Gabriele Prinzi: «Abolire i farmaci inutili e dannosi. Troppi grassi? Via i cibi industriali»
È inutile dare dell’eretico al dottor Gabriele Prinzi. Per lui è un complimento. Non solo: da uomo di spirito, ama autodefinirsi «medico della panza» e «deprescrittore». Palermitano, classe 1971, specialista in chirurgia d’urgenza e laparoscopia, nel 2018 è uscito dalla sala operatoria diventando uno dei massimi esperti di salute intestinale, apparato digerente, microbiota e allergie alimentari. Autore di libri, animatore di webinar e conferenziere, rimbalza da Palermo a Roma, da Torino a San Marino, dove è vicedirettore sanitario del centro medico BenEssere.
Medico della panza è di facile comprensione. Deprescrittore, invece?
«Ho iniziato a usare questo termine dopo l’incontro con il collega Luca Speciani, identificandomi nella sua visione della medicina come Arte con l’A maiuscola, fondata cioè sulla capacità del “sistema umano” di autoripararsi, riconoscendo i sintomi come segnali d’allarme ed epifenomeni del processo di guarigione».
C’è quindi anche un’arte medica con la «a» minuscola?
«Certo, quella che ha addestrato un esercito di laureati a zittire i sintomi. Peggio: li ha indotti a leggerli come “patologie” da silenziare. Deprescrivere significa cancellare quei farmaci inutili o dannosi, riconoscendo i sintomi per ciò che sono: epifenomeni. Questa è la logica che guida il folto gruppo, italo-svizzero, dei Medici di Segnale».
Lei detesta in particolare i gastroprotettori. Perché?
«Quando facevo il chirurgo, gli inibitori di pompa protonica (Ipp), o gastroprotettori, così come antibiotici, antidolorifici e corticosteroidei, venivano usati da protocollo in terapia postoperatoria. Eppure, in letteratura, i loro effetti collaterali sul lungo termine ci sono: tumori, infezioni polmonari, malattie del rene, perturbazione del microbiota. Chi li prescrive a cuor leggero e “a vita” dovrebbe rileggersi il 13° articolo del Codice deontologico. Mentre ai pazienti andrebbe spiegato che le linee guida per il reflusso gastroesofageo indicano come prioritario modificare stile di vita e alimentazione, incentivando l’attività fisica. Assumere un farmaco, senza apportare cambiamenti, illude il paziente di poter continuare a fare la vita di prima. Messaggio fuorviante, inutile e dannoso».
Il microbiota è un organo ancora poco conosciuto…
«Se all’esame di chirurgia generale avessi detto che in futuro avremmo usato il trapianto fecale o del microbiota come terapia per le coliti ricorrenti da Clostridium difficile, mi avrebbero chiuso in psichiatria. La medicina però è scienza e negli ultimi 25-30 anni è emerso il ruolo cruciale del microbiota, la comunità di microrganismi che vive sopra e dentro di noi. Cruciale anche nella genesi delle malattie, con un incontestabile nesso tra il suo squilibrio (disbiosi) e tante patologie: diabete, obesità, steatosi epatica (fegato grasso), Parkinson, Alzheimer, malattie psichiatriche e “colon irritabile” (in realtà è “intestino irritabile”). Il microbiota ha un ruolo chiaro anche per i tumori, non solo gastrointestinali: quando i suoi abitanti diventano cattivi, attivano le cellule che difendono i nostri confini (il sistema immunitario), infiammandole e dando origine a tutti quegli eventi che finiscono in -ite: gastrite, colite, esofagite, parodontite, eccetera. I globuli bianchi che ci difendono lanciano messaggi d’allarme tramite il nervo vago che li riverbera a tutti gli organi, compresi i sistemi nervosi centrale ed enterico, specifico dell’intestino, cioè del nostro secondo - o primo? - cervello».
Segnali di guerra?
«Certo, l’infiammazione è un problema serio quando diventa cronica e si estende a tutto il corpo. I “batteri buoni” ci difendono da quelli opportunisti e patogeni, ma se assenti o ridotti da troppi antibiotici, Ipp e cortisonici, viene meno anche la nostra capacità di autoripararci. Allora l’esercito dei “cattivi” ci invade, aggrava l’infiammazione e genera le patologie».
Torniamo alle prescrizioni e parliamo di colesterolo.
