«Sono molto preoccupato per ciò che succede nel mondo, in Medio Oriente, la guerra di nuovo, dobbiamo essere anche noi annunciatori di pace. Dobbiamo pregare molto per la pace, rifiutare quella tentazione di far male all’altro, la violenza non è mai la strada giusta». Lo ha detto Papa Leone parlando a braccio nel saluto iniziale alla comunità della parrocchia del Quarticciolo dove è in visita. «Dobbiamo rifiutare sempre quello che fa male, come la droga. Dobbiamo dire sempre no alla droga e sì a quello che fa bene», ha affermato alla platea il pontefice. Durante la visita alcuni ragazzi del quartiere hanno donato al Papa una maglia personalizzata con scritto Leone XIV, il Pontefice ha firmato anche dei palloni da calcio.
L'elicottero del 118 è decollato poche ore dopo la tragedia di Capodanno grazie al lavoro dell'unità di crisi attivata a Niguarda. Il presidente Fontana ha premiato Areu e gli ospedali Niguarda e Policlinico con la Rosa Camuna. Le testimonianze dei primi elisoccorritori atterrati a Sion.
Poche ore dopo il grave disastro avvenuto il 1° gennaio a Crans Montana, mentre il sistema sanitario svizzero chiedeva supporto urgente per la gestione di pazienti con gravi ustioni – tra cui cittadini italiani ricoverati negli ospedali di Sion, Losanna, Ginevra, Zurigo e Aarau – la macchina dell’emergenza lombarda era già operativa.
Alle 10.30 Areu ha attivato la Centrale Operativa Maxiemergenze presso la Soreu Metropolitana (Sala Operativa Regionale Emergenza Urgenza), assumendo la regia sanitaria dell’intervento e allestendo una vera e propria sala crisi dedicata. Una risposta immediata, strutturata e coordinata, che ha consentito di affrontare sin dalle prime ore uno scenario internazionale complesso.
Da quel momento si è sviluppato un impegno crescente, in stretta collaborazione con la Regione Lombardia, la Presidenza, l’assessore al Welfare Guido Bertolaso, il Dipartimento della Protezione Civile – attivato attraverso il Meccanismo Europeo di Protezione Civile su richiesta del Governo svizzero – e il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.
Alle 16.30 l’elisoccorso di Como decollava alla volta di Sion, seguito a breve distanza dai mezzi di Bergamo e Milano, consentendo già nella stessa giornata il trasferimento di tre ragazzi presso il Centro Grandi Ustioni dell’Ospedale Niguarda di Milano.
Un’operazione che nei giorni successivi si è ampliata fino a coinvolgere complessivamente 12 giovani gravemente feriti, evacuati in sicurezza con l’ultimo trasferimento effettuato l’11 gennaio 2026.
Anche per questo impegno straordinario, il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana, affiancato dal vicepresidente Marco Alparone e dall’assessore Guido Bertolaso, ha conferito al direttore generale di Areu, Massimo Lombardo, la Rosa Camuna, la massima onorificenza regionale. Il riconoscimento è stato attribuito anche al personale dell’Ospedale Niguarda e della Fondazione Irccs Ca’ Granda- Ospedale Maggiore Policlinico di Milano.
«Sono grato al presidente Fontana e all’assessore Bertolaso – ha dichiarato Lombardo – per aver voluto consegnare ad Areu la Rosa Camuna. È un riconoscimento al grande lavoro di squadra svolto in quei giorni terribili, coordinando professionisti con competenze diverse ma tra loro perfettamente complementari».
«Areu una comunità di donne e uomini che lavorano sull’emergenza – ha aggiunto – e Crans Montana è stata la dimostrazione concreta della nostra capacità operativa e della tempestività della macchina organizzativa. In pochissimo tempo abbiamo attivato gli elicotteri di Como, Milano e Bergamo attraverso la nostra Centrale Regionale Elisoccorso (Creli), le centrali operative, la struttura Maxiemergenze e numerosi altri operatori che hanno lavorato giorno e notte fino al completamento dei 12 trasferimenti. Un’operazione estremamente complessa, perché abbiamo evacuato ragazzi con ustioni gravissime, molti dei quali ricoverati in terapia intensiva. Una complessità che corrisponde al nostro modo di lavorare: integrazione di competenze e coordinamento continuo».
