Il trasporto dei malati era gestito dalla cosca; ma anche i ricoveri, gli esami diagnostici e gli appalti. Il clan Contini aveva esteso i tentacoli sull’ospedale San Giovanni Bosco di Napoli. L’inchiesta della Dda, scattata ieri, fotografa un contesto inquietante che ha portato il gip Ivana Salvatore ha firmare un’ordinanza di misura cautelare per quattro persone: tre esponenti della cosca Contini e un avvocato. Il legale Salvatore D’Antonio, 51 anni, per i pm controllava la ricchezza della cosca, anche quella accumulata grazie alle truffe alle assicurazioni, investendo «nell’acquisto di immobili, auto e anche quadri d’autore». In totale, il numero degli indagati sale a 76.
Oltre ai boss Maria Licciardi, detenuta a l’Aquila, Maria Aieta, Gennaro Licciardi e Antonio Techemiè, tra gli indagati ci sono cinque pubblici ufficiali: un ispettore di polizia in congedo, un funzionario Inps, un impiegato (ora in pensione) dell’ufficio Patrimonio dell’ospedale, un medico ancora in servizio e un altro sanitario che lavorava lì all’epoca dei fatti. Dalle carte dell’inchiesta emerge come i Contini avrebbero gestito i servizi legali e illegali dell’ospedale San Giovanni Bosco che si trova nel Rione Amicizia, la roccaforte della cosca. Per gli inquirenti, il clan «controllava» il trasporto dei malati con le ambulanze attraverso la «complicità» del titolare di un’associazione che si occupava del trasporto con le ambulanze. Le altre associazioni o ditte sarebbero state minacciate affinché rimanessero fuori da tale business.
Le indagini hanno accertato come le persone vicine alla cosca sarebbero riuscite ad avere corsie preferenziali per l’accesso in ospedale, avrebbero avuto certificazioni mediche false per ottenere scarcerazioni, farmaci gratis, prestazioni diagnostiche senza rispettare le regole. L’inchiesta ha svelato che la cosca poteva contare sulla disponibilità di personale sanitario e parasanitario, degli addetti alla vigilanza privata e delle altre ditte che lavoravano al San Giovanni Bosco. Le attività commerciali avrebbero sempre versato una quota da destinare alle «casse» dei Contini.
Secondo l’accusa, il clan avrebbe ottenuto prestazioni professionali da un medico che era prima dipendente del San Giovanni Bosco poi assunto dal San Giovanni dei poveri. Nello specifico, il sanitario, dietro un «cospicuo» compenso, avrebbe fornito false certificazioni agli affilati e alle persone indicate dai Contini, in particolare per le truffe assicurative e per scarcerazioni illegittime. Il clan avrebbe fatto affari anche grazie alla «complicità» del titolare della società che gestiva il bar e la buvette dell’ospedale (i fatti contestati riguardano, in particolare, il biennio 2019-2020). Quest’ultimo, indagato, non avrebbe mai pagato all’Asl i canoni di locazione dei locali utilizzati.
A tale proposito, è emerso che proprio lui, assieme ad altre due persone, avrebbe costretto con minacce l’allora direttore del generale dell’Asl Napoli 1, Ciro Verdoliva, a concedergli il mantenimento dell’istallazione di distributori automatici di snack e bevande «illegittimamente» messi nell’ospedale. Il direttore avrebbe cercato di estromettere dagli appalti il clan e le ditte a lui riconducibile. Il direttore generale e il direttore sanitario, infatti, denunciarono alle forze dell’ordine minacce e pressioni. L’inchiesta descrive un sistema strutturato di frodi assicurative e infiltrazioni negli appalti sanitari da parte del clan Contini, storica componente dell’Alleanza di Secondigliano. Le indagini si sono avvalse, inoltre, di numerose intercettazioni dalle quale emerge il meccanismo della truffa. Lo dimostra pure il linguaggio tecnico utilizzato («La chiudiamo al dieci%»). L’inchiesta della Dda ha evidenziato uno spaccato inquietante sul fronte degli appalti dell’Asl Napoli 1 centro. Dall’attività investigativa è emerso che c’era la «percezione di un controllo consolidato su servizi strategici come pulizie e servizi ausiliari, con il timore che l’azione di risanamento possa interrompere equilibri economici radicati». Numerose sono state le pressioni che l’allora dg Verdoliva ha ricevuto mentre cercava di rivedere la gestione e l’affidamento dei principali servizi.
Gli inquirenti hanno scoperto che non sempre si trattava di minacce esplicite, ma spesso c’erano «segnali e messaggi evocativi della forza dell’organizzazione, finalizzati a dissuadere dall’azione di bonifica». Emblematica, ai fini dell’indagine, alcune frasi dette al dirigente dopo che si era rifiutato di ricevere alcune persone: «Mo chiamiamo tutta la famiglia, entriamo e sfondiamo la porta». Ma l’allora dg decise di collaborare con la Procura per denunciare il clima intimidatorio e proseguire nell’azione di risanamento.
Il quadro che emerge è quello di una «camorra imprenditoriale», meno visibile ma capace di infiltrarsi nei servizi pubblici, generare liquidità attraverso frodi seriali e difendere con pressioni mirate gli interessi economici consolidati. Un sistema che, secondo gli inquirenti, avrebbe saldato criminalità organizzata, imprenditoria e gestione di settori strategici della sanità pubblica.



