Prove di retromarcia in Europa sul green
Ursula von der Leyen (Ansa)
  • A Bruxelles il fanatismo verde sembra lasciare il campo al pragmatismo. Lo si è visto su pesticidi, imballaggi e immobili. Però la battaglia è ancora lunga, a partire dall’auto.
  • La normativa sul packaging: il compromesso sul riciclo riduce i costi per i consumatori.
  • Il 7 dicembre ci sarà la ratifica finale della nuova normativa sulle case green: per ristrutturare ci sarà più tempo ma occhio ai colpi di coda delle lobby.

Lo speciale contiene tre articoli.

Spira un vento diverso in Europa. Sarà forse una coincidenza ma con l’approssimarsi del voto per il rinnovo per Parlamento europeo, si sta stemperando la battaglia ideologica sulla transizione green. Alcuni temi, pilastri della strategia Ue, quali quelli sullo stop alle auto endotermiche, sull’uso dei pesticidi, sugli imballaggi e sulla certificazione energetica degli immobili, sono stati rivisti con una impostazione meno ideologizzata e più pragmatica. Peraltro, uscito di scena Frans Timmermans, vicepresidente della Commissione europea e pervicace sostenitore del Green Deal, «senza se e senza ma», che ha incassato anche la sonora sconfitta alle elezioni olandesi (probabilmente l’elettorato non aspettava altro che di presentargli il conto delle politiche scellerate sull’agricoltura), le istituzioni europee sembrano aver imboccato la strada della concretezza. Il cieco fanatismo ecologista pare aver lasciato spazio a posizioni più ragionevoli.

Il condizionale è d’obbligo giacché se su alcuni temi è prevalsa alla fine una posizione più soft, non si può ancora cantare vittoria. A spingere verso il pragmatismo deve aver inciso indubbiamente la crisi economica e in particolare le difficoltà della locomotiva tedesca, che per far marciare i motori dell’industria non può affidarsi all’eolico e al fotovoltaico ma ha ancora bisogno dell’energia fossile. Come non può mandar allo sbando i marchi tedeschi dell’auto per rincorrere i traguardi ecologici imposti dall’utopia ambientalista o consegnarsi mani e piedi all’industria cinese, più veloce nell’elettrico perché svincolata dalle regole capestro europee. Pechino tra aiuti di Stato e vantaggio competitivo sull’estrazione di materie prime (l’industria mineraria bandita in Europa marcia a pieno ritmo in Asia) non aspetta altro che colonizzare completamente la Ue fagocitando i marchi più illustri. Così qualche consigliere tedesco starebbe esercitando una forte pressione presso la Commissione, della quale Berlino è sempre stato azionista influente, affinché siano riviste le scadenze per l’abbandono dell’endotermico. Anche se i Verdi sono al governo, Berlino continua a mantenere uno «zoccolo duro» di carbone e gas perché è semplicemente impossibile farne a meno, per molto tempo ancora.

I ministri europei dell’Energia, a marzo scorso, hanno ratificato a maggioranza il regolamento sullo stop ai motori termici alimentati a benzina e diesel nel 2035 (l’Italia si è astenuta, insieme a Bulgaria e Romania, mentre la Polonia ha votato contro) ma dietro le quinte non si è interrotta la discussione sull’ipotesi di spostare in avanti tale tagliola.

C’è chi teme che il passaggio rapido a un’economia meno carbonica sia l’occasione per l’estensione della colonizzazione asiatica. È quello che accadde negli anni Ottanta nell’auto quando Toyota, Nissan, Honda e Mitsubishi invasero l’America mettendo in crisi i big di Detroit. Stavolta ci sarebbe la Cina al posto del Giappone.

Nel periodo da gennaio a maggio di quest’anno le quattro maggiori marche automobilistiche tedesche (Volkswagen, Audi, Bmw, Mercedes) hanno prodotto nei loro stabilimenti europei mezzo milione di vetture in meno rispetto allo stesso periodo nel 2019. Nella sfida sull’auto elettrica Pechino è il problema maggiore per le marche tedesche. Se gli automobilisti cinesi a casa loro comprano meno Volkswagen Audi Bmw e Mercedes, lo si deve all’avanzata delle alternative elettriche, dove l’offerta da parte delle case domestiche è vincente. L’invasione cinese non è più un’ipotesi accademica.

Accelerare sulla decarbonizzazione non conviene. Il modello lo fornisce proprio Pechino che si può considerare leader mondiale nelle rinnovabili, crede fermamente nel solare e nell’eolico, ha una posizione dominante nell’auto elettrica, investe in questi settori più dell’Europa, ma non si sogna di abbandonare carbone, gas, petrolio.

Cambio di rotta già deciso invece per l’uso dei pesticidi, per le case green e per gli imballaggi.

