- Opposizione divisa alle consultazioni con l’esecutivo. Giuseppe Conte: «Ci vuole una commissione». Elly Schlein: «Sì alla sfiducia costruttiva». Mentre il Terzo polo dà credito al centrodestra. Anche la Lega pone delle condizioni: «Chiediamo garanzie per il Parlamento».
- Il capo del governo incassa l’apertura dei dem: «Non abbiamo un modello predefinito». Sul tavolo presidenzialismo, semipresidenzialismo e premierato. Ma pure l’autonomia.
Lo speciale contiene due articoli.
Stavolta potrebbe non essere un fuoco di paglia. Se è vero che ogni inizio di legislatura ha vissuto, negli ultimi 35 anni, un momento che sembrava propizio alle riforme e che poi è rapidamente svanito, è altrettanto vero che stavolta ci sono delle novità oggettive che inducono all’ottimismo. A partire dalla cornice scelta dal premier, Giorgia Meloni, per gli incontri con l’opposizione e per le relative dichiarazioni alla stampa: la biblioteca del presidente e la Sala della Regina di Montecitorio (dove sono stati sistemati i giornalisti) che richiamano la solennità delle consultazioni per la formazione del governo. Poi c’è il metodo, col tentativo del governo di non partire da una proposta preconfezionata ma di arrivare a un testo quanto più condiviso possibile da parte di quello che una volta si sarebbe chiamato «arco costituzionale».
Ma è proprio sul merito delle ricette proposte dalle varie forze politiche, che hanno sfilato ieri alla Camera per tutta la giornata, che sta la complessità della questione. Tra distinguo (anche all’interno della maggioranza) paletti e veti camuffati, è difficile discernere la reale volontà di qualcuno (vedi l’accoppiata Pd-M5s) di lavorare per un accordo da quella di buttare la palla in tribuna. Non ignorando il rischio ostruzionismo da parte dei giallorossi, il premier anche ieri – prima e durante gli incontri – ha tenuto a ribadire la propria apertura su più di una soluzione che garantisca maggiore stabilità dei governi e rappresentanza dei cittadini, purché non ci siano «intenti dilatori».
Nel perimetro del centrodestra, come detto, per ora non c’è piena identità di vedute, e lo ha fatto notare in modo chiaro il capogruppo alla Camera della Lega, Riccardo Molinari, commentando le indiscrezioni secondo cui Palazzo Chigi stia spingendo per il premierato, in luogo del presidenzialismo, cosa che potrebbe raccogliere maggiori adesioni nel campo dell’opposizione ma che evidentemente va verificata dentro la maggioranza: «Nel programma del centrodestra», ha detto Molinari, «c’era l’elezione diretta del presidente della Repubblica e quindi quello è l’accordo che c’è. Se il premier Meloni vuol proporre altro, la Lega chiede garanzie per il ruolo del Parlamento». Se a ciò si aggiunge il fatto che il leader del Carroccio, Matteo Salvini, ha sottolineato attraverso un’apposita «velina» il proprio impegno per essere presente nella delegazione governativa agli incontri, si intuisce che la partita delle riforme si sta giocando anche nel campo della maggioranza.
Dall’altra parte, tra i maggiori indiziati per una possibile strategia ostruzionistica c’è sicuramente Giuseppe Conte, che è stato il primo ad essere incontrato da Meloni. Nel merito, Conte ha dichiarato la propria contrarietà sia al presidenzialismo che al premierato, mentre nel metodo ha indicato una via che non brilla per snellezza: «Siamo disponibili», ha detto Conte, «al dialogo in una commissione parlamentare costituita ad hoc». Il presidente del M5s ha poi consegnato al premier «undici proposte specifiche, volte a evitare cambi di casacca, a promuovere anche una maggiore partecipazione dei cittadini grazie al rafforzamento degli istituti referendari propositivi». La segretaria dem, Elly Schlein, che è stata l’ultima a confrontarsi con Meloni, ha premesso che per lei le riforme non sono la priorità e come previsto ha opposto un fermo «niet» al presidenzialismo. Poi è entrata più nello specifico rispetto al suo compagno d’opposizione, partendo dalla legge elettorale e prospettando un modello «alla tedesca» con la sfiducia costruttiva: «Per prima cosa», ha detto, «dobbiamo cambiare questa legge elettorale e poi per rafforzare la stabilità ed evitare crisi al buio, guardiamo al modello tedesco e si può ragionare della sfiducia costruttiva ad esempio». Quanto allo strumento legislativo, per Schlein «saranno loro a stabilirlo», ma «sarebbe difficile discutere di riforme costituzionali impegnative se loro continuassero ad andare dritti su alcune riforme altrettanto importanti a cui noi siamo contrari come l’autonomia differenziata».
Più morbidi e dialoganti, come si attendeva, gli esponenti del Terzo polo, la cui delegazione – dopo il burrascoso divorzio tra Azione e Iv – si è presentata «bicefala» con relative doppie dichiarazioni di Carlo Calenda e Maria Elena Boschi. Relativamente pochi i paletti posti da Calenda al premier: ok al premierato anche se «modello sindaco d’Italia» (il che presuppone una preferenza per il doppio turno alla francese, che comunque è nel novero delle opzioni offerte dal governo) no al presidenzialismo per non inficiare il ruolo super partes del capo dello Stato. Sia Calenda che Boschi hanno insistito sulla necessità di superare l’attuale bicameralismo paritario, e in particolare l’ex ministro dello Sviluppo economico ha voluto mettere in evidenza sia la propria disponibilità che quella del presidente del Consiglio, definita «in ascolto e aperta al dialogo».
A completare il quadro, +Europa e l’Alleanza Verdi-Sinistra: il partito di Riccardo Magi ha chiesto una Bicamerale per le riforme basata su un principio strettamente proporzionale, mentre Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli hanno respinto al mittente tutte le ipotesi sul tavolo chiamando a raccolta le opposizioni per una grande Union Sacrée a difesa della Costituzione.
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