Secondo il report, migliaia di cittadini bengalesi intraprendono ogni anno viaggi irregolari estremamente pericolosi, spesso passando attraverso il Medio Oriente e il Nord Africa prima di arrivare sulle coste italiane. Si tratta di una migrazione spinta da fattori economici, ma gestita da circuiti criminali transnazionali che operano con logiche sempre più sofisticate. Quasi un terzo degli arrivi dalla Libia lo scorso anno era composto da cittadini bengalesi.
«Il Bangladesh è un Paese che si trova in una fase molto delicata. Con oltre 150 milioni di musulmani, il golpe contro Sheikh Hasina e la cosiddetta «rivoluzione studentesca» hanno riportato potere a movimenti islamici come Jamaat-e-Islami», afferma Vas Shenoy, autore del libro I semi dell’odio, che documenta la presenza di gruppi estremisti in Bangladesh. «Molti di questi migranti partono per motivi economici, ma altri vengono finanziati da reti estremiste, legate alla Fratellanza, che considerano la conquista dell’Occidente come un processo demografico e teologico», aggiunge.
Il punto critico, tuttavia, non è solo umanitario o economico. È anche di sicurezza.
Quando i flussi migratori diventano opachi e difficili da tracciare, si crea uno spazio grigio in cui non è più possibile distinguere con chiarezza tra chi cerca opportunità e chi può essere strumentalizzato da reti illegali o ideologiche. Non si tratta di criminalizzare la migrazione in sé, ma di riconoscere che l’assenza di controllo genera vulnerabilità.
Il rapporto evidenzia come molti migranti lungo questa rotta siano esposti a violenze, detenzione arbitraria e sfruttamento. Queste condizioni non producono integrazione, ma frustrazione. E la frustrazione, in contesti marginali e non governati, può diventare terreno fertile per forme di radicalizzazione.
È qui che il tema si intreccia con una riflessione più ampia, che Shenoy affronta nel suo libro I semi dell’odio. In uno dei passaggi più significativi, l’autore osserva che «l’estremismo non nasce nel vuoto, ma cresce dove lo Stato arretra e le identità si radicalizzano in assenza di alternative credibili». Inoltre, sottolinea che, sebbene il Bangladesh Nationalist Party (BNP) abbia vinto le elezioni di febbraio, in passato BNP e Jamaat erano alleati. Non è irrilevante, aggiunge, che Jamaat abbia ottenuto risultati significativi nei distretti lungo la frontiera indiana.
Questa osservazione aiuta a spostare il dibattito. Il problema non è solo l’origine geografica dei migranti, ma le condizioni sistemiche in cui vengono inseriti. Flussi non regolati, integrazione debole, assenza di controllo territoriale e sociale. È in questo contesto che possono emergere dinamiche pericolose.
L’Italia si trova in una posizione particolarmente delicata. È uno dei principali punti di ingresso in Europa, ma spesso non dispone degli strumenti adeguati per gestire flussi complessi e in crescita, né della preparazione culturale e sociale necessaria per affrontare fenomeni di radicalizzazione. Il risultato è una gestione emergenziale, più che strutturale.
Nel frattempo, le reti che organizzano questi movimenti si rafforzano. Non sono più semplici trafficanti, ma attori transnazionali che operano sfruttando lacune normative e differenze nei sistemi di controllo.
Ignorare il possibile legame tra migrazione irregolare e rischio di infiltrazioni estremiste sarebbe un errore. Ma lo sarebbe altrettanto affrontare il tema in modo ideologico o semplificato.
Serve una terza via. Più controllo, più cooperazione internazionale, più capacità di integrazione reale.
Il rapporto del Mixed Migration Centre non lancia un allarme ideologico, ma operativo. Riguarda la capacità degli Stati europei, Italia in primis, di governare fenomeni complessi prima che diventino ingestibili.
Perché, come suggerisce Shenoy, i «semi dell’odio» non si piantano da soli. Crescono dove nessuno guarda.