«Qualche decina di anni fa, il suo valore era di fatto ignorato. Erano i tempi in cui a 250 era normale e, paradossalmente, le patologie cardiovascolari erano meno frequenti e invalidanti rispetto a oggi. I valori oltre i quali ora scatta l’allarme sono stati definiti da “autorevoli società scientifiche” guidate da professionisti “di provata esperienza clinica e accademica”, eccetera eccetera… Ma che hanno anche sviluppato collaborazioni con aziende farmaceutiche».
Attento, qualcuno le potrebbe dare del complottista.
«Non è il mio caso: i conflitti di interessi sono pubblici e riportati in tutti i lavori scientifici. Le linee guida che hanno modificato il valore della colesterolemia, portandolo da un giorno all’altro da 250 a 200, hanno fatto sì che, in una notte, milioni di individui si siano scoperti cardiopatici a loro insaputa, generando visite specialistiche e prescrizioni. Nessun complotto: business, anziché prevenzione. Così, oggi, l’allerta scatta a 190 e l’indiziato numero uno è l’Ldl, sinonimo di rischio di infarto oltre il valore 100. Le suddette “autorevoli società scientifiche” ci dicono che le statine - i farmaci più prescritti al mondo - sono efficaci nell’abbassare il colesterolo. Ma una parte significativa della letteratura medica indipendente americana ed europea avanza dubbi e descrive come distorte ad arte molte statistiche. Senza tacere della scomparsa di studi che mostrano dati opposti al coro unanime, stando al quale il colesterolo sarebbe il nemico numero 1 dell’umanità».
Lei che lo conosce bene, ce lo vuole presentare?
«Il colesterolo è fondamentale per le cellule e le loro membrane, in quanto le stabilizza e ha effetti antiossidanti. Ci dà ormoni essenziali come testosterone, estrogeni, progesterone, cortisolo e vitamina D. Nel sistema nervoso centrale, struttura e protegge i nervi più lunghi. Produce inoltre la bile, che digerisce i grassi e modula il microbiota. Lega e inattiva quei pezzettini di batteri - i lipopolisaccaridi - che possono entrare nel sistema circolatorio se il tubo digerente è permeabile, proteggendoci così da infezioni. Ancora: miliardi di cellule si dividono per sostenere la nostra capacità di autoripararci e hanno bisogno del colesterolo anche durante la gravidanza (sia per la madre sia per il feto). Il colesterolo è essenziale per la vita. Prima di abbassarlo, basandoci su un valore numerico (Ldl o totale che sia), le terapie andrebbero valutate persona per persona».
È vero che il colesterolo è pericoloso solo se è ossidato?
«Con un colesterolo elevato, ma non ossidato, si può correre un rischio cardiovascolare inferiore rispetto a chi ce l’ha invece “numericamente” a posto, ma ossidato. Sono fenomeni misurabili e chi conosce la medicina e la biochimica sa come ricondurli alla normalità. Ma se il meglio che si fa è prescrivere un farmaco senza chiedersi perché quel colesterolo sia così elevato o se vi siano in atto processi di infiammazione - nemmeno sfiorati dalle statine - non sorprende che oggi la percentuale degli eventi cardiovascolari sia superiore a quella di 10 o 20 anni fa. La letteratura è chiara: la causa di tutti i mali è l’infiammazione cronica che, nel tempo, contribuisce allo sviluppo di varie malattie (vecchiaia inclusa), perché infiammazione significa ossidazione. Gli esami per accertarlo (D-Roms test e Bap test) ci sono, ma non rientrano tra quelli prescrivibili dal Servizio sanitario nazionale. Lo stesso vale per la Zonulina, responsabile della permeabilità intestinale, la “madre” di un’infinità di patologie, comprese le autoimmuni».
È possibile smettere di assumere le statine?
«Colesterolo e trigliceridi possono aumentare dal momento della sospensione. Questo, però, non vuol dire che la statina non possa essere sospesa, tutt’altro! La deprescrizione è fondante nella Medicina di Segnale: se sai leggere i segnali, l’aumento del colesterolo è prevedibile e prevenibile. Ma senza intervenire su infiammazione, disbiosi, alimentazione e stress, la deprescrizione serve a poco per ridurre il rischio. Così come servono a poco le statine».
Alternative alle statine?
«Su Barberina, statine vegetali, acido alfa lipoico e Omega tre ci sono studi consistenti. Idem sul bergamotto (la naringina agisce sullo stesso enzima su cui agisce la statina) e sulla vitamina C. Ma insisto: non ha senso fissarci sul valore senza chiederci perché sia elevato e senza porci domande su cosa mangiamo, sull’inattività fisica, sull’eccesso di stress ossidativo e altro».
