Come c’era da aspettarsi, il via libera del governo a medici e infermieri ucraini, scappati dalla guerra, a esercitare la professione in Italia ha scatenato richieste di chiarimenti e polemiche.
Come è noto, il decreto «Misure urgenti per la crisi ucraina», in vigore da lunedì scorso, prevede la deroga alla disciplina del riconoscimento delle qualifiche professionali sanitarie (art. 34), che dà la possibilità agli operatori della salute residenti in Ucraina allo scoppio del conflitto di esercitare sul territorio italiano fino al 4 marzo 2023. Gli ospedali potranno quindi far fronte alla mancanza di organico, in parte causata anche dalle sospensioni del personale non vaccinato, arruolando tra le corsie i rifugiati. Le prime perplessità sono state immediatamente esposte dall’Unione per le cure, i diritti e le libertà (Ucdl), alla quale ieri si sono uniti il sindacato degli infermieri, Nursing Up, e la Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche (Fnopi).
«Non ci tireremo indietro per accogliere e curare sia i pazienti che i professionisti che fuggono dalla guerra», premette la Fnopi, che mette in chiaro tuttavia che «non è pensabile sostituire infermieri con un percorso certificato, quanto per fungere da mediazione culturale con i tanti pazienti ucraini che assisteremo. Massima disponibilità quindi» sottolinea ancora Fnopi «per un percorso che può rivelarsi non solo umanitario, ma funzionale, anche se non certo nelle vesti di logiche sostitutive, quanto di logiche di affiancamento». La Federazione, inoltre, è preoccupata di un futuro «condono»: «Tutto questo non può poi, alla distanza, trasformarsi in una sanatoria. Niente sanatorie: per una eventuale stabilizzazione è indispensabile verificare la qualità della formazione di chiunque provenga dall’estero». Ancora più netta la posizione del sindacato Nursing Up. Per il presidente Antonio De Palma «siamo di fronte a una situazione alquanto paradossale, non certo una novità nel nostro singolare sistema sanitario». Oltre alle criticità espresse da Fnopi, la sigla sindacale ha espresso forte perplessità sul fatto che i professionisti ucraini potrebbero esercitare anche senza «preliminare accertamento della conoscenza della lingua italiana», considerando, dice De Palma «che stiamo parlando di persone con diversi alfabeti e con un sistema di scrittura ».
Tutte criticità legittime, alla quale si aggiunge un punto fondamentale ancora non chiarito dal ministero della Salute: i sanitari ucraini dovranno, come i colleghi italiani, essere vaccinati per poter esercitare? Logica vorrebbe che l’obbligo di puntura vigesse anche per i rifugiati, tuttavia, come è stato possibile appurare negli ultimi due anni, l’evidenza e la razionalità non sono sempre alla base delle decisioni del ministero.
Ricordiamo, infatti, che l’obbligo vaccinale per i sanitari è in vigore fino alla fine dell’anno, nonostante oltre il 90% del personale sia in regola con le dosi. L’accanimento su medici e infermieri renitenti alla puntura, che prevede la sospensione dal lavoro, della retribuzione e dei contributi, è stato solo parzialmente allentato. Infatti, i professionisti non vaccinati ma guariti dal Covid potranno finalmente tornare in corsia, seppur solo temporaneamente, sino alla scadenza del termine in cui la vaccinazione è differita. Probabilmente quattro mesi. Un’apertura troppo lieve, di fronte alle difficoltà di lavoratori senza stipendio da mesi, costretti a stare a casa sebbene siano sani, mentre gli ospedali denunciano la perenne mancanza di organico in corsia. Buchi che, a quanto sembra, il governo vorrebbe tappare con i rifugiati ucraini.