La Centrale Maxiemergenze è rimasta operativa con presidio dedicato fino al 6 gennaio e successivamente in regime di reperibilità, assicurando continuità di coordinamento per tutta la durata dell’emergenza.
Determinante anche l’attivazione di un Burn Assessment Team congiunto Niguarda–Areu – composto da rianimatore, chirurgo plastico, infermieri di area critica, psicologo e tecnici autisti-soccorritori – inviato in Svizzera per supportare la selezione dei pazienti, la valutazione dell’idoneità al volo, il raccordo clinico con il centro ricevente e il sostegno ai familiari. Un secondo team ha garantito la continuità della missione nei giorni successivi.
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L'ingresso de Le Constellation a Crans Montana (Ansa)
L’ex responsabile municipale per la sicurezza, interrogato, accampa scuse surreali: scarsità di risorse e guai con i computer avrebbero impedito le verifiche al Le Constellation, in uno dei cantoni più ricchi di Svizzera.
I controlli antincendio non venivano eseguiti perché mancava il personale, i fondi stanziati dal Comune non erano sufficienti e il gestionale che doveva mandare agli impiegati pubblici gli alert per le scadenze delle verifiche, era fuori uso. E lo è rimasto per anni.
Giustificazioni, apparentemente, da Italietta. Invece a spiegare anni di mancate ispezioni sulle misure antincendio nel locale Le Constellation di Crans-Montana, distrutto dal rogo di capodanno dove hanno perso la vita 41 giovanissimi di cui sei italiani (e altri 115 sono rimasti gravemente feriti), è stato Ken Jacquemoud, ex responsabile della sicurezza di Crans-Montana dal 2017 al 2024.
Jaquemoud è indagato insieme al suo successore, Christophe Balet, e ai proprietari del locale Jaques Moretti e Jessica Maric per incendio, omicidio, lesioni colpose e ieri mattina è stato sentito per diverse ore durante un’udienza «particolarmente tesa» che lo ha visto entrare nei locali della Procura di Sion da una porta sul retro, per evitare la stampa. «A causa dei problemi di organico», ha riferito, «non avevamo risorse per fare i controlli sulla sicurezza dei locali pubblici e avevamo anche problemi con il software, per la cui sostituzione abbiamo impiegato molto tempo, di tutto questo avevamo informato il Comune», ha riferito il tecnico. Aggiungendo anche che «a causa del bug del sistema informatico i dati sui controlli si erano cancellati», che «non era stato fatto un backup» e dunque «c’è voluto molto tempo per cambiare il programma» e che, lui, comunque, aveva detto al Comune che «servivano più risorse».
La sua testimonianza fa il paio con quella di Balet, l’ormai noto responsabile della sicurezza senza brevetto antincendio «perché l’esame per ottenerlo era difficile» eppure incaricato dal Comune di Crans dal 2024 in poi per verificare il livello di rischio dei locali pubblici. Anche Balet, infatti, che interrogato venerdì scorso aveva scaricato la colpa di non aver mai controllato Le Constellation sugli stessi «problemi informatici», durati - quindi a conti fatti - ben cinque anni.
Dunque, riassumendo, il Comune di Crans-Montana, stazione sciistica tra le più rinomate d’Europa, parte del Canton Vallese che è terzo per estensione tra i cantoni della Svizzera, uno degli stati più ricchi al mondo, non aveva denari a sufficienza per pagare dei tecnici che facessero le ispezioni antincendio - obbligatorie per legge - negli (appena) 1.400 locali pubblici del territorio, molti dei quali con attività stagionale.
E nemmeno aveva da investire gli spiccioli necessari a far funzionare un gestionale che ricordasse ai suoi dipendenti quando era il momento di fare ritorno nei locali per le verifiche.
