- Nonostante la crisi dell’industria, negli ultimi tre mesi le retribuzioni sono cresciute del 2% più dell’inflazione e nei servizi hanno superato il +4%. Le politiche del governo funzionano. Serve un altro sprint con il rinnovo dei contratti scaduti a 7 milioni di addetti.
- Dopo Volkswagen altre case Ue rivedono le stime al ribasso. Margini giù pure per Ford.
Lo speciale contiene due articoli.
Premessa: che la crescita dei salari in Italia abbia ancora tanta da strada da fare prima di poter garantire un livello di potere d’acquisto dignitoso, soprattutto nelle grandi città, non è opinabile. Ma che si inizino a intravedere dei segnali di graduale ripresa, in controtendenza rispetto al passato, è un fatto.
È con questa ottica che vanno presi gli ultimi dati Istat, quelli che evidenziano come «nel terzo trimestre del 2024, per il totale economia, la crescita delle retribuzioni contrattuali è risultata superiore a quella dei prezzi al consumo di poco più di due punti percentuali». Le retribuzioni crescono più dell’inflazione e questo è un fatto. Certo il carovita del 2024 (anche a settembre è rimasto di qualche decimale sotto il 2%) non è paragonabile ai prezzi che sono schizzati del 5,7% nel 2023 e dell’8,1% nel 2022, ma il rialzo delle buste paga non era per nulla scontato.
Non era scontato per la situazione drammatica che sta vivendo l’industria europea e per le ripercussioni che hanno sul lavoro il crollo dell’automotive in Italia, certo, ma anche in Germania che per i distretti della componentistica di Lombardia, Piemonte e Veneto rappresenta una fetta importante della produzione. Spulciando tra i dati poi si vede come «nel corso degli ultimi mesi la dinamica salariale è stata più sostenuta per il comparto privato, con l’industria che, da luglio 2023, mostra variazioni tendenziali mensili superiori al 4% e il settore dei servizi che, in progressivo recupero dallo scorso aprile, a settembre, ha registrato anch’esso una variazione tendenziale superiore al 4%».
I settori che danno più soddisfazione ai dipendenti sono quelli del credito e delle assicurazione, dove i rialzi raggiungono addirittura l’11%, poco sotto gas e acqua che si avvicinano al 7% e quindi i metalmeccanici fermi al 6,4%. Soffre, ma il dato era atteso, l’edilizia. Meno scontate invece le difficoltà e la linea piatta registrata in altri comparti come quelli delle farmacie private, delle telecomunicazioni, oppure dei ministeri, delle forze dell’ordine, delle forze armate e dei vigili del fuoco.
Il punto è che la dinamica rialzista va avanti da diversi mesi. E premia anche la linea del governo che ha «spinto», con quelli che sono i mezzi a sua disposizione, sulle dinamiche contrattuali. Altro che salario minimo.
I contratti appunto. Lì dove ci sono stati dei rinnovi il salario ovviamente va su, se invece le trattative si prolungano, come succede ancora troppo spesso, le retribuzioni restano ferme al palo e i lavoratori perdono drammaticamente potere d’acquisto. I numeri dicono che nel corso del terzo trimestre 2024 sono stati recepiti otto contratti: calzature, trasporti marittimi, alberghi, Rai, scuola privata laica, scuola privata religiosa, ceramiche e poste. Ma il problema, che poi rappresenta anche una grande opportunità di crescita media delle buste paga, è che a fine settembre 2024 aspettano un rinnovo ancora 29 sigle. Sono cioè in ballo circa 6,9 milioni di lavoratori dipendenti che rappresentano più del 50% del totale. Questo perché a giugno sono scaduti gli accordi delle costruzioni e della metalmeccanica.
Le situazioni sono diverse e vanno prese singolarmente. Ma alcune sono più significative di altre. Passiamo dal privato al pubblico e prendiamo il contratto dei ministeri che da mesi vede contrapposte Aran (lo Stato quindi) e parti sociali. Sono le cosiddette Funzioni Centrali dello Stato che rappresentano circa 400.000 lavoratori.
Poche ore fa è andato in scena l’ennesimo incontro a Roma, con l’ennesima fumata grigia. L’Aran su spinta del governo sta provando a chiudere destinando al personale in servizio nelle amministrazioni centrali un incremento della retribuzione pari al 5,78% (con una probabile integrazione dello 0,22% a decorrere dal 2025) che per certi versi rappresenta un incremento storico delle buste paga degli statali. Dall’altra parte c’è il muro, soprattutto della Cgil e della Uil, che evidenziano come si tratterebbe di una perdita di più di 10 punti percentuali del potere d’acquisto, visto che l’inflazione del periodo ha superato il 15%.
Non si sta, infatti, parlando del rinnovo per il prossimo triennio, ma di quello 2021-2024, quando appunto l’inflazione era galoppante. A dire della Cisl, la proposta del governo è ragionevole, certo si può limare, ma è di tutta evidenza che per lo stato delle finanze pubbliche sia impossibile arrivare a recuperare tutto il 17% che reclamano Landini e compagni. Morale della favola, nelle more gli stipendi dei ministeriali restano congelati e le risorse già destinate in manovra al prossimo rinnovo sono bloccate.
Alle volte basterebbe mettere da parte la politica e ritrovare il buon senso per avere dei salari un po’ più dignitosi.
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