- I numeri di Taiwan, Vietnam e soprattutto Israele pongono interrogativi. Le percentuali di immunizzati e infetti coincidono.
- Sostegno al «niente mensa senza green pass». Agenti insieme in auto, divisi a pranzo.
Lo speciale contiene due articoli.
Due iniezioni non bastano a proteggerci dal Covid come conferma l’ultimo caso di ieri, un pediatra dell’ospedale Vito Fazzi di Lecce risultato positivo nonostante la doppia dose di vaccino. Forse nemmeno tre sono sufficienti. I ricercatori che lavorano lontano dalle telecamere stanno mettendo insieme dati molto simili, in diversi Paesi, sull’incapacità di questi vaccini di bloccare, nemmeno di frenare l’infezione da Sars-Cov-2 e che per questo lasciano agire indisturbate le varianti di turno. La riduzione d’efficacia del farmaco rispetto ai casi di positività è di grande evidenza in Israele, uno degli Stati dove più popolazione ha ricevuto entrambe le dosi.
Nella settimana fra il 25 e il 31 luglio, secondo i dati che compaiono sul sito governativo israeliano, la percentuale di casi Covid tra i vaccinati coincideva con la percentuale di persone che avevano completato il ciclo. Alcuni esempi: nella fascia 20-29 anni, vaccinati con due dosi al 72%, i casi di Covid tra gli «immunizzati» era del 74%; in quella 40-49 era rispettivamente 81% e 82%; tra gli ottantenni, vaccinati con entrambi le dosi al 92%, i casi registrati erano l’88%. Praticamente invariata la situazione durante la prima settimana di agosto (come si vede nella tabella), con percentuale di vaccinati tra i 20 e i 29 anni del 72,3% e il 72,8% di casi di Covid confermati; o tra i 70-79 anni (92,9% di completamente vaccinati e 90,4% di casi tra i vaccinati).
Come è possibile che l’immunità creata dalla vaccinazione non solo non prevenga la trasmissione dell’infezione, ma addirittura consenta l’evoluzione di patogeni più virulenti? Secondo due studi, l’ultimo del novembre scorso pubblicato sulla rivista scientifica internazionale Plos Biology, gli americani David A. Kennedy e Andrew F. Read del dipartimento di biologia dell’Università statale della Pennsylvania avevano messo in guardia sui «vaccini imperfetti». Da esperimenti su polli con il virus della malattia di Marek, un virus oncogeno altamente contagioso, che costò all’industria avicola globale più di 2 miliardi di dollari l’anno, i ricercatori notarono come «prevenendo la morte, la vaccinazione aveva notevolmente aumentato il periodo infettivo dei ceppi più virulenti, aumentando di diversi ordini di grandezza la quantità totale di virus diffuso nell’ambiente».
La conclusione cui erano giunti è che «il venire meno della selezione naturale contro i ceppi iper patogeni rivelato dai nostri esperimenti, accade perché la vaccinazione migliora la sopravvivenza dell’ospite». Gli scienziati affermavano che «il mondo ha urgente bisogno di un vaccino contro il Covid-19» ma segnalavano che «prevedere quando e come si evolverà la resistenza fornirà informazioni importanti su ciò che deve essere monitorato negli studi di fase IV dopo il lancio del vaccino».
Quello che sta accadendo in Israele, di nuovo «in corsa contro la pandemia», come ha dichiarato il ministro della Salute, Nitzan Horowitz, pone pesanti interrogativi sugli effetti della diminuzione dell’immunità da vaccino. Possibile che il moltiplicarsi dei casi di positività tra i vaccinati a ciclo completo sia solo colpa di una variante tanto contagiosa qual è la delta? Ci sono altri casi sui quali riflettere. Lo scorso maggio le Seychelles, che avevano vaccinato contro il coronavirus più popolazione rispetto ad ogni altro Paese, si ritrovarono ad affrontare un’ondata di casi positivi, passando dai 30 casi giornalieri del 3 aprile ai 1.012 del 13 maggio. Problema di scarsa protezione offerta dai vaccini cinesi, russi, ma anche da Covishield, l’Astrazeneca prodotto in India, utilizzati nell’arcipelago nell’Oceano Indiano, o quella contagiosità correva di pari passo con le vaccinazioni e il diffondersi di varianti?
Due altri casi significativi. A Taiwan, dai primi di marzo non si erano superate le 1.800 vaccinazioni giornaliere fino a fine aprile, quando iniziarono a raddoppiare per diventare dieci volte tanto: passarono da 2.822 del 4 maggio a 19.274 il 19 di quello stesso mese. Nel medesimo periodo, i casi giornalieri di positività ebbero un’impennata: da 4 diventarono 543. Il 4 maggio c’erano in tutto 1.153 positivi, l’8 giugno in piena campagna vaccinale (30.264 dosi somministrate quel giorno) il numero dei positivi balzò a 15.149. Taiwan non aveva avuto quasi alcun morto di Covid-19, in un anno e mezzo, tra gennaio 2020 e maggio 2021, da maggio i decessi aumentarono toccando quota 821 il 17 agosto.
Un ultimo sguardo, questa volta sul Vietnam. Un’esplosione di casi nel breve periodo, da 9.942 positivi il 30 giugno ai 175.521 del 17 agosto, con alle stesse date 112 morti saliti a 6.472. Nel frattempo si vaccinava, e molto: 164.378 vaccinazioni a fine giugno, 754.854 il 16 agosto. Il 23 marzo, quando furono vaccinati 2.459 vietnamiti, i casi di Covid erano 294 e 35 i morti.
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