Già, l’alimentazione. Chi sono i veri colpevoli?
«A chi è in eccesso di colesterolo e trigliceridi, o con steatosi epatica, viene raccomandato di ridurre i grassi. È inutile e potenzialmente dannoso: la steatosi è legata all’eccesso di carboidrati, in primis del temibile fruttosio, onnipresente nei cibi industriali. Mai, come negli ultimi 50 anni, c’è stato un tale eccesso di cibo raffinato, che stimola l’insulina. O comprendiamo questo o non comprendiamo nulla. Il corpo ha bisogno di colesterolo. Ma se dal 1° gennaio al 31 dicembre mangiamo perlopiù pane, pasta, pizza e biscotti, tramite l’insulina il corpo deve trasformare i carboidrati in trigliceridi e poi in colesterolo. Perché gli serve, mentre se mancano i carboidrati lui sa come produrseli. Ma se quei carboidrati non servono ai muscoli, al cervello o al fegato, l’insulina li deposita sotto forma di grasso, anche viscerale, mantenendo l’infiammazione e impedendoci di dimagrire. L’eccesso di carboidrati porta a quei picchi di insulina che, a loro volta, stimolano la produzione di colesterolo Ldl e trigliceridi, riducendo proprio il colesterolo buono».
E lei si arrabbia…
«Certo. Ai tanti che ancora consigliano fette biscottate con il velo di marmellata (insulinogena) e latte scremato (senza grassi, quindi insulinogeno), suggerirei di ritornare a studiare biochimica, fisiologia ed endocrinologia, prescrivendo semmai, a colazione, due o tre uova, cioè grassi essenziali e vitamine liposolubili. Uova di galline libere e felici, ovviamente».
Pappa, sesso e biberon. Anche se in modo figurato, l’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) ha messo le mani anche sui bambini. Già dal 2010.
A rivelarlo - pur se l’espressione corretta sarebbe «a denunciarlo» - è stato qualche giorno fa il professor Vanni Frajese, in una delle sue affollate conferenze. Nello specifico, quella svoltasi il 7 marzo a San Marino, su iniziativa dell’associazione Salute attiva, a cinque anni dall’inizio della pandemia e della sua malagestione, oltre che in coincidenza con l’avvio di una raccolta di firme tra i sammarinesi per chiedere l’uscita dall’Oms. La denuncia di Frajese è questa: esiste un rapporto di 68 pagine - intitolato Standard per l’educazione sessuale in Europa - redatto per conto della Regione europea dell’Oms, che si arroga il diritto di dire la sua sulla sessualità dai più giovani, a partire da quella dei bambini da 0 a 4 anni. Con la presunzione di dettarne le regole ai genitori (La Verità ne aveva parlato già il 28 settembre 2023, ndr).
Sì, sessualità. Certo, anche quella dei più piccoli, piccolissimi. Perché è addirittura a loro, prima di arrivare agli adolescenti nel pieno della tempesta ormonale, che si riferiscono frasi come «gioia e piacere nel toccare il proprio corpo», «masturbazione della prima infanzia», «scoperta del proprio corpo e dei propri genitali», «la gioia del contatto fisico è un aspetto normale della vita di tutte le persone» o, ancora, «tenerezza e contatto fisico come espressioni di amore e affetto». Sì, perché queste frasi - probabili frutto di eccessive letture del solito Sigmund Freud - coinvolgono già i bambini in età di svezzamento.
A leggere quel rapporto, reperibile anche sul Web, l’umanissima reazione di qualsiasi persona dotata di buonsenso e di stomaco normalmente funzionante può essere una sola: giù le mani dai bambini. Perché è umanamente comprensibile che siano le mani di chi ha letto a iniziare a prudere, una volta giunto all’ultima pagina. Sia per la forma - un pomposo quanto irritante linguaggio psico socio pedagogico - sia per la sostanza. Frajese lo ha denunciato sottovoce, com’è suo solito anche di fronte alle provocazioni, ma chi era presente può testimoniare quanto gridassero i suoi occhi e quale mormorio indignato si levasse dal pubblico. Quindi è giusto che i contribuenti italiani lo sappiano, nella forma e nella sostanza. Soprattutto se genitori. Sappiano magari, per prima cosa, che con i loro complessivi 18 milioni di dollari di contributi annuali obbligatori (quelli versati nel 2024 all’Oms) - ai quali se ne sono aggiunti altri 7,8 di versamenti volontari - l’Organizzazione realizza anche simili, sconcertanti papocchi.
