• La nuova crociata di Bruxelles è contro le fibre sintetiche e la moda «usa e getta», accessibile a tutte le tasche. Per le aziende significherà altri costi. E le piccole rischieranno la chiusura.
  • Il vicedirettore di Sistema Moda Italia Mauro Chezzi: «Fare un bel prodotto non basterà più. E gli stili di consumo andranno cambiati».
  • Le piattaforme web cinesi del fast fashion sfuggiranno ai controlli di Bruxelles.
  • Fabrizio Tesi (presidente dell’Associazione Tessile Riciclato): con queste regole impossibile il riciclo.

Lo speciale contiene quattro articoli.

Bruxelles ha un altro nemico: la moda. O meglio la moda alla portata di tutte le tasche, il fast fashion. All’improvviso, dopo aver detto per anni che per essere glamour non è necessario un alto reddito, dopo aver stimolato l’e-commerce e il più estremo consumismo, aver riempito gli armadi, ora dietrofront. Bruxelles dice categorica: è tutto sbagliato, i vestiti non vanno buttati dopo una stagione, vanno rammendati, aggiustati per farli durare di più e se proprio non piacciono c’è il riciclo o il mercato dell’usato.

Dopo l’auto elettrica, le case green, la battaglia della transizione ecologica è sulla moda «usa e getta». Vestiremo tutti green, è la nuova crociata della Commissione europea che vuole imporre alle aziende e ai consumatori una vera e propria rivoluzione. Entro il 2030, addio fibre sintetiche, quelle finora padrone dell’abbigliamento perché veloci da asciugare e nemiche del ferro da stiro, addio moda usa e getta, quella che con poche decine di euro, trasforma ogni persona in un influencer. Probabilmente torneranno di moda le sartine ora relegate, al massimo, a qualche abito da cerimonia. Vietato distruggere i capi; dovranno essere lasciati negli appositi cassonetti della raccolta differenziata del tessile o affidati ai mercatini dell’usato.

Gli ecologisti sventolano numeri allarmistici. Secondo le stime della Commissione europea, ciascun cittadino europeo compra ogni anno, in media, 26 chili di prodotti tessili, il 40% in più rispetto agli anni Novanta, scarta circa 6 milioni di tonnellate e solo il 38% degli abiti usati viene destinato al riciclo, mentre il restante 62% viene scartato in modo indifferenziato. Una ricerca della Ellen MacArthur Foundation, dice che la produzione di indumenti è raddoppiata negli ultimi 15 anni, mentre il numero medio di volte in cui li indossiamo si è ridotta del 36%. L’industria della moda produce oltre 100 miliardi di capi all’anno.

Lo scorso 30 marzo la Commissione europea ha pubblicato la nuova Eu Strategy for Sustainable and Circular Textile che il Parlamento europeo il 31 maggio scorso ha votato a larga maggioranza. Questa prevede ben 16 norme sulla sostenibilità che dovranno tradursi in altrettanti vincoli per le industrie del tessile. Una iperegolamentazione che ha messo in allarme i governi preoccupati di veder affossare uno dei settori più dinamici dell’economia. Tant’è che il premier francese Macron ha chiesto a Bruxelles una «pausa normativa», in modo che l’Europa possa concentrarsi sull’applicazione di quelle esistenti.

Ma la Commissione non sente ragioni. A settembre dovrebbe esserci il cosiddetto trilogo, cioè la discussione tra Commissione, Consiglio e Parlamento per arrivare all’adozione finale del testo a inizio 2024 e l’entrata in vigore tra il 2026 e il 2028. Alcuni provvedimenti come la raccolta differenziata del tessile dovrà essere avviata entro gennaio 2025. L’Italia ha anticipato la data di tre anni, al 1° gennaio 2022, anche se le strutture sono ancora quasi inesistenti.

Per capire quali interessi saranno stravolti ecco alcuni numeri: l’ecosistema del tessile coinvolge in Europa 160.000 imprese, 1,5 milioni

di lavoratori e genera un giro di 162 miliardi di euro annui (2019). Le nuove norme avranno l’effetto di uno tsunami. Le aziende saranno costrette a rispettare una serie di requisiti, da quelli di progettazione e riciclo, ai livelli minimi di utilizzo di fibre riciclate. Ogni capo inoltre sarà dotato di un passaporto digitale che indica la sua natura e come può essere riciclato. Poi divieto assoluto di distruzione dei prodotti invenduti e azioni contro la sovrapproduzione e il consumo eccessivo.

La priorità delle aziende non sarà più di sfornare prodotti creativi ma di preoccuparsi che siano ad impatto zero per l’ambiente e in grado di durare il più possibile. Il Sistema Moda Italia vede già un futuro fatto di aggregati di imprese che mettono in comune il know how. Ma se la prospettiva è quella di grandi reti, che fine faranno le piccole imprese artigiane che sono la punta di diamante della creatività italiana? Molte saranno destinate a scomparire, incapaci di far fronte agli alti costi che una rivoluzione di questo genere comporta. Inoltre regole uguali per tutti, può significare la fine della diversità e una omologazione del prodotto.

Il fast fashion è destinato a scomparire e con esso milioni di posti di lavoro. Ad oggi solo l’1% di tutto il tessile nel mondo viene riciclato. Ma qualora l’Europa riuscisse davvero a incrementare questa pratica, il costo per l’industria del tessile sarebbe altissimo e il suo contributo all’ambiente resterebbe comunque marginale. Extra Ue, colossi della produzione come India, Cina, Bangladesh, Indonesia, continueranno a ignorare le regole della sostenibilità, inondando i mercati della loro merce sempre più concorrenziale. Che dire poi delle numerose imprese europee che saranno incentivate a delocalizzare la produzione pur di sfuggire ai vincoli di Bruxelles.

La Commissione sostiene che il passaporto digitale sui capi sarà un deterrente contro le importazioni di tessili non a norma di sostenibilità. È evidente a tutti che potrà ben poco. Inoltre gran parte dell’abbigliamento a basso costo, oggi viaggia su internet, su migliaia di piccole e grandi piattaforme che sfuggono ad ogni controllo.


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