I giudici a marzo hanno vinto il referendum sulla riforma Nordio, ma a distanza di un mese e mezzo dal voto si scopre che a perdere non è stata Giorgia Meloni né la maggioranza di centrodestra, ma la possibilità di riformare la giustizia. Lo si vede in questi giorni, con il caso Garlasco, ma anche con la riapertura delle indagini sulla cosiddetta Banda della Uno bianca e l’assoluzione del presunto assassino di Fabrizio Piscitelli, un pluripregiudicato ucciso con un colpo di pistola alla testa mentre era seduto su una panchina nel parco degli Acquedotti di Roma.
In apparenza l’omicidio di Chiara Poggi non ha nulla da spartire con gli altri fatti di cronaca nera. I killer della Uno bianca non erano fidanzati o spasimanti respinti, ma agenti di polizia che per sette anni, nel periodo fra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, scatenarono il terrore fra Emilia-Romagna e Marche, mettendo a segno centinaia di rapine in cui morirono 24 persone e altre 115 rimasero ferite. Mentre Diabolik, questo il soprannome di Piscitelli, era un ultrà della Lazio con un curriculum criminale di un certo peso, e il suo assassino era stato identificato in Raul Esteban Calderon, un argentino già accusato di altri delitti. Cosa lega dunque due episodi che hanno a che fare con la criminalità organizzata al giallo di Garlasco? Semplice: l’incertezza della pena. Ovvero l’impossibilità di stabilire chi è il colpevole e, soprattutto, di chiudere il caso giudiziario con una sentenza definitiva, in grado di assicurare che giustizia è stata fatta.
No, da noi nulla sembra certo, neppure il giudizio di ultima istanza. Prendete proprio il caso Garlasco. Il giudice di primo grado e quelli del secondo stabilirono che Alberto Stasi non era l’assassino di Chiara Poggi. Poi, sulla base degli stessi elementi che avevano portato all’assoluzione, la Cassazione decise che si doveva rifare il processo contro il biondino dagli occhi di ghiaccio e i magistrati del rinvio hanno condannato Stasi a 16 anni di carcere. Sentenza definitiva dopo cinque gradi di giudizio? Neanche a parlarne, perché dopo 18 anni la Procura di Pavia ha riaperto le indagini e ora accusa Andrea Sempio del delitto di Chiara. Le indagini sono state fatte male? Qualcuno ha sottovalutato delle prove? Altri si sono fatti corrompere? Al momento nessuno può dirlo con certezza, tuttavia due fatti sono incontrovertibili. Il primo è che una persona, ossia il fidanzato di Chiara, ha trascorso 11 anni in galera e ora la Procura ritiene che sia innocente. Il secondo è che se da un lato la magistratura dimostra di essere in grado di correggersi e dunque di avere degli anticorpi per correggere gli errori, dall’altro la riapertura del caso è comunque una clamorosa dimostrazione del fallimento della giustizia, che arriva, se arriva, a riscrivere la storia di un delitto dopo 20 anni.
Ma la drammatica storia dei killer della Uno bianca si lega a quella di Garlasco. Perché anche in questo caso, che risale alla metà degli anni Novanta, con numerose condanne all’ergastolo, arriva un giorno in cui uno degli assassini riapre la vicenda con un’intervista, lasciando intravedere misteri da scoprire. Così, dopo 30 anni, la magistratura torna a indagare per vedere se c’è qualche cosa da scoprire. Ma è possibile che dopo oltre un quarto di secolo, dopo 100 rapine, 24 morti e 115 feriti i pm debbano ancora svelare qualche cosa? Anni e anni di processi non sono bastati a dimostrare le connivenze e le responsabilità? Ma allora, che giustizia è?
Lo stesso di può dire del caso Piscitelli. Un uomo viene ucciso nel parco. Un killer professionista travestito da runner gli ha sparato. Dopo lunghe indagini la magistratura arresta il killer, accusandolo di essere sicario di un’organizzazione di narcotrafficanti. L’argentino dalla pistola facile viene portato davanti ai giudici, i quali lo condannano all’ergastolo. Il delitto è risolto e il colpevole assicurato alla giustizia? Neanche per sogno, perché in Appello si ribalta tutto. Raul Esteban Calderon, secondo i giudici di secondo grado, non ha commesso il fatto. Vi sembra incredibile? Come si può passare da una condanna all’ergastolo a un’assoluzione sulla base degli stessi elementi? Il discorso vale per il killer sudamericano (ha sulle spalle un altro omicidio, per il quale si è pure beccato una condanna a fine pena mai), come per Stasi e per gli agenti della Uno bianca. Possibile che non si arrivi mai a mettere la parola fine? Ma una giustizia che non è mai certa di essere giusta, che giustizia è? Già, era la domanda implicita e semplice posta dal referendum, ma non tutti gli elettori l’hanno capita, anche perché i magistrati hanno fatto di tutto per non farla capire agli italiani.



