a Giovanni Giolitti di quello di Labbrone. Il Vate è in rapporto stretto con un ex socialista, poi interventista, poi a capo di un movimento che sarebbe diventato il Partito nazionale fascista, Benito Mussolini, che però il poeta pescarese guarda dall'alto in basso: lui è il maestro che non ha allievi né epigoni. Ma che può avere imitatori.
L'impresa fiumana diventa il modello che mai Mussolini avrebbe potuto autonomamente elaborare, e che il rampante giornalista inizia a plasmare, succhiandone le forme ma rimanendo insensibile alla sostanza, creando successivamente il mito artificiale e falso del dannunzianesimo come precursore ed esemplare anticipatore del fascismo. La Città libera di Fiume è una creazione che non ha né un prima né un dopo, nella sua assoluta originalità che va oltre gli schemi dello Stato liberale, del socialismo e del fascismo e persino dell'anarchia. La sua costituzione, la Carta del Carnaro elaborata da Alceste De Ambris, andrebbe studiata nelle facoltà di giurisprudenza per lo spirito modernissimo e innovativo che la permea. A Fiume, d'altronde, tutto è innovazione, perché tutto è permesso dove altrove è proibito, anche negli eccessi: dal voto alle donne alla libertà sessuale, dal valore formativo delle arti allo spirito egualitario, dalla cocaina alla pirateria. Altro che prototipo dello Stato totalitario, altro che modello fascista, altro che vetrino d'incubazione della marcia su Roma e dell'instaurazione del regime e della dittatura, come la sinistra continua ad alimentare non si sa con quanta prevenzione ideologica o profonda ignoranza di dinamiche e fatti. Le cannonate della Regia Marina sul palazzo quartier generale di d'Annunzio, nel «Natale di sangue» del 1920 infrangono non solo tetto e volte, ma anche l'idea utopistica, che solo l'Imaginifico poteva avere, che qualcosa di diverso dagli schemi d'inizio secolo era possibile nell'autoproclamata Reggenza italiana del Carnaro.
A cento anni dagli eventi di Fiume la città natale del Poeta dedica dieci giorni di eventi. Dal 7 al 15 settembre Pescara diventa baricentro delle celebrazioni dannunziane con mostre, convegni, concerti, eventi di alto profilo, rappresentazioni teatrali, per ricostruire sine ira et studio ma anche con un pizzico di leggerezza fatti e atti di un personaggio inimitabile, che Mussolini prima tradì, poi tentò di plagiare, quindi svalorizzò isolandolo: perché d'Annunzio era «come un dente cariato, o lo si estirpa o lo si ricopre d'oro». Il duce, appropriatosi di tutti i riti fiumani mettendoli in camicia nera, decise di coprirlo d'oro, non potendolo estirpare, e se ne liberò assieme alla vecchia Italia.





