L’epopea di Giuseppi continua a dare impareggiabili spunti all’oratoria politica. E anche i dioscuri del centrodestra, durante l’arrocco del premier in parlamento, si sono cimentati in arguzie e dileggi. Giorgia appunta sulla giacca sartoriale di Giuseppe Conte, che nella crisi voleva «volare alto», il grado di comandante della «Mastella Airlines». E Matteo insinua che non si cercano «costruttori, ma complici da pagare per non perdere la poltrona». Meloni rivede nel trasformismo di Conte quello del roseo Barbapapà, mutante a piacimento. E Salvini ricorda che va in scena «quello per cui qualcuno prima è finito addirittura a processo, la compravendita di senatori».
Le incursioni verbali al nemico nascondono però anche la suprema disfida per guidare l’opposizione. Dopo il discorso della leader di Fratelli d’Italia alla Camera, ieri, durante il «surreale dibattito» sulla fiducia al Senato, è il capo del Carroccio a lucidare verbi e aggettivi da destinare all’operato dell’«avvocato Conte». Ed è l’ostinazione con cui s’appella al precedente titolo del premier l’assonanza più evidente con il discorso pronunciato da Meloni. Oltre che l’ovvia richiesta di andare elezioni: «Se state facendo tutto a dovere, dalla scuola ai rimborsi, perché dunque non votare?».
Perché se una infierisce sul camaleontismo del premier, l’altro parla soprattutto di economia ed Europa: i soldi del Recovery fund «sono per due terzi dei prestiti che dovranno essere restituiti, non è cosa vostra, ma cosa di tutti» attacca Salvini. E «se la Ue imporrà la patrimoniale, nuove tasse, e voi direte sì sarete attentatori nei confronti degli italiani». Rilancia temi cari al leghismo di governo, come flat tax, pace fiscale, infrastrutture e made in Italy. Fino alla stilettata ai senatori a vita, pronti a votare la fiducia: «Gli ricordo quello che diceva il leader dei 5 stelle di loro, «non muoiono mai o muoiono troppo tardi», parole e musica di Beppe Grillo». Scatta un selvaggio rumoreggiare. Interviene la presidente del Senato, Maria Elisabetta Casellati. E Salvini sfuma: «Sono parole vergognose». Dunque, auspica profondo pentimento del senatore che parlerà dopo di lui.
Dietro il Capitano, stavolta, non c’è il felpato Giancarlo Giorgetti, tornato a fare il nostromo con il rimpasto nella giunta lombarda. E non c’è nemmeno l’economista Claudio Borghi che, a Montecitorio, ha incendiato parte dell’emiciclo alternando numeri a sozzerie: «Ve ne andrete come chi lascia la casa dopo averla occupata: dopo aver distrutto e rubato tutto, dopo aver defecato al centro della stanza».
Né Giorgetti e neppure Borghi. Dietro Salvini, anche stavolta, c’è Matteo. E l’ombra di Giorgia Meloni. Che, alla Camera, ha tentato di legittimare l’inarrestabile crescita di Fratelli d’Italia nei sondaggi. La leader ha dunque pronunciato il discorso più ispirato della carriera. Il mercanteggiamento in corso offre inarrivabili spunti, certo. Ma lei si fa avanti come leader del centrodestra, appunto. È arrivata perfino a sobillare l’ovvia rivalità con Matteo, che la vede approssimarsi e non può vantare i due anni e mezzo all’opposizione della collega. Scarto che lei non ha mancato di rimarcare perfino a Montecitorio. Mentre ricordava a Conte, nella sterminata lista delle incoerenze a suo carico, che è stato perfino «amico e nemico di Salvini, di Renzi, di Di Maio».
Un premier mai chiamato presidente. Solo avvocato e nemmeno del popolo, ma piuttosto uno «d’ufficio che nessuno ha mai scelto». Insomma: «uno sconosciuto, uscito dal cilindro di un comico», di cui «gli italiani non conoscevano neanche l’esistenza». Un «Barbapapà che assume forme diverse», dunque aduso ai «barbatrucchi»: in «delirio di onnipotenza», «prima populista, poi ortodosso europeista, prima di destra poi di sinistra, ma soprattutto di centro, socialista e liberale insieme».
E quell’incipit, inclemente: «Mi sono vergognata per lei avvocato Conte», subito trasformarlo nell’impavido comandante della «Mastella Airlines». Perché voi «la Prima repubblica la fate rimpiangere». E giù a rimarcare il mercimonio e i voltagabbana. Con l’Ue felice della compiacenza e i media «dei poteri forti» all’arrembaggio.
Le giravolte, poi: l’immigrazione illegale, la Tav, Quota cento. E la saga degli errori in tempi di pandemia: i ristoranti «in ginocchio e condannati», il turismo «consegnato alla criminalità organizzata, le palestre «messe in ginocchio» e «i bus e le metro ancora stipati di pendolari». Bisognerebbe votare in tutto il mondo, aggiunge, ma per il virus del «poltronismo non c’è manco il vaccino». Fino all’indiretta staffilata al Quirinale: «Siete sicuri che il presidente della Repubblica vi consentirà di governare in assenza di una maggioranza assoluta, dopo che nel 2018 si è rifiutato di dare l’incarico al centrodestra perché non c’era la certezza sui numeri? Pensate che le regole della democrazia valgano solo per il centrodestra?». Giusto. Ma la «Mastella Airlines» è ormai in volo.
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