La Settimana rimane Santa anche a Gerusalemme. E le funzioni prepasquali e pasquali saranno garantite nel Santo Sepolcro con un accordo che ricorda il periodo della pandemia: i celebranti ammessi nei luoghi sacri, i fedeli a casa (no assembramenti) ad assistere alle dirette streaming. È il punto d’equilibrio raggiunto dal governo israeliano e dal Patriarcato cristiano per garantire lo svolgimento di liturgie e cerimonie, e al tempo stesso tutelare la sicurezza dei cittadini dentro una città in guerra.
Il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme, ha inteso chiudere il caso diplomatico (lui e il custode di Terrasanta padre Francesco Ielpo fermati dalla polizia mentre si recavano nel Santo Sepolcro per celebrare la domenica delle Palme) con una sintetica spiegazione: «Avevamo chiesto una piccola cerimonia privata, nulla di pubblico. Ci sono stati dei fraintendimenti, non ci siamo capiti ed è accaduto questo. Non era mai successo, dispiace che sia avvenuto. Ma tutto è avvenuto in maniera educata, dobbiamo pensare al contesto generale, c’è gente che sta molto peggio di noi». Dopo una giornata di fibrillazioni, l’abbassamento dei toni è evidente. E la secolare presenza dei sacerdoti nei luoghi della Redenzione è garantita.
Nel comunicato ufficiale del Patriarcato Latino arriva l’amen definitivo: «Le questioni relative alle celebrazioni della Settimana Santa e della Pasqua al Santo Sepolcro sono state affronta e risolte in coordinamento con le autorità competenti. Le autorità religiose esprimono sincera gratitudine a Isaac Herzog, presidente dello Stato di Israele, per il suo intervento tempestivo e decisivo, così come è stata espressa gratitudine anche ai capi di Stato e ai funzionari che si sono attivati rapidamente, molti dei quali hanno manifestato personalmente la propria vicinanza e sostegno». In particolare Giorgia Meloni ed Emmanuel Macron. Sul tema si sono spesi anche gli Usa: «Abbiamo espresso a Israele le nostre preoccupazioni in merito alla chiusura di questi luoghi sacri», ha detto ieri la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt.
La mediazione del presidente Herzog, responsabile istituzionale dei rapporti con le confessioni religiose, è stata fondamentale nel riportare il caso dentro un perimetro di rispetto reciproco. E la «non menzione» di Benjamin Netanyahu fra i ringraziati lascia trasparire una punta di polemica dopo l’uscita infelice del premier: «Sfortunatamente Gesù Cristo non ha alcun vantaggio su Gengis Khan». In realtà gli accordi «per il coordinamento delle celebrazioni con le autorità competenti» non potevano che passare dalla polizia gestita dal ministero dell’Interno, quindi dal falco Moshe Arbel. Nelle scorse settimane le ragioni di sicurezza avevano prevalso e il 21 marzo i frati francescani del Santo Sepolcro avevano fatto sapere che «l’accesso alla basilica è impedito ai fedeli anche se la preghiera continua ininterrottamente».
Non era una sorpresa, ma il dialogo ha vinto. Il luogo più sacro della cristianità all’interno delle mura della città santa, poco distante dalla porta di Giaffa, terrà aperto simbolicamente il portale dei crociati per i fedeli di tutto il mondo. Quella che viene considerata dal Vaticano «una decisione affrettata» aveva portato al punto più critico degli ultimi decenni nei rapporti fra Chiesa cattolica e Israele. Tutto sembra risolto e ieri a Tv2000 il cardinal Pizzaballa ha spiegato: «Non volevamo forzare la mano ma usare la situazione per vedere di chiarire meglio cosa fare nei prossimi giorni, nel rispetto della sicurezza di tutti ma anche del diritto alla preghiera». Lo stupore per la decisione chiusurista deriva anche dal fatto che perfino durante la pandemia - mentre in Italia le chiese furono sprangate per mesi con il beneplacito di papa Francesco - in Israele i luoghi sacri rimasero aperti. Nel comunicato del Patriarcato si sottolinea che «la fede religiosa rappresenta un valore umano supremo, condiviso da tutte le religioni: ebrei, cristiani, musulmani, drusi e altri. Soprattutto nei momenti di difficoltà e conflitto, come quello attuale, la tutela della libertà di culto viene indicata come un dovere fondamentale e condiviso». Va ricordato che i cristiani in Israele sono 185.000, in aumento rispetto a una decina di anni fa.
La vicenda non poteva non avere conseguenze politiche. Ieri l’ambasciatore di Israele a Roma, Jonathan Peled, è stato convocato alla Farnesina e il ministro degli Esteri Antonio Tajani gli ha ribadito che «l’Italia chiede di rispettare l’esercizio della libertà religiosa, considerando tutti i credenti che in Gerusalemme vedono la culla della propria fede. Il governo ritiene assolutamente comprensibili e totalmente condivisibili le ragioni e le modalità di protesta che il cardinale Pizzaballa ha ritenuto di adottare; non ritiene che ulteriori commenti da parte di funzionari possano aiutare a far progredire il dialogo».
Il riferimento è proprio a una dichiarazione di Peled, che aveva gettato qualche ombra sulla sollecitudine del Patriarca di Gerusalemme nel sollevare il polverone. «Avremmo potuto agire tutti in modo diverso: magari anche le nostre forze di polizia… Forse il Patriarca è stato un po’ avventato. Il governo italiano si è affrettato a condannare l’accaduto. Credo che tutti abbiamo imparato la lezione». Più diplomatico l’ambasciatore israeliano presso la Santa Sede, Yaron Sideman: «Sono contento che la questione sia stata risolta con rapidità ed efficienza, in un modo che tutela la libertà di preghiera e protegge al tempo stesso la vita umana». Per tutti è importante stemperare la crisi nella settimana della speranza. Nel segno di papa Leone XIV quando afferma: «Dio non può essere arruolato dalle tenebre».



