Il critico da divano che vede la vita in tv spiega la guerra a chi l’ha respirata
Per i suoi dubbi su Bucha, Toni Capuozzo si becca la predica di Aldo Grasso. L’imbucato speciale che ai fatti ha sempre preferito le emozioni.

Avete presente il bue che dà del cornuto all’asino? Adesso pensate ad Aldo Grasso, uno che il mondo lo ha sempre visto con gli occhi degli altri, cioè guardando la televisione dal salotto di casa per poi criticare, dalle pagine del Corriere della Sera, chi la fa. Ecco, ora provate a immaginare un tizio che con un simile curriculum si spinga ad accusare Toni Capuozzo di essere un inviato da poltrona, capace solo di partecipare ai talk show per impartire lezioni a destra e a manca. Vi state chiedendo che cosa abbia fatto il collega del Tg5 per suscitare la collera di un imbucato speciale del Corriere della Nato?

La colpa di Toni è di aver pubblicato un post sull’eccidio di Bucha che è stato tra i più condivisi in Rete, ma che non è piaciuto all’esperto di tv. Un dolore per il povero Grasso, il quale sulle pagine del quotidiano di via Solferino non si dà pace dopo aver scoperto che Capuozzo sui social ha più seguito dei suoi beniamini, vale a dire Zoro e compagni, conduttori di un non proprio seguitissimo programma tv in onda su La 7 (guarda caso del suo stesso editore). Per il critico televisivo del Cameriere della Sera, un giornalista che negli ultimi 40 anni abbia seguito le principali guerre in giro per il mondo, passando dalle Falkland alla Jugoslavia, dalla Somalia all’Afghanistan, per dare uno sguardo a ciò che succedeva in Unione sovietica, non ha titolo per parlare di quel che sta accadendo in Ucraina. Molto meglio sentire quanto hanno da raccontare i giovani inviati dei programmi cult che tanto piacciono a lui, ma non ai telespettatori.

Grasso va in brodo di giuggiole di fronte alla tv del dolore, ovvero quando si trova ad ascoltare le interviste dei «pochi cittadini che non hanno abbandonato le proprie case. Racconti essenziali, basati sulla sobrietà, sulle cose che contano nei momenti più drammatici». Per lui questo è il modo migliore per capire un conflitto: dare la parola agli «umili manzoniani», fornendo ai telespettatori una versione. E se ci si azzarda a far parlare anche i fatti, non limitandosi alle emozioni, se ci si spinge a fare un ragionamento e non a schierarsi dalla parte «giusta» o anche solo da nessuna parte, sono guai. Sì, Capuozzo ha il torto di aver messo in fila i dubbi nei confronti della versione ufficiale dell’eccidio di Bucha, descrivendo le anomalie di una strage.

I giornalisti hanno da sempre l’obbligo di porsi domande. Ma evidentemente per Grasso, un cronista deve solo avere certezze e bersi tutto ciò che gli viene raccontato come una verità assoluta. A lui non passa neanche per la mente che la maggior parte degli inviati in onda da due mesi sulle televisioni italiane sono embedded, ossia al seguito delle truppe ucraine. E neppure è sfiorato dal pensiero che i militari di Kiev abbiano tutto l’interesse a mostrare alla stampa ciò che vogliono, nascondendo quanto in ogni guerra si deve nascondere. La maggior parte dei «giovani inviati» viene condotta al fronte e se non vuole rischiare la pelle è costretta a stare un passo dietro ai soldati. In Ucraina, prima che scoppiasse la guerra, un giovane fotoreporter di nome Andrea Rocchelli provò a fare il proprio mestiere di cronista, ma un colpo di mortaio sparato dall’esercito di Kiev lo disintegrò. Altri inviati nelle ultime settimane hanno tentato di spingersi più in là, ma i cannoni russi li hanno spazzati via. Tuttavia, per il giornalista che la guerra la commenta dal tinello di casa, Capuozzo non può permettersi di chiedersi che cosa sia accaduto a Bucha, perché le fake news sono già state «ampiamente smentite». Da chi? Nessuno lo sa, perché nessuna indagine indipendente è stata condotta. Perfino gli americani sono cauti su quanto è successo, ma Grasso no. Lui è un autentico combattente, che armato di stilografica, come usavano i veri inviati del passato, può permettersi di vergare parole di critica nei confronti di chi i conflitti li ha visti con i propri occhi e non in tv.

So che gli darò un dispiacere, ma le guerre non sono uno spettacolo di prima serata e neppure uno di quei programmi mosci che lui, quando fu arruolato nel servizio pubblico, provò a fare alla radio. Continui a parlare di infotainment, ma eviti di impartire lezioni sulle fake news senza neppure sapere che cosa sono. Senza neppure aver trascorso un giorno a capire che cosa sia una guerra e quante bugie racconti chi la combatte dall’una e dall’altra parte.

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