La forma è già nel titolo citato, che desta preoccupata irritazione a partire dal termine «standard», palese sinonimo di protocollo, di norma di riferimento obbligatorio alla quale il volgo si dovrebbe uniformare. Quanto al sottotitolo, è il trionfo della vaghezza, dicendo di tutto senza dire nulla. E cioè: «Quadro di riferimento per responsabili delle politiche, autorità scolastiche e sanitarie, specialisti». Per completezza, va precisato che il pater certum del rapporto è tedesco: il Centro federale per l’educazione alla salute (in sigla BZgA) di Colonia. Mentre l’edizione italiana è stata promossa e finanziata dalla Federazione di sessuologia scientifica.
La sostanza, invece, è in una trentina di pagine introduttive, seguite dalle tabelle di una cosiddetta «matrice», parola anch’essa di sapore autoritario. Tanto nel testo, quanto nella seconda parte, l’estro semantico dei relatori dà prova del suo meglio, partendo dalla considerazione che l’Europa «si trova di fronte a numerose sfide riguardanti la salute sessuale» e dal presunto assioma che «bambine e bambini, ragazze e ragazzi sono determinanti per il miglioramento della salute sessuale generale». Bambine e bambini intesi, cioè, come strumenti, in ossequio a uno standard calato dall’alto.
Poco oltre, la prosa degli autori inizia a volare più in alto, con il compiaciuto annuncio che «il presente documento vuole contribuire a introdurre l’educazione sessuale olistica». Sì, olistica, aggettivo ignoto a generazioni di padri e madri che hanno comunque tirato su generazioni di figli sanissimi e privi di perversioni. Olistica, spiegano con palese cruccio gli autori, rispetto a quella tradizionale «concentrata sui potenziali rischi della sessualità, come le gravidanze indesiderate e le infezioni sessualmente trasmesse». Questo invece non va bene, deduce il volgo, perché «un tale focus negativo suscita spesso delle paure in bambine/i e ragazze/i e, per di più» e «non è di alcuna rilevanza per la vita di bambini e ragazzi».
Via via che le pagine scorrono, i toni acculturati salgono ancora, facendoci scoprire che «un approccio olistico sostiene l’empowerment di bambini e ragazzi affinché possano vivere la sessualità e le relazioni di coppia in modo appagante e allo stesso tempo responsabile». Le relazioni di coppia dei bambini? Sì, è scritto così, con in più il tocco intimidente, per chi è fermo alla lingua italiana, di quel termine inglese.
Fatto sta che gli esperti dell’BZgA, coadiuvati da 19 esperti di nove Paesi dell’Europa occidentale, più rappresentanti di organizzazioni governative e non-governative, organizzazioni internazionali e mondo accademico, hanno lavorato 18 mesi, riunendosi in quattro workshop. Il gruppo auspica «linee guida per gli Stati nazionali ai fini dell’introduzione dell’educazione sessuale olistica» e si spinge oltre, usando in modo insistito e ripetuto il verbo e il concetto di «dovere». Affermando che «in questo contesto è utile introdurre il concetto di “cittadinanza intima” che fa riferimento ai diritti sessuali dalla prospettiva delle scienze sociali».
Confessiamolo: la «cittadinanza intima» ci mancava, anche se gli autori hanno il buon cuore di spiegarci che essa «poggia sul principio della negoziazione morale e, oltre alla sessualità, riguarda le preferenze sessuali, gli orientamenti sessuali, le diverse forme di mascolinità e femminilità, le varie forme di relazione e i vari modi di vivere insieme di figli e genitori». Già, «la negoziazione morale», altro concetto assente nel bagaglio degli incolti, finora ignari del fatto che «il termine “intimità” coincide in gran parte con il concetto esteso di sessualità», dal momento che «la cittadinanza intima porta al centro dell’attenzione l’equità dello status sociale ed economico degli individui che mantengono l’autonomia per quanto riguarda la propria vita e allo stesso tempo rispettano i confini degli altri».
E via così. Poi, dopo le 36 pagine di questo pistolotto, che lascia il lettore nell’imbarazzante incertezza tra ridere o piangere, seguono le tabelle suddivise per fasce (0-4 anni, 4-6 anni, 6-9 anni, 9-12 anni, 12-15 anni, e dai 15 anni in su), con l’ammonizione iniziale che già a partire da quella tra 0 e 4 anni «i bambini devono acquisire l’atteggiamento di rispetto per l’equità di genere».
Forse può bastare.




