Pure negli Usa la democrazia è salva solo se vince chi piace ai nostri «liberal»
Donald Trump (Ansa)
  • «Rep» e «Stampa» lanciano all’unisono l’allarme autoritarismo in caso di successo di Donald Trump. Come in Italia, il voto è legittimo purché soddisfi i media progressisti.
  • I giudici federali esamineranno il ricorso del tycoon per annullare la sua esclusione dalle primarie in Colorado. A febbraio la decisione, ma in alcuni Stati il caucus si terrà prima.

Lo speciale contiene due articoli.

«Usa, con Trump democrazia a rischio». «Democrazie mondiali, il rischio Trump». Messi così, uno accanto all’altro, questi due virgolettati potrebbero sembrare una ripetizione, ma altro non sono che i titoli degli editoriali comparsi ieri su Repubblica e La Stampa, firmati rispettivamente da Gianni Riotta e Giordano Stabile. Ripetizione dunque no, ma rimarcazione di un concetto tanto caro a quella sinistra secondo cui, se a vincere le elezioni è la destra allora la democrazia è in pericolo, sì. Un concetto che viene cavalcato dalla stampa progressista nei giorni in cui il dibattito politico interno è animato dalle vicende Degni e Amato, in particolare quella dell’ex presidente del Consiglio e della Corte costituzionale che ha rassegnato le dimissioni dalla guida della commissione Algoritmi, dopo le dichiarazioni rilasciate da Giorgia Meloni nel corso della conferenza stampa dello scorso giovedì 4 gennaio. L’attuale premier, rispondendo alla domanda di un cronista, si era detta «basita» riguardo alle critiche mosse da Giuliano Amato sulla democrazia italiana messa in pericolo dalla presenza al governo della destra populista e sovranista, come già avvenuto in altri due Paesi dell’Est Europa, come Polonia e Ungheria.

«Agli occhi degli elettori della destra populista le Corti finiscono per apparire espressione e garanzia di quelle minoranze che turbano il loro ordine. L’abbiamo visto in Polonia e in Ungheria, le prime a essere messe nella lista nera sono state le Corti europee, poi le Corti nazionali» aveva detto Amato.

Un chiaro riferimento al rinnovo di quattro membri della Consulta che dovranno essere nominati nei prossimi mesi dal Parlamento con i due terzi dei voti delle Aule unite e i tre quinti dal quarto scrutinio in poi. E visto che il Parlamento è caratterizzato da una maggioranza di centrodestra, viene naturale, secondo Amato, nell’intervista rilasciata pochi giorni fa a Repubblica, urlare al rischio di deriva autoritaria. Così come, allo stesso modo, Riotta e Stabile scrivono di «democrazia a rischio» nel caso in cui si verificasse un ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump.

Il prossimo 5 novembre, si sa, ci sarà l’appuntamento elettorale più importante al mondo, l’elezione del presidente degli Stati Uniti d’America. La patria della democrazia. Joe Biden ha annunciato il 25 aprile dell’anno scorso la sua ricandidatura, a fianco della vicepresidente Kamala Harris, per ottenere un secondo mandato. Il tycoon, che nel frattempo deve risolvere alcune grane giudiziarie e vincere la concorrenza interna al partito repubblicano portata avanti da Nikki Haley, punta e sogna la rielezione a otto anni di distanza. Proprio venerdì, a proposito dello spauracchio Trump agitato dalla sinistra, che avvierebbe le democrazie mondiali sulla strada dell’estinzione, c’è stato un botta e risposta tra i due rivali. «Trump promuove la violenza politica dei rivoltosi. È pronto a sacrificare la democrazia pur di tornare al potere, la sua è la retorica della Germania nazista» ha detto Biden durante il comizio tenuto in Pennsylvania, a Valley Forge

La risposta di Trump non si è fatta attendere. Dal suo comizio io Iowa, The Donald ha rilanciato: «L’operato di Biden è una serie ininterrotta di debolezza, incompetenza, corruzione e fallimento. Ecco perché il corrotto Joe ha organizzato in Pennsylvania un evento elettorale patetico, che semina paura». In mancanza di risultati concreti raggiunti in questi quasi quattro anni di presidenza e da mostrare agli elettori, e con i sondaggi non dalla sua, Biden, al pari della stampa progressista di casa nostra, strumentalizza i fatti avvenuti esattamente tre anni fa, il 6 gennaio 2021, quando dei fanatici sostenitori dell’ex presidente repubblicano assaltarono il Campidoglio.

«Si è trattato di una tra le peggiori inadempienze al dovere di un presidente nella storia statunitense» – ha accusato Sleepy Joe – «Con me l’America potrà continuare a vivere nella libertà e in un ordine democratico restando sul sentiero luminoso battuto negli ultimi due secoli e mezzo della sua storia. Con Trump il Paese precipiterà in un futuro pericoloso e oscuro». Centrare una campagna elettorale su quell’episodio, per quanto grave sia e su cui sono ancora in corso delle indagini, potrebbe rivelarsi una strategia perdente in partenza. Sia nel caso in cui l’avversario repubblicano sarà Trump o un altro esponente dell’elefantino. Un grido di allarme estremo che sembra avere i connotati più di una scommessa, un azzardo, che di una minaccia reale di una scomparsa della democrazia da cui doversi difendere. Di certo, non può essere sufficiente a sostenere la tesi secondo cui la democrazia è salva con la sinistra al potere e, viceversa, è in pericolo se a governare è la destra. Negli Stati Uniti come in Italia, in Polonia, come in Ungheria.

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