Denaro in cambio di consenso per l’uso dei dati. Questa la scelta che Meta sta facendo fare ai cittadini europei che usano le sue piattaforme digitali. Da qualche giorno, infatti, quando si apre Instagram o Facebook si riceve un alert da parte di Meta dove viene chiesto agli utenti di abbonarsi o continuare a usare «i nostri prodotti senza costi aggiuntivi con le inserzioni».
Se si sceglie di pagare, l’abbonamento è di 12,99 euro al mese (155,88 euro l’anno), mentre se si vogliono usare le piattaforme senza costi, si deve accettare che «Meta usi le tue informazioni». Attenzione perché, come precisa Agostino Ghiglia, componente del Garante per la protezione dei dati personali, se si sceglie l’opzione «pagamento» la società americana continuerà a trattare e usare i dati per profilare gli utenti: quello che verrà meno è solo la pubblicità. Ma come mai la società americana è arrivata a chiedere ai cittadini europei se vogliono iniziare a pagare l’uso delle piattaforme o, in alternativa, concedere il consenso per il trattamento dei dati?
Il motivo, spiega Ghiglia, lo si ritrova nella decisione del 27 ottobre 2023 del Comitato europeo per la protezione dei dati (Edpb), sotto la cui egida si riuniscono le Autorità nazionali per la protezione dei dati personali che hanno adottato una decisione urgente e vincolante affinché il Garante della privacy irlandese (sede di Meta per il mercato europeo) vieti il trattamento dei dati personali basati sul contratto e il legittimo interesse. Decisione di non poco conto dato che Meta, per quanto riguarda la gestione dei dati degli utenti in Europa, si può muove su tre basi giuridiche, secondo il Regolamento generale sulla protezione dei dati (Gdpr): il contratto, il legittimo interesse e il consenso. La decisione dell’Epdb di fine ottobre ha tolto alla società americane il contratto e il legittimo interesse, lasciando di fatto a Meta, come unica via per ottenere i dati degli utenti europei, il consenso degli stessi.
Da qui, dunque, la mossa del colosso Usa di chiedere esplicitamente agli utenti di pagare un abbonamento o cedere i propri dati per avere in cambio il servizio gratuito. Quest’ultima azione sembra, però, muoversi su un terreno abbastanza instabile, anche perché il Gdpr europeo precisa che «Il consenso dovrebbe essere espresso mediante un atto positivo inequivocabile con il quale l’interessato manifesta l’intenzione libera, specifica, informata e inequivocabile di accettare il trattamento dei dati personali che lo riguardano».
La scelta che impone Meta, la sottoscrizione di un abbonamento o il consenso, non sembra essere poi così libera. Sulla questione, però, l’Edpb si deve ancora esprimere. Ghiglia precisa, infatti, come la vicenda Meta risulti essere ancora aperta e che le autorità europee stanno ragionando se «questo modo di porre la questione (denaro o consenso, ndr) sia congruo rispetto al Gdpr e al costo» proposto dalla società. La decisione che dovrebbe arrivare tra una ventina di giorni è di fondamentale importanza per Meta. Se l’Edpb dovesse decidere che questo modo di agire non è in linea con il Gdpr dell’Ue, Meta rischierebbe di chiudere tutte le sue piattaforme sul mercato europeo dato che non avrebbe più alcuna base legale su cui appoggiarsi per poter raccogliere, analizzare e profilare i dati degli utenti. Ovviamente, in caso di decisione avversa, la società americana potrebbe appellarsi alla Corte Ue, che ci metterebbe non poco tempo per dirimere la questione. La chiusura delle piattaforme di Meta sul territorio europeo avrebbe, poi, ripercussioni anche sul tessuto economico, visto che si andrebbero a intaccare, i nuovi lavori digitali che sfruttano i social media ma anche le aziende che usano queste piattaforme per la pubblicità.
Si tratta dunque di una decisione non facile, quella che dovrà prendere il Comitato europeo per la protezione dei dati, viste anche tutte le possibili implicazioni legata a essa.



