«Ne rimarrà uno solo». Possiamo prendere a prestito la frase cult del film Highlander per anticipare una specie di battaglia finale dove le imprese del settore edile dovranno dimostrare di avere la forza per affrontare la transizione dal Pnrr a un nuovo e alternativo modello di sviluppo infrastrutturale.
La storia è nota, e anche l’attualità. Dopo gli anni difficili pre-pandemia, il comparto delle costruzioni ha vissuto un’accelerazione prima con il Superbonus del 110 e poi con l’arrivo delle risorse europee del Pnrr: cantieri, imprese, occupazione e filiere ne hanno beneficiato, senza precedenti. Così, dopo l’avvio e la crescita di tante imprese con il picco degli anni 2021-23, molte aziende hanno confidato di potersi sostenere poggiando direttamente sul Pnrr. Ma dal 2024 ad oggi il colpo è stato duro: ritardi nei pagamenti, iter burocratici completamente diversi, con la conseguenza che molti operatori già oggi sono in difficoltà.
Non è difficile prevedere che la situazione è destinata a peggiorare con la completa fine del Pnrr, quindi con la drastica riduzione dei volumi del mercato.
In poche parole, molte aziende spariranno. A meno che non si creino nuove basi industriali. I numeri raccontano questa realtà in trasformazione: il Pnrr, che va completato entro il 2026, ha rappresentato uno dei principali motori di crescita delle costruzioni e, considerando l’intera filiera, pesa per una quota rilevante del Pil italiano. La sua riduzione lascerebbe dunque un grande vuoto nella domanda di infrastrutture, rigenerazione urbana ed efficientamento energetico, con effetti diretti su produzione, occupazione e capacità di investimento delle imprese.
Non possiamo che restare dunque in questo campo di gioco. La fine del Pnrr impone alle imprese di ripensare il proprio modello di crescita. Per quel che ci riguarda, riteniamo che il modello debba seguire tre passi. II primo è il consolidamento delle imprese nei territori dove esistono competenze, fornitori e reti già mature; il secondo è l’aggregazione societaria, nel senso che molte medie e piccole imprese, pur forti di capacità ed esperienza, non reggeranno l’impatto a meno che non si integreranno con soggetti più grandi. Il terzo passo è la vera novità di sistema: la decisa apertura al mondo del partenariato pubblico-privato, il Ppp.
La riduzione dei fondi pubblici renderà inevitabilmente questo modello una leva virtuosa per costruire scuole, ospedali, residenze sanitarie, infrastrutture sociali e opere di rigenerazione urbana. Questa sfida dovrà coinvolgere anche il mondo del credito: la banca diventa socio delle società di progetto, partecipa ai flussi di cassa generati dalla gestione delle infrastrutture, alla valorizzazione immobiliare e alla creazione di strumenti finanziari legati ai beni pubblici. Accade in diversi Paesi europei, perché non provarci adesso, in Italia?