Eppure, per quanto possa sembrare incredibile, non si tratta di una fake news. Anzi, a quanto pare, di un problema condiviso da altre amministrazioni. Qualche giorno fa, infatti, la Conferenza dei sindaci del distretto di Sierre, di cui Crans-Montana fa parte, ha inviato una lettera al Canton Vallese e al Consiglio di Stato sostenendo che la legge sulla protezione antincendio è troppo complicata da applicare e troppo onerosa per dei piccoli Comuni. «Nessuno è attualmente in grado di assumersi pienamente questo compito; non si tratta solo di mancanza di risorse, ma di un sistema la cui portata è troppo ampia» hanno scritto i sindaci in una sorta di «difesa d’ufficio» del primo cittadino di Crans, Nicolas Feraud, che se finisse nei guai per i mancati controlli, creerebbe un precedente di cui molti suoi colleghi, evidentemente, hanno timore.
Anche se la situazione che emerge dagli ultimi interrogatori può sembrare già di per sé paradossale, è bene ricordare una delle più importanti contraddizioni che girano intorno al tema della sicurezza, dove ogni responsabile tenta di fare scaricabarile sull’altro.
La spugna dei pannelli insonorizzanti appiccicata sul soffitto del seminterrato che ospitava centinaia di giovani, che usavano candele pirotecniche per i festeggiamenti e che era stata appiccicata al soffitto da Jaques Moretti in persona nel 2015 durante la ristrutturazione del locale, era evidentemente pericolosa e avrebbe fatto inorridire chiunque alzando gli occhi al soffitto - con o senza brevetto - avesse voluto vederla. Sia per la evidente scarsa qualità del materiale, che per la scarsa aderenza al soffitto - come provano i tanti video che la mostrano quasi a penzoloni. Eppure quei pannelli insonorizzanti, causa non solo della velocità del propagarsi delle fiamme ma anche dei gas tossici sprigionati che hanno reso impossibile la fuga a tanti dei ragazzi, morti per le esalazioni, non sono mai entrati nel novero dei controlli. Le due uniche ispezioni effettuate a Le Constellation dal 2015 - una nel 2018 e l’ultima nel 2019 - non ne rilevarono nemmeno la presenza, mentre le prescrizioni sulle vie di fuga e sulle porte dei sicurezza e sugli estintori - secondo quanto emerso fino ad oggi - si limitarono ad indicazioni di minima. A questo proposito sarà sentito - non come indagato ma come persona informata sui fatti - anche David Vocat, capo dei vigili del fuoco che sarebbe stato presente nei controlli al locale. Vocat, che era stato chiamato in causa anche dai Moretti, sarà ascoltato il prossimo 16 febbraio. Nei prossimi giorni sarà anche di nuovo il turno dei coniugi: Jacques sarà nuovamente interrogato domani, Jessica giovedì.
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I coniugi Moretti, titolari del locale di Crans-Montana (Ansa)
Che cosa si può comprare con 33.000 euro? Probabilmente una Maserati usata, ma anche dei pannelli ignifughi e un impianto antincendio. Forse nella cifra ci sta anche un corso di sicurezza riservato ai dipendenti, affinché sappiano che cosa fare in caso di emergenza. Sì, più l’inchiesta sulla strage di Crans-Montana va avanti e più i dettagli dell’indagine - a dire il vero prevalentemente giornalistica e poco giudiziaria - ci fanno capire che siamo di fronte a una storia di ordinaria avidità. Durante il Covid, i coniugi Moretti ottennero un finanziamento di 75.000 euro. Ma quei soldi, invece di investirli nel loro locale per metterlo a norma con pannelli che non bruciassero alla prima scintilla e installando un impianto antincendio, li hanno usati per comprarsi una Maserati, intestandola alla società che gestiva Le Constellation.
Ovviamente di un’auto, per di più di lusso, non avevano bisogno. Anche perché nel garage della coppia c’erano già una Mercedes-Amg, una Bentley e una Porsche Cayenne. I due avevano, dunque, più vetture di quante ne potessero usare contemporaneamente, per giunta non proprio utilitarie. Tuttavia, decisero di concedersi un’altra auto lussuosa, suscitando anche l’interesse della Procura del Cantone che, tuttavia, dopo aver indagato, archiviò l’indagine ritenendo che la Maserati fosse l’auto di servizio di cui i coniugi Moretti avevano necessità per svolgere la loro attività di gestori di bar e ristoranti.