Il taglio del 50% dei pesticidi in agricoltura è stato bloccato. Nel 2020 l’Europa aveva lanciato il Green Deal e la sua applicazione all’agricoltura, la Strategia Farm to Fork, che prevedeva il dimezzamento dell’utilizzo dei pesticidi e il 25% di superficie agricola coltivata a biologico da qui al 2030. Il voto contrario del Parlamento, che ha visto l’Italia protagonista con un ruolo molto attivo, però è solo un primo passo. Ora la palla passa al Consiglio europeo che dovrà adottare una posizione negoziale in prima lettura. Il testo dopo tornerà in seconda lettura in Parlamento. Un percorso che difficilmente potrà essere concluso entro la fine della legislatura e quindi passerà sul tavolo della nuova legislatura. L’opposizione è stata trasversale; gruppi conservatori e popolari fino ad una parte di Socialisti e Democratici e dei Liberali. La strategia di imporre dall’alto obiettivi poco realistici e il rifiuto di valutare l’impatto della normativa hanno scatenato la protesta dei sindacati degli agricoltori. Un voto favorevole avrebbe avuto drammatiche ripercussioni sul settore primario nazionale, andando a ridimensionare sensibilmente diverse filiere, come ha ricordato la Copagri. Le associazioni hanno rimproverato alla Commissione di aver messo a terra un progetto di riduzione dei pesticidi senza considerare la disponibilità di valide alternative per gli agricoltori in difesa delle proprie produzioni, che ancora dipendono in molti casi dall’uso della chimica.

Un’altra battuta d’arresto c’è stata sugli imballaggi. Qui l’Italia ha rischiato grosso. Se fosse passata la versione del regolamento proposta dalla Commissione europea, la nostra industria del riciclo, leader in Europa, sarebbe stata azzerata. Il Parlamento europeo ha approvato alcune deroghe per i Paesi in grado di dimostrare di aver raggiunto alte performance di riciclo (85%) rispetto agli imballaggi immessi sul proprio mercato e non ha fissato target al riuso che avrebbero penalizzato industria e agricoltura. Si è quindi tornati all’obiettivo originario, cioè non ridurre gli imballaggi ma diminuire i rifiuti e trovando un punto di equilibrio tra riciclo e riuso con la riduzione drastica dell’elenco degli imballaggi monouso vietati dalla Commissione. Il testo aggiornato del regolamento riconosce che il riuso può funzionare solo a determinate condizioni. Basta pensare alle enormi criticità legate al massiccio impiego di acqua, risorsa che lo stesso esecutivo Ue classifica come scarsa. Peraltro il minor impatto ambientale del riutilizzo non è supportato scientificamente e anzi probabilmente implica più trasporti, più inquinamento e maggiori consumi di acqua ed energia, come ha sempre sottolineato il presidente di Unionplast, Marco Bergaglio. Adesso però il testo passa all’esame del Consiglio Ambiente (18 dicembre). La presidenza di turno spagnola è intenzionata a chiudere il dossier.

L’Italia è uno dei Paesi a più alto tasso di riciclo nel settore degli imballaggi come dimostrano i numeri. Secondo gli ultimi dati forniti dal Conai, il Consorzio Nazionale Imballaggi, nel 2023 il tasso di riciclo degli imballaggi potrebbe raggiungere il 75%, l’equivalente di circa 11 milioni di tonnellate di packaging avviati a riciclo.

Rimane ancora in vigore il sistema di deposito cauzionale per i contenitori per bevande in plastica e metallo con capienza da 0,1 a 3 litri per intercettare tutti quegli imballaggi che vengono raccolti in maniera differenziata. A partire dal 1° gennaio 2029 gli Stati membri dovranno garantirne l’istituzione a patto che non dimostrino di raggiungere un livello di raccolta differenziata dell’85%. Il Conai ha più volte sottolineato che il deposito cauzionale rappresenta «una duplicazione inutile di costi economici ed ambientali: va ad affiancare, senza sostituirsi in tutto, le raccolte differenziate tradizionali». Si tratterebbe di distribuire capillarmente sul territorio nazionale circa 100.000 Reverse Vending Machine, «per un investimento iniziale di circa 2,3 miliardi di euro, e un costo di gestione di circa 350 milioni di euro all’anno». Un’altra follia ecologista senza senso.

Possono stare tranquilli, per il momento, i proprietari di immobili. Le case dovranno essere comunque ristrutturate per adattarle a standard di efficienza energetica più alta, decisi con la direttiva sulle case green, ma le tempistiche potrebbero essere meno stringenti di quanto previsto nel testo originario: a fissare i paletti, infatti, saranno i singoli Stati e non l’Ue.

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