C’è ancora chi vuole zittire le donne. Ma soltanto quelle non allineate
Le paladine dei diritti femminili non fiatano quando ci sono di mezzo le censure arcobaleno. E sono le prime a invocare la mordacchia per impedire che si diffondano idee contrarie all’ortodossia liberal.

Stando alle martellanti campagne stampa che hanno tenuto banco in occasione dell’8 marzo, sembra di capire che il grande problema dell’Italia sia il silenzio a cui vengono costantemente ridotte le donne, a tutti i livelli. Un dramma di cui sarebbe emblematica la frase «Stai zitta!», sorta di colonna sonora dell’esistenza femminile. Il punto è: quali donne sono messe a tacere, e da chi? Se nella vita quotidiana e all’interno delle mura domestiche va calando – grazie al cielo – il numero di donne a cui viene tolta la possibilità di esprimersi, la sensazione è che nel dibattito pubblico si stia affermando la tendenza contraria. Ci sono, tanto per essere chiari, alcuni discorsi sulle donne e delle donne a cui viene sistematicamente negato il diritto alla cittadinanza. Della «questione femminile» si può parlare soltanto se si rimane all’interno di steccati che si fanno sempre più alti e sempre più pieni di filo spinato. Se non si ottiene l’approvazione del Comitato centrale del donnismo militante, la mordacchia è assicurata.

Un esempio efficace è la vicenda riguardante l’opera di Gaetano Pesce, grande architetto e designer, intitolata Maestà sofferente. Raffigura un corpo femminile gigantesco e tondeggiante, una Grande Madre trafitta da centinaia di frecce, a simboleggiare la violenza fisica che ancora troppe donne subiscono. Un paio d’anni fa la scultura fu esposta in piazza Duomo a Milano e suscitò l’ira di alcuni collettivi femministi, secondo cui l’opera era una «ulteriore violenza sulle donne perché reifica ciò che vorrebbe criticare». Ovviamente le bellicose signore volevano soltanto tacitare l’artista «maschio-bianco-oppressore», e non avevano colto i riferimenti grandematerni della scultura, non potevano accettare che la «maestà» femminile fosse magnificata senza il loro via libera.

L’opera di Pesce esala davvero «maestà» nel senso latino del termine: grandezza, dignità, perfino superiorità. Ora (da ieri, per l’esattezza) sarà possibile ammirarla a Ferrara, di fronte alla Fiera congressi. Grazie all’intervento di Vittorio Sgarbi, la giunta comunale ferrarese ha deciso di accettare e valorizzare il dono di Pesce. Il quale, per altro, va a nobilitare uno spazio aperto: messaggio notevole in un momento in cui ci tocca affrontare una chiusura dopo l’altra.

Se alla Maestà sofferente viene offerto nuovo respiro, ad altri frutti dell’ingegno, purtroppo, continua a essere tolta l’aria. Ne sa qualcosa Marina Terragni, giornalista e rilevante intellettuale femminista, che qualcuno vorrebbe mettere a tacere. Il suo pensiero, a quanto pare, rientra fra i discorsi «non allineati» a cui bisogna, in un modo o nell’altro, togliere spazio.

La vicenda che vogliamo trattare si è appena conclusa, ma è iniziata nel 2017. Il 26 aprile di quell’anno, a Trento, si svolge un convegno sulla maternità surrogata organizzato da Arcigay, Famiglie arcobaleno e altre associazioni. Un’esponente di Arcilesbica, presente all’evento, denuncia di aver subito una censura oltre che di essere stata insultata perché contraria all’utero in affitto. La Terragni, su Facebook, si limita a raccontare l’accaduto, pubblicando una dichiarazione della militante messa a tacere. Risultato: Alexander Schuster, coordinatore della serata trentina, querela la giornalista. La Terragni non aveva nemmeno commentato i fatti: aveva semplicemente riportato una testimonianza. Ma tanto è bastato perché immediatamente le piovesse addosso l’azione legale. Ora la querela è stata archiviata, però questa storia fa riflettere. Schuster, il querelante, è noto per aver seguito alcune battaglie di Rete Lenford, associazione arcobaleno fra le più attive, nonché fiera sostenitrice del ddl Zan. A questo punto viene da chiedersi: se per aver pubblicato una cronaca (cioè per aver fatto il suo mestiere) la Terragni ha subito un’azione legale, che diamine succederebbe se il ddl Zan venisse approvato? Sarebbero bloccate a prescindere le sue conferenze? Verrebbe bandita dal regno? E che accadrebbe a tutte le altre donne non disposte a seguire il copione?

Ci chiediamo, inoltre, come mai nessuno si indigni quando a dire «Stai zitta!» alle donne sono i militanti arcobaleno. In quel caso togliere voce e spazio al pensiero femminile va bene? Guardate che cosa succede ad Arcilesbica: benché tendente a sinistra e di certo estranea al mondo conservatore, questa associazione viene bersagliata di continuo perché si oppone all’utero in affitto e perché rifiuta di equiparare le donne e i transgender. Ancora ieri i siti gay attaccavano Arcilesbica per aver «escluso a priori le donne transgender» dalle celebrazioni dell’8 marzo.

Dunque, diteci: chi è che davvero lavora per cancellare i discorsi sulle donne e pure i discorsi delle donne? E non parliamo solo di querele e di mordacchia arcobaleno. L’utero in affitto, in fondo, non è altro che un modo per eliminare la donna, per sfruttarla come una macchina sforna bambini salvo poi toglierla dalla scena. Alla madre surrogata viene detto: «Stai zitta!». E poi: «Prendi i soldi e sparisci!».

Oddio, non che altre madri siano trattate molto diversamente. In generale, sembra che tutto quanto richiami il Femminile tradizionale sia più o meno forzosamente espunto dalla discussione o comunque vilipeso e bistrattato. Succede, ad esempio alla statua della Madonna di piazza Sempione a Roma. Prima il Municipio ha provato a farla rimuovere. Poi un gruppetto di militanti dei centri sociali ha pensato bene di affiancarle uno striscione con la scritta «Like a virgin» (sai che originalità) e una statua raffigurante una vagina. Tutto questo per «protesta» contro il parroco del quartiere, accusato di essere «fascista» e «omofobo».

Maria è l’incarnazione per eccellenza del lato luminoso e positivo del Femminile, ma alle «donniste» arrabbiate non importa: si sentono in diritto di offenderla, fosse per loro la farebbero sparire dalla circolazione. Perché questo fa il «donnismo», malattia senile del femminismo: cancella la Femmina, disconosce la Madre, impone la Donna. E chi abbia il diritto di definirsi Donna, ovviamente, lo stabilisce l’avanguardia intellettuale e politica. La stessa avanguardia che decide chi possa parlare e chi no, chi debba essere insultato e chi no. È un’avanguardia composta da donne che si ritengono libere e illuminate, ma non fiatano quando alcuni uomini (appartenenti a una minoranza che si ritiene ancora discriminata) si permettono di alzare la voce e gridare, per l’ennesima volta, «Stai zitta!».

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