Con il senno di poi, però, quei 33.000 euro investiti per comprare una vettura sono la testimonianza della spregiudicatezza e dell’avidità dei due. Avevano i soldi per mettere in sicurezza il locale dove sono morti 40 ragazzi e altri 116 sono rimasti feriti e li hanno usati per comprarsi l’ennesima supercar. Erano ricchi, avevano immobili in una delle località sciistiche più prestigiose della Svizzera e altri, a quanto pare, ne avevano acquistati in Costa Azzurra. Avevano un parco vetture da far invidia a molti imprenditori. Ma non bastava. Volevano di più. Per dimostrare al mondo il proprio successo, per celebrare la propria ascesa sociale, dopo gli anni in cui lui aveva frequentato un milieu di malviventi e magnaccia, i Moretti volevano aggiungere un’altra fuoriserie alla loro scuderia. E così parte di quei 75.000 euro, ottenuti in prestito per far fronte all’emergenza Covid e alla chiusura dei loro locali, non sono serviti per ampliare le uscite di sicurezza e neppure per sostituire il materiale infiammabile di Le Constellation, ma per una Maserati.
Ora Jessica Moretti piange di fronte ai cronisti, chiedendo scusa fuori tempo massimo. Ma sarebbe stato sufficiente che, invece di pensare a ingrandire ancora di più Le Constellation allargando la veranda e restringendo magari le vie di fuga, avesse pensato a come rendere sicuro il locale. Invece, come capita a chi vuole guadagnare senza farsi troppi scrupoli, ha pensato solo a quanti altri soldi avrebbe incassato, correndo verso il baratro e trascinando con sé la vita di decine di ragazzi. Di questa tragedia dell’avidità resteranno le immagini di lei che fugge la notte della strage. Mentre dei minorenni morivano asfissiati o bruciati, la signora della notte di Crans scappava, secondo alcune testimonianze, con la cassa. C’è un filo rosso che lega la sciagura del Ponte Morandi a quella della Rsa di Milano, dove sei anziani morirono soffocati dal fumo e altri 80 rimasero intossicati, per poi arrivare a Crans. È spesso la motivazione economica a unire le catastrofi. Per dirla con Giorgio Bocca, «fare soldi per fare soldi, se esistono altre prospettive, scusate, non le ho viste». Ma la storia raccontata negli anni Sessanta sul Giorno dal grande giornalista riguardava la «strage» di librerie in un centro della provincia di Pavia, non la strage di minorenni in una località di lusso delle Alpi svizzere.
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Bologna, i resti dell'Audi rubata sulla quale due ragazzi albanesi stavano fuggendo dalla Polizia (Ansa)
- Due ragazzi alla guida di un’Audi rubata perdono il controllo scappando dalle volanti a Bologna: schianto fatale con un lampione. Un testimone: «Sarà andato a 150 all’ora, le pattuglie erano lontane». Ma Lepore attacca: «Aspettiamo che ci dicano com’è andata».
- Monfalcone, africano accusato di violenza sessuale. Cisint: «Va rimandato a casa sua».
Lo speciale contiene due articoli.
L’ennesimo incidente per evitare un controllo della polizia ha lasciato privo di vita sull’asfalto Valjero Maksuti, 18 anni, albanese con precedenti per furto e resistenza, sbalzato fuori dall’abitacolo probabilmente perché non indossava la cintura di sicurezza e dilaniato tra le lamiere dell’Audi A3 Sportback 2.0 turbo diesel da 150 cavalli e velocità massima da 220 chilometri orari, rubata, che guidava un suo connazionale diciannovenne, Kaloschi Orgito, finito in ospedale con codice di media gravità e non in pericolo di vita. L’auto, usata dai due per quasi tre giorni consecutivi, immatricolata in provincia di Alessandria nel 2016, era ferma al semaforo di via Tolmino, ma già sospetta. La denuncia di furto, risulta alla Verità, era stata presentata al Nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di finanza di Bologna e inserita nella banca dati delle Forze dell’ordine il 9 settembre. La pattuglia si avvicina, l’equipaggio è pronto a chiedere i documenti, ma allo scattare del verde l’Audi parte in accelerazione e scatta come un proiettile. Nasce l’inseguimento: la volante, un’Alfa Romeo Tonale, dietro, sirena spiegata, lampeggiante acceso, non regge il passo. È l’alba. Nel video diffuso dalla polizia si vedono i fari dell’Audi squarciare il buio delle 5 in via Murri, quartiere