I segnali condizionanti al livello politico più importante saranno diretti al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, più che ai partiti, perché questi ha in mano il vero potere in quel frangente. Inoltre, i poteri esterni e, aspetto altrettanto rilevante, quelli interni, tendono ad intervenire alla fine di un processo di formazione di un governo, incentivando o ricattando chiunque sia emerso. Per inciso, i poteri interni – che agiscono pesantemente e direttamente solo in occasione dell’elezione del presidente della Repubblica, che è il potere veramente forte in Italia – nel processo elettorale si assicurano solamente che in ogni partito ci sia una voce amica in qualche Commissione parlamentare di interesse, o infilando con budget adeguato una manciata di candidati in partiti non molto strutturati o accordandosi con i leader di quelli strutturati affinché diano uno spazio in cambio di un qualche sostegno.
Tornando al punto, è improbabile che sia già in atto un forte condizionamento esterno al livello politico primario. Le voci in materia, appunto, derivano da giochi interni o da una interpretazione errata di normali contatti tra ambasciate e leader politici, come vedremo nel seguito. Inoltre, la corruzione parziale del processo politico di secondo livello da parte di interessi esterni (intelligence) ed interni (lobbismo) è un fatto normale, che non comporta condizionamenti sistemici, ma solo selettivi, simile a quello di altre democrazie più blasonate. La vera differenza tra Italia e queste, infatti, è che Roma rinuncia a condizionare gli alleati mentre gli alleati stessi non hanno scrupoli a farlo.
Detto questo, tuttavia, nel processo politico in corso si osserva un forte attivismo di tutte le ambasciate. Non si tratta però, ancora, di condizionamento mirato, ma di ricerca di interlocutori nei partiti rilevanti per poter instaurare una prassi di dialogo.
In questi incontri riservati i leader dei partiti apprendono le condizioni di sfavore, dette in modo amichevole, o favore, per certe scelte da parte di rilevanti potenze estere. E anticipano agli ambasciatori – in caso di divergenza della loro linea politica dagli interessi di una data potenza – lo spazio sostanziale di convergenza e quello nominale di divergenza, ma che non compromette la convergenza stessa. Per esempio, un dato leader capisce che deve mostrare lealtà atlantica se non vuole l’opposizione dell’America nel momento clou della formazione del governo, ma la sua linea è a favore di una distensione con la Russia e allora concorda un perimetro di lealtà atlantica blindata in cambio del permesso di fare un cornetto con Mosca.
È questo un condizionamento? In realtà è più una ricerca di convergenze dove prevale la carota sul bastone, che è azione tipica nei rapporti tra diplomazie e forze politiche di una nazione, considerando nel frangente anche l’interesse di Emmanuel Macron e Angela Merkel per accorpare forze politiche italiane nelle loro aree di influenza, in vista delle elezioni europee de maggio 2019.
Il vero condizionamento esterno, espresso agitando il bastone, arriverà a Sergio Mattarella quando dovrà mettere la firma sulla lista dei ministri. Riguarderà il ministro dell’Economia e quello della Difesa. Sul primo vi saranno influenze divergenti da parte di Francia e Germania. Sul secondo vi sarà competizione tra Francia e Stati Uniti. Ci potrebbe essere anche un’influenza europea sul ministro dell’Interno affinché l’Italia non destabilizzi l’Ue facendo entrare troppi immigrati.
Il Quirinale farà ovviamente una scelta atlantica per la Difesa e di convergenza europea per il resto, ma avrà il problema, complicato dal ricatto sul nostro debito, se pro-francese o pro-tedesca. Questo alla fine sarà il punto principale del condizionamento esterno, problema di soluzione molto difficile anche per l’esperto Mattarella a causa dell’assenza di una cultura del «progetto nazionale» che renderebbe l’Italia più indipendente pur nell’ambito delle alleanze europea ed atlantica.
Annotate, cortesemente, che l’Italia è di fatto una Repubblica semipresidenziale debole: non sarebbe meglio formalizzarla con elezione diretta del potere esecutivo per avere una Repubblica presidenziale forte?
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