- La cura studiata da Astrazeneca e Oxford è ancora solo un miraggio, potrebbe non funzionare o addirittura rafforzare il virus. E se tutto va bene le prime dosi dovrebbero arrivare all’inizio del 2021, cioè dopo la «seconda ondata» che forse nemmeno ci sarà.
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Lo speciale contiene due articoli.
È già tutto apparecchiato per il vaccino contro il Covid-19. Peccato che al banchetto più importante e succulento – in termini di potenziali guadagni – del nuovo millennio manchi proprio l’ospite principale, per l’appunto il vaccino. Memorabile lo scambio andato in scena sabato sui social tra il premier Giuseppe Conte e la controversa cantante Myley Cyrus, artista nota più per le sue performance ai confini della pornografia che per i testi dei suoi brani. «Insieme ce la possiamo fare», ha twittato Giuseppi. Poche ore prima, era stato il ministro della Salute, Roberto Speranza, a dare il lieto annuncio. «Insieme ai ministri della Salute di Germania, Francia e Olanda, dopo aver lanciato nei giorni scorsi l’alleanza per il vaccino», così Speranza su Facebook, «ho sottoscritto un contratto con Astrazeneca per l’approvvigionamento fino a 400 milioni di dosi di vaccino da destinare a tutta la popolazione europea». Ma come spesso accade, non è tutto oro quello che luccica.
Primo problema. Al netto di tutti questi discorsi, il vaccino promesso da Astrazeneca rappresenta ancora un miraggio. Condotta in collaborazione con l’Università di Oxford, la ricerca si trova ancora nella fase sperimentale. Lo scorso aprile sono partiti i trial clinici su 1.110 volontari tra i 18 e 55 anni, mentre la «fase 2» annunciata appena venti giorni fa dovrebbe coinvolgere 10.260 tra adulti e, novità, anche bambini tra i 5 e 12 anni. È notizia del 4 giugno, infine, che l’agenzia di regolamentazione sanitaria brasiliana ha dato il via libera per testare il farmaco su 2.000 volontari. Tecnicamente, dunque, il vaccino ancora non esiste. Eppure, sull’onda dell’entusiasmo, i Paesi si stanno affrettando a farne scorta.
Nonostante la strada da fare sia ancora molto lunga, Astrazeneca ha annunciato di avere già avviato la catena produttiva per realizzare 2 miliardi di dosi entro la fine dell’anno. «Dobbiamo averlo pronto per utilizzarlo in tempo una volta che abbiamo i risultati», ha affermato l’ad Pascal Soriot, «il nostro programma attuale è di avere i dati entro la fine dell’estate, entro agosto, così a settembre dovremmo sapere se abbiamo un vaccino efficace o meno». Un ragionamento che, almeno sul piano commerciale, non fa una piega.
Secondo problema. Come ammesso dallo stesso numero uno di Astrazeneca, esiste il rischio concreto che a fine anno l’azienda si ritrovi con i magazzini pieni di un vaccino che non funziona. E per l’Italia di aver puntato sul cavallo sbagliato. Per il momento, rimane la macchia sui risultati della «fase 1». Come rileva William A. Haseltine, ex professore alla Harvard medical school, i macachi vaccinati e poi infettati con il coronavirus hanno effettivamente contratto solo un raffreddore (anziché la polmonite tipicamente causata dal Covid), ma l’alta carica virale ha fatto sì che rimanessero infetti. C’è poi il pericolo che si verifichi il cosiddetto Ade (Antibody-dependent enhancement), un fenomeno a seguito del quale gli anticorpi prodotti dal vaccino non solo non proteggono dall’infezione, ma addirittura facilitano l’ingresso del virus all’interno delle cellule. Accorciare troppo i tempi della sperimentazione, in altre parole, rappresenta un rischio. Certo, ci sono anche altri candidati, ma è su quello di Oxford che il nostro governo sembra aver riposto le maggiori speranze. E infatti Walter Ricciardi, consigliere del ministro della Salute, si è portato già avanti. «Verrà dato al personale sanitario, alle categorie a rischio, per età o patologie, e a militari e forze dell’ordine. Poi piano piano toccherà anche agli altri», ha spiegato nell’intervista pubblicata domenica su Repubblica, «andranno organizzati servizi sanitari, centri vaccinali e medici di famiglia, per coprire più rapidamente possibile la popolazione». Ricapitolando: ancora non esiste un vaccino, non abbiamo nessuna garanzia circa la sua efficacia, ma da Lungotevere Ripa già pianificano di vaccinarci in massa.
Terzo problema. Anche se le cose dovessero mettersi per il verso giusto, non è affatto detto che il vaccino arrivi per tempo. La consegna delle dosi prenotate, infatti, dovrebbe verificarsi tra fine di quest’anno e i primi mesi del 2021. Rimarrebbe fuori, dunque, la minacciata e temutissima seconda ondata prevista per quest’autunno. Sulla quale nemmeno gli esperti mettono ormai la mano sul fuoco. «Non credo arrivi», si è lasciato sfuggire Walter Ricciardi sempre su Repubblica, «magari avremo tante piccole ondine». Sulla stessa linea il viceministro della Salute Pierpaolo Sileri, intervenuto ieri su Radio1: «Una seconda ondata sembra non esserci». E sul vaccino «è prematuro pensare di poterlo già avere a settembre, ma potrebbe arrivare per fine anno o inizio 2021».
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