Santo Stefano, zona residenziale di Bologna. Arriva a velocità elevatissima all’incrocio con via dei Lamponi, la traiettoria è leggermente disallineata rispetto al marciapiedi. Il conducente tenta di correggere, ma la vettura perde aderenza. Poi l’impatto. «Un boato» l’hanno definito i testimoni. Contro un palo dell’illuminazione pubblica che ha diviso a metà l’Audi, sollevando la coda e squarciandola fino all’altezza dei sedili posteriori, con pezzi della carrozzeria volati a diversi metri. Stando alla stampa locale sarebbero rimaste danneggiate anche altre autovetture in sosta. Molti secondi dopo si vede arrivare la Volante. Orgito è incensurato, ma per lui sono scattati l’arresto per omicidio stradale (eseguito dagli agenti del Commissariato Santa Viola) e una denuncia per ricettazione e resistenza a pubblico ufficiale. Stando ai primi accertamenti guidava con una patente albanese che non è risultata convertita in Italia. Tra i rottami sono stati trovati un tirapugni, un martelletto frangivetro, un mazzo di chiavi di un appartamento e attrezzi da scasso. L’intera scena, alle 5.30, si è trasformata in un cantiere di soccorsi. Arrivano altre pattuglie della polizia, la Polizia locale che chiude l’incrocio, i Vigili del fuoco, gli operatori del 118. L’odore di gasolio e di plastica bruciata impregna l’aria. Il quartiere si sveglia di colpo. Dalla Questura, poche ore dopo, chiariscono la dinamica: «Si precisa che la volante non è mai entrata in contatto con l’auto e che gli agenti non hanno neppure visto l’impatto perché avevano perso il mezzo». I poliziotti hanno prestato soccorso ai due giovani. La proprietaria dell’auto, arrivata sul posto, è sotto choc: «Non posso pensare che sulla mia auto è morto un ragazzo». Il racconto dei commercianti di via Murri ricompongono i minuti precedenti. «Stavo aprendo l’edicola quando ho visto arrivare un’auto a tutta velocità dal centro», ha raccontato uno dei testimoni: «Sembrava una scheggia impazzita. Era in mezzo alla strada, poi si è buttata sulla destra ed è finita contro il palo. Non ha nemmeno frenato. Dietro, poco dopo, ho visto arrivare la macchina della polizia». Un farmacista della zona conferma di aver consegnato le registrazioni delle telecamere: «Verso le 7, quando sono arrivato, era ancora tutto così. L’auto spezzata a metà. Le autorità mi hanno chiesto le immagini della videosorveglianza». Nelle immagini non si vede esattamente l’impatto «ma», spiega il farmacista, «si vede la macchina arrivare dal centro e posso confermare che non ci sia stato nessuno speronamento. La macchia della polizia è arrivata a distanza di una ventina di secondi circa, forse di più, non saprei essere preciso». Il video diffuso dalla polizia conferma l’accaduto. Ma il sindaco di Bologna Matteo Lepore se ne esce con un «aspettiamo che ci dicano la Polizia di Stato e gli inquirenti di cosa si trattava esattamente». Poi ha aggiunto: «È evidente che la polizia sta lavorando. Li voglio ringraziare per gli interventi che si stanno facendo sempre più frequenti». I due erano regolari sul territorio italiano. Maksuti era arrivato come minore straniero non accompagnato e fino al compimento della maggiore età è risultato domiciliato in una comunità bolognese, lasciata nel febbraio scorso, quando ha fissato la sua residenza in un appartamento preso in affitto. Orgito, invece, nonostante i 19 anni suonati, è ancora ospite di un centro d’accoglienza. Dopo i rilievi, i resti dell’Audi catalogati dalla polizia Scientifica e sequestrati dalla Procura, sono stati caricati su un carro attrezzi e portati in un deposito giudiziario. Il corpo di Maksuti, invece, all’obitorio, in attesa che la Procura disponga l’autopsia. Orgito, dopo le cure, è stato sottoposto agli accertamenti alcolemici e tossicologici. Sono ancora in corso le verifiche tecniche sulla velocità del veicolo al momento dell’impatto e sul corretto funzionamento dei sistemi di sicurezza dell’auto. Le immagini delle telecamere di sorveglianza acquisite e i rilievi della polizia serviranno a ricostruire metro per metro la dinamica dell’inseguimento e dell’impatto. E, ha ricordato Domenico Pianese, segretario del sindacato di polizia Coisp, «non fermarsi all’alt non è un diritto, è un crimine».
