- Hannah Katzir, 77 anni, e Yagil Yaakov, 12, costretti ad accusare il premier. L’esercito: «Terrorismo psicologico». Ucciso un altro capo islamista, era lo specialista anti tank.
- Nella bufera i fotografi del 7 ottobre. Israele: «Sapevano dell’attacco?». Chieste spiegazioni a Reuters, Ap e «New York Times», che stipendia un filonazista.
Lo speciale contiene due articoli.
«I terroristi le hanno tagliato il seno e ci hanno giocato per strada». È l’inquietante testimonianza di una ragazza sopravvissuta al pogrom del 7 ottobre operato da Hamas in Israele e raccontata da un cronista sulle pagine del quotidiano Haaretz.
E mentre emergono altre testimonianze choc come questa su quel terribile giorno in merito agli stupri di gruppo subiti dalle donne israeliane, una donna e un bambino nelle mani dei terroristi sono comparsi ieri in un video pubblicato dalle brigate al-Quds, il braccio armato della jihad islamica palestinese. Si tratta di Hannah Katzir, 77 anni, e di Yagil Yaakov, 12 anni, mostrati a leggere un testo in ebraico contenente accuse rivolte a Benjamin Netanyahu, ritenuto responsabile della situazione che stanno vivendo da oltre un mese. La donna, in condizioni di disabilità fisica, è una delle fondatrici del kibbutz Nir Oz, dove ha perso il marito durante il massacro. Il ragazzo soffre di una forte allergia alle arachidi e ha bisogno di essere curato. L’esercito israeliano ha replicato al video catalogandolo come «propaganda» e «terrorismo psicologico». Secondo quanto riportato dal Jerusalem Post, che cita il portavoce delle brigate, i due ostaggi potrebbero essere rilasciati «per ragioni mediche in cambio della soddisfazione di determinate e adeguate condizioni sul terreno e in termini di sicurezza».
Condizioni ancora lontane dall’essere raggiunte, al punto che l’avanzata dell’esercito israeliano verso il cuore di Gaza procede giorno dopo giorno. Se mercoledì l’Idf si era appostato a circa 700 metri dall’ospedale Al-Shifa, considerato il covo di Hamas, ieri, secondo quanto detto dal portavoce delle forze armate, Daniel Hagari, c’è stata l’irruzione nel quartier generale terrorista, proprio a ridosso dell’ospedale. Un’operazione di terra durante la quale avrebbero perso la vita circa 50 miliziani, tra cui Ibrahim Abu-Maghsib, ritenuto il capo dell’unità missili anti tank jihadista.
La presenza israeliana all’interno dell’enclave palestinese si fa dunque sempre più consistente. Il capo di Stato maggiore dell’esercito, Herzi Halevi, e il direttore dello Shin Bet, Ronen Bar, hanno raggiunto ieri le forze armate sul campo per fare un punto della situazione e valutare le prossime mosse. Forti scontri e battaglie si sono verificati anche in altri tre punti all’interno della Striscia e in Cisgiordania. Come per esempio a Nablus, Qalqilya e Jenin. Qui, dove già la scorsa settimana era stato bombardato un campo profughi, c’è stato un altro attacco che, secondo quanto denunciato da alcune fonti mediche, avrebbe causato almeno 10 morti e 20 feriti. A Nord è tornato nuovamente sotto i colpi dell’Idf il campo profughi di Jabalia, dove secondo l’agenzia palestinese Wafa, sarebbero stati uccisi 30 civili. Anche qui l’Idf ha messo a segno un’importante conquista, insediandosi all’interno dell’Avamposto 17, altra roccaforte di Hamas. La situazione per la popolazione resta complicata: «I palestinesi stanno abbandonando il Nord della Striscia perché hanno capito che Hamas ha ormai perso il controllo e che il Sud è più sicuro ed è rifornito di acqua, cibo e medicine», ha detto Hagari. Inoltre, l’esercito israeliano avrebbe attivato un canale Telegram attraverso il quale chiede ai civili palestinesi di segnalare impedimenti da parte di Hamas per quanto riguarda gli spostamenti verso Sud. In questa direzione è stato riaperto, soltanto per quattro ore, il corridoio che porta al confine con l’Egitto, dove però continua a rimanere chiuso il valico di Rafah.
C’è poi da monitorare la situazione al confine con il Libano, sempre più incandescente. L’esercito israeliano ha comunicato ieri di aver dovuto rispondere con l’uso dell’artiglieria al lancio di missili anticarro provenienti dal Paese dei Cedri in direzione del moshav di Margaliot e di aver combattuto contro una cellula terroristica nella zona del kibbutz di Rosh HaNikra. A tal proposito, da Tel Aviv è intervenuto l’ex ministro della Difesa e ora componente del governo di unità nazionale, Benny Gantz. Il leader di Unità nazionale, in occasione della visita ai militari impegnati al confine settentrionale, ha detto che «l’ingresso in Libano è pronto, se necessario» e che «non permetteranno a Hezbollah di mettere in pericolo le comunità israeliane». Il Libano insieme a Cisgiordania e Siria rappresenta a oggi il pericolo maggiore di un allargamento regionale del conflitto.
Ieri la Casa Bianca ha confermato di aver colpito con un raid aereo la città di Deir el-Zor, nella Siria orientale, alcune strutture appartenenti a gruppi affiliati al regime iraniano, tra cui l’Irgc, il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica, in risposta agli attacchi subiti negli ultimi giorni dai militari americani. «Su ordine del presidente Biden, le forze militari americane hanno condotto un attacco di autodifesa con due F-15 contro un deposito di armi», ha spiegato il segretario della Difesa statunitense, Lloyd James Austin. In una dichiarazione ai giornalisti, lo stesso Biden ha affermato che «gli Usa colpiranno nuovamente obiettivi legati a Teheran se necessario».
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