Io voglio poter continuare a sostenerlo, perché la Costituzione garantisce la libertà di pensiero e di espressione a ogni cittadino e nessun disegno di legge, con la scusa di difendere le categorie discriminate, può impedirmi di dire ciò che penso. Ieri ho espresso questi semplici concetti in tv, durante la trasmissione condotta da Barbara Palombelli, e due esponenti politici, Giovanna Melandri e Luigi Marattin, la prima ex deputata del Pd, il secondo attuale deputato di Italia viva, si sono messi in coro a spiegare che la legge Zan, dal nome dell’onorevole del Partito democratico che l’ha proposta, non vieta affatto di criticare l’utero in affitto. «Potrà continuare a dirlo», ha sostenuto con impavida sicumera l’esponente renziano. Non so se a qualche lettore sia capitato di vedere la scena, ma Melandri e Marattin erano particolarmente nervosi, tanto da interrompermi più volte. La ragione di tanta fibrillazione era dovuta al fatto che le mie parole non si conformavano al pensiero unico che vuole i gay perseguitati e vorrebbe introdurre un apposito reato per chiunque si azzardi a muovere una benché minima critica. Qualsiasi persona in buona fede non può non distinguere la differenza che passa tra discriminazione, che è odiosa a prescindere dal sesso, dalla razza o da altro, e diritto di critica. Non delle persone omosessuali in quanto tali, che hanno il diritto di vivere la loro vita come vogliono e con chi vogliono, ma di tutto ciò che il movimento Lgbt, ovvero l’universo lesbo, gay, bisex e transex, si porta dietro, ossia la propaganda pro gender, dove le differenze sessuali, cioè l’esistenza di un uomo e una donna, finiscono per essere annullate. Per questo mondo, perfino la definizione di maschio e femmina è discriminatoria, in quanto ci sono persone che non vogliono essere definite tali, perché si sentono fluide e vogliono poter essere maschio, femmina, di identità indefinita a seconda del loro piacere. Di questo passo, annullando il genere, spariscono anche i papà e le mamme, per essere sostituiti da definizioni che non fanno riferimento al sesso e che si chiamano genitore uno e genitore due. Così i bambini, uscendo dall’asilo, non vi correranno incontro urlando mamma o papà, ma grideranno genitore uno o genitore due. Vi faccio sorridere? Pensate allora quando sarà vietato per legge criticare le cure per la disforia di genere, ossia quando sarà impossibile sostenere che i farmaci dati a ragazzi di dieci o dodici anni con dubbi sulla propria identità sessuale sono un’aberrazione, pena finire agli arresti. Dire che gli adolescenti non devono essere usati, come invece ha fatto in Italia una rivista di moda allo scopo di fare propaganda a chi cambia sesso, rivestendoli con abiti firmati, potrebbe essere considerato un reato e io, che ho criticato il direttore di quel giornale che ha messo in scena l’orribile spettacolo, grazie alla legge Zan potrei essere condannato, per discriminazione e, magari, pure per aver incitato all’odio. Opporsi a un’educazione sessuale a scuola, per spiegare ai bambini quanto sia bello essere bisex, transex, liquido e così via, potrebbe addirittura essere considerato più grave.
Sì, le norme che si vogliono introdurre nel nostro Paese a tutela delle persone con orientamento sessuale diverso non sono, come qualcuno vuole far credere, provvedimenti che si ispirano a un concetto di libertà e di tutela delle minoranze. Sono uno strumento odioso per imbavagliare il diritto di critica. La legge Zan non è affatto un modo per difendere i diritti e introdurre un principio di civiltà e rispetto: è uno strumento oscurantista per limitare la libertà di pensiero e di parola. Che avrebbe perfino degli effetti paradossali, ossia discriminare le donne. Che succederebbe infatti con le famose quote rosa se in un consiglio comunale o d’amministrazione degli uomini dichiarassero di sentirsi femmine e pretendessero di occupare i banchi riservati alle signore?
Sì, la legge Zan è una porcata. E a dirlo non siamo io, Massimo Gandolfini o gli altri esponenti del Family Day, ma Platinette, che a dire il vero l’ha definita in modo anche peggiore. A spiegare perché sia sbagliata, infatti, a volte sono gli stessi omosessuali, i quali di una legge che, con la scusa di punire un’aggressione o una discriminazione (cosa già possibile grazie alla legge Mancino), introduce il reato di omofobia, ovvero mette sul banco degli imputati chiunque non si adegui al pensiero unico Lgbt, non sanno che farsene.
Giovanna Melandri nella trasmissione di Barbara Palombelli ha sostenuto che io avrei detto il falso quando ho parlato del divieto di criticare l’utero in affitto. Le rispondo con le parole della presidente dell’Arcilesbica, Cristina Gramolini, riportate ieri da Repubblica: «Con il ddl Zan criticare l’utero in affitto viene considerato omofobia». Il falso, insomma, lo recitano i cultori del politicamente corretto, che in nome della libertà, invocano il bavaglio.
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