Alla fine degli anni Novanta, il colosso tedesco Rheinmetall è sbarcato a Roma, dove partendo dall’acquisizione della storica Contraves Italiana è cresciuto fino ad avere 2.000 dipendenti. L’aziendina della periferia della capitale era in realtà già una chicca tecnologica. Produceva missili a corto raggio per i Paesi Nato per poi passare ai sistemi radar. Il business per la divisione romana è rimasto quello, anche se si è allargato in verticale e in orizzontale. Non solo radaristica, ma anche sistemi di difesa aerea e per giunta per mezzo mondo. La casa madre tedesca, giusto per puntualizzare, si occupa di lanciatori per missili, radar terrestri e navali, radar tattici, armamenti veicolari. Soluzioni elettroniche fino ai veicoli blindati e ai carri. I Leopard II inviati a Kiev sono appunto targati Rheinmetall. Siamo stati nella sede romana e abbiamo chiesto all’amministratore delegato Italia, Alessandro Ercolani, come sia cambiato il settore dopo lo scoppio della guerra in Ucraina.
Con l’occhio di chi produce armi e sistemi di Difesa che lezioni avete appreso?
«Dopo anni di dottrina e di teoria l’applicazione pratica dello scontro sul campo e dell’utilizzo dei sistemi d’arma ha fatto emergere almeno tre considerazioni».
La prima?
«Il primo tema è quello del munizionamento. In un anno di guerra soltanto la parte ucraina ha sparato mediamente 5.000 proiettili al giorno, con picchi di 9.000. Fa almeno un milione. Una cifra che era fuori dalla portata di Europa e Usa messe assieme. In totale, infatti, la produzione delle aziende occidentali non supera le 400.000 unità. Ecco perché Bruxelles ha pensato di utilizzare pezzi di fondi comuni come l’European peace facility o gli Eda, per l’agenzia comune, e destinarli direttamente al sostegno dell’Ucraina».
Sono fondi di tutti i Paesi Ue compresi fondi italiani. Non le sembra che così a beneficiare sia magari solo un Paese, come la Germania, o una azienda come la vostra controllante che è all’avanguardia?
«No. Certamente a trarne vantaggio saranno Francia, Germania e Spagna, ma tra questi Paesi c’è anche l’Italia. Anzi stimo che il 15/20% della somma di 2 miliardi destinata alle munizioni finisca al nostro Paese. Pensi a Fiocchi munizioni, che è in parte passata di mano a un fondo estero, ma la testa e le braccia sono tutte in Italia. A Rwm Italia, parte del nostro gruppo tutta italiana. Cito Beretta, che è leader anche grazie alle acquisizioni in Svizzera. Potrei andare avanti. Ma credo che basti a capire la capillarità delle ricadute».
Se la guerra dovesse durare un altro anno come si farà per gli stock?
«Non sappiamo a che intensità possano procedere gli scontri. Certo i Paesi decisori chiedono di mantenere le soglie minime garantite e quindi chiedono all’industria di ridurre drasticamente i tempi di produzione».
La seconda considerazione che deriva dalla guerra?
«La seconda riguarda la Difesa aerea e il concetto di costo/efficacia. Fino a poco tempo fa nella logica delle strutture militari e dell’industria si ragionava su prodotti come i missili con tecnologia elevatissima e costi estremamente alti. L’arrivo dei droni sul campo di battaglia, magari con costi al di sotto dei 1.000 dollari, ha imposto un cambio di strategia notevole, mantenendo sempre livelli tecnologici alti. Qui sta la sfida».
Certo abbattere un drone con un missile da un milioni non è conveniente…
«Esatto. Per questo esistono fondi europei destinati alle aziende dei 17 Paesi aderenti che servono a tenere standard elevati per prodotti a basso costo ed alta efficacia».
Passiamo alla terza considerazione…
«Riguarda la Difesa terrestre. Eravamo tutti convinti che bastassero aerei, satelliti e attività cyber. Invece la guerra delle munizioni ha riportato il tema dei carrarmati. L’Europa ha un progetto comune che vede la Germania capofila. Riteniamo che per l’Italia possa esserci una grande opportunità di partnership. Un po’ come lo spazio vede il Paese vicino alla Francia. Inoltre i vertici di Rheinmetall hanno reinoltrato agli attuali ministri competenti le due lettere con cui lo scorso anno si avanzava una proposta di acquisto di minoranza di Oto Melara e Wass per creare una partnership di lungo termine nel settore terreste».
Risposta?
«Il governo valuterà i tempi».
Insomma, con la guerra adesso si affrontano temi che una volta erano tabù. Il nome dei Leopard adesso è nota anche alle casalinghe o ai pensionati che giocano a tressette. Le sembra giusto così?
«I toni sono importanti. E così il rispetto di argomenti delicati. Però l’industria della Difesa è un elemento fondamentale per garantire ritorni tecnologica, posti di lavoro e soprattutto stabilità e deterrenza».
A proposito di deterrenza. Si parla di fronte Est della Nato, cioè di Ucraina. Ma se scoppiasse una guerra dove c’è il fianco Sud, per noi sarebbe un problema. In tema di fondi e di vicinanza. Crede che i Paesi del Nord, Germania compresa, ci seguirebbero in caso di allarme?
«Credo di sì. Ovviamente il suo scenario è hard, ma credo che anche i Paesi del Nord comprenderebbero l’importanza di una eventuale guerra che a quel punto sarebbe più ibrida e magari più subacquea. E quindi verrebbero dietro all’Italia».
Però i tempi di conversione o di produzione per prodotti come i sottomarini sono lunghi…
«Come dicevo prima, l’industria della Difesa nel suo complesso ha subito una fortissima trasformazione, anche nella messa a terra dei progetti».
Ultima domanda sulla Difesa comune. Partirà? E quando?
«In realtà si dovrebbe ragionare sui singoli progetti che al tempo stesso richiedono enormi somme si investimenti. Vale per il carro comune e per numerosi altri progetti. Uniti confermeremo anche la vocazione dell’export italiano, sommando le migliori sinergie».
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