«A Milano non esiste un’emergenza sicurezza ma un tema sicurezza», oltre a un «problema di percezione». Nel suo viaggio a Milano, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha portato due regali a Beppe Sala. Il primo è proprio questo distinguo lessicale che purtroppo non sposta i termini del problema: fra stupri (l’ultimo tre giorni fa), baby gang, microcriminalità sui mezzi pubblici, degrado e violenza in gran parte dovuti all’immigrazione incontrollata, la metropoli lombarda rimane in costante allarme rosso. Il secondo cadeau arriva in qualche modo a smentire l’approccio rassicurante, proprio di un governo responsabile; per arginare la deriva verranno aggiunti 430 nuovi agenti delle forze dell’ordine. Significa che, se non è emergenza, è urgenza. E che l’assalto alla legalità non è solo percepito come vorrebbe far credere il Vanity sindaco arcobaleno.
Nel suo sbarco a Gotham City, Piantedosi non ha voluto infierire. Negli interventi in prefettura e alla presentazione del progetto per il nuovo campus dell’Università Cattolica ha privilegiato i dati positivi («In stazione Centrale ci sono stati il 39% di reati in meno del 2019») rispetto a quelli negativi. Che peraltro rimangono granitici nella cronaca nera quotidiana di tutti i media. L’esecutivo ha deciso di presentarsi con approccio collaborativo davanti agli errori decennali delle amministrazioni milanesi di sinistra, prone al mantra dell’accoglienza diffusa inaugurata in modo sciagurato da Luciana Lamorgese quando era prefetto. Una strategia contestata dal governatore lombardo Attilio Fontana, che corregge il ministro: «È inutile chiedere di far arrivare tutti in Italia e poi lasciare le persone abbandonate a se stesse. Chiedo di garantire la presenza di vigilantes sui treni e di polizia nei pronto soccorso».
Proprio davanti alla Centrale c’è la dimostrazione plastica h24 del fallimento della strategia del grande abbraccio: bivacchi, violenze, senso assoluto di insicurezza che la giunta Sala non è riuscita a minimizzare neppure con l’impiego dell’esercito, utilizzato con il decorativo ruolo di deterrenza visiva. Anche gli operatori ecologici dell’Amsa ripuliscono ogni mattina il quartiere Centrale con la scorta. Ora il sindaco chiede al ministro «un presidio permanente con più telecamere e più uomini in stazione per un controllo del territorio efficace e stabile». Esattamente ciò che due anni fa impedì al prefetto, alzando la voce davanti ai blitz per non infastidire la sinistra radical ferma alla narrazione dell’inclusione da favola, senza conti da pagare. Adesso il borgomastro ha cambiato strategia, costretto dallo stesso Pd milanese in difficoltà nei quartieri popolari e di periferia. È l’eterna doppia morale: da un lato ecco lo storytelling della città della gioia, dall’altra la consapevolezza che vietare lo sgombero degli immobili occupati da clandestini e sbandati, lasciar proliferare i campi Rom e coccolare i centri sociali abusivi cari a Pierfrancesco Majorino rende esponenziale il malcontento dei cittadini.
A Milano non esisterebbe emergenza, ma arrivano 430 agenti in più per tamponarla. C’è perplessità davanti a una distonia evidente, neppure mitigata da una seconda rassicurazione statistica del ministro Piantedosi: «Il confronto è con altre grandi realtà europee e nordamericane, ed è positivo. Milano sconta un apprezzabile senso civico e il fatto che la popolazione chiede servizi all’altezza della storia della città». Un raffronto statistico di questo tipo è pure criticabile. Negli Stati Uniti delitti, spaccio e violenza sono fuori controllo; a Bruxelles l’anno scorso ci sono stati 179 omicidi, a Parigi 100, rispetto ai 19 di Milano e i 26 di Roma. La soglia di attenzione alta e la tolleranza zero (demonizzata dalla sinistra) sono necessarie proprio per non scivolare verso quei numeri. Sarà banale, ma prevenire è meglio che curare.