Monfalcone, arrestato un africano. Ha palpeggiato una ragazza sul bus
Un episodio di violenza sessuale si è verificato il 29 agosto scorso a bordo di un autobus della linea Apt, sulla tratta tra Monfalcone e Ronchi dei Legionari, nel territorio monfalconese (Gorizia). La vittima è una ragazza di 19 anni che ha subito molestie da parte di un cittadino extracomunitario di 32 anni, di origini africane.
L’episodio era avvenuto nel pomeriggio, intorno alle 17.30, quando, stando alle ricostruzioni, all’interno del mezzo viaggiavano soltanto la giovane e il suo aguzzino. La ragazza era seduta sull’autobus quando l’uomo le si è affiancato e ha iniziato a toccarla e palpeggiarla. Nonostante lo shock, la diciannovenne ha avuto la prontezza di reagire e chiedere aiuto al conducente dell’autobus, che ha subito chiamato il 112, permettendo l’intervento dei carabinieri. Lo stupratore è stato arrestato per violenza sessuale e trasferito nel carcere di Gorizia. La giovane vittima, contestualmente, pur visibilmente scossa dall’accaduto, ha rifiutato le cure sanitarie ma ha formalizzato denuncia nei confronti dell’arrestato.
L’episodio ha suscitato forti reazioni politiche, in particolare da parte dell’europarlamentare del Carroccio Anna Maria Cisint, già sindaco di Monfalcone tra il 2016 e il 2024, che da sempre si batte per il ripristino della legalità in un territorio costretto a una complicatissima convivenza con immigrati perlopiù islamici. Cisint ha commentato con fermezza sui social media: «Un extracomunitario tenta violenza a una giovane donna in autobus tra Monfalcone e Ronchi. Mi chiedo: lavora? Dove lavora? Ma chissà quante volte avrà tentato schifezze del genere. L’autista dell’autobus, che merita un premio, ha chiamato i carabinieri, che sono intervenuti in tempo e lo hanno arrestato. Per l’africano mi auguro remigrazione immediata».
Anche il deputato friulano della Lega Graziano Pizzimenti è intervenuto sulla vicenda dichiarando: «Episodi come questo scuotono profondamente le nostre comunità e crediamo che garantire il sostegno a donne e uomini in divisa sia l’unico modo per tutelare i nostri cittadini, ristabilendo ordine e legalità nelle nostre città. Non c’è spazio per chi intende venire nel nostro Paese per delinquere o commettere gravi episodi di violenza mettendo a rischio la vita della nostra gente».
Tutto ciò riporta alla memoria una vicenda simile, avvenuta tra il 9 e il 10 maggio 2017 a Trieste. La ragazza, una diciassettenne, era stata trovata riversa a terra con una ferita al ginocchio e numerose ecchimosi sul viso. Era stata rapinata, picchiata e violentata da un iracheno richiedente asilo di 26 anni, Govand Mekail. In quell’occasione, l’allora governatore regionale, Debora Serracchiani (una renziana della prima ora), era stata coperta di infamie per il suo duro commento. Diceva infatti Serracchiani: «La violenza sessuale è un atto odioso e schifoso sempre, ma risulta socialmente e moralmente ancor più inaccettabile quando è compiuto da chi chiede e ottiene accoglienza nel nostro Paese. In casi come questi riesco a capire il senso di rigetto che si può provare verso individui che commettono crimini così sordidi. Sono convinta che l’obbligo dell’accoglienza umanitaria non possa essere disgiunto da un altrettanto obbligatorio senso di giustizia, da esercitare contro chi rompe un patto di accoglienza. Per quanto mi riguarda, gesti come questo devono prevedere l’espulsione dal nostro Paese, ovviamente dopo assolta la pena. Se c’è un problema di legislazione carente in merito bisogna rimediare».
Sembra, disgraziatamente, che non sia cambiato molto da allora, se non in peggio.
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