Netanyahu tira dritto e lancia missili anche sul Libano
Benjamin Netanyahu (Ansa)
  • Usa, Francia e Germania tentano di frenare Gerusalemme, ma lo Stato ebraico risponde ai razzi di Hezbollah con un raid.
  • «L’Osservatore Romano» ribadisce la posizione di Parolin: «A Gaza è carneficina». L’ambasciata: «Deplorevole, i civili hanno preso parte all’attacco del 7 ottobre».

Lo speciale contiene due articoli.

Benjamin Netanyahu non ha nessuna intenzione di indietreggiare di fronte al nemico, Hamas, nonostante i numerosi e continui appelli di cessate il fuoco ricevuti in questi ultimi giorni da più parti nel mondo. In primis dalla Casa Bianca, dove un sempre più fragile Joe Biden ha chiesto al premier israeliano di fermare l’avanzata militare via terra a Rafah in mancanza di un piano credibile che possa garantire la sicurezza dell’oltre un milione di civili palestinesi stipati nei campi profughi allestiti nella città al confine con l’Egitto. L’ultimo appello in ordine cronologico è arrivato ieri da Parigi. Dall’Eliseo fanno sapere che Emmanuel Macron ha avuto una conversazione telefonica con Netanyahu, a cui ha chiesto di fare marcia indietro per quel che riguarda l’attacco a Rafah: «Ciò potrebbe portare solo a una catastrofe umanitaria e allo sfollamento forzato della popolazione», ha detto il presidente francese, «il che costituirebbe una violazione dei diritti umani internazionali e comporterebbe un ulteriore rischio di escalation regionale». Ieri è arrivata in Israele Annalena Baerbock. Il ministro degli Esteri tedesco ha incontrato l’omologo israeliano Israel Katz, il presidente Isaac Herzog e lo stesso Netanyahu con l’obiettivo di ottenere un cessate il fuoco. La Turchia invece, che in termini di rapporti diplomatici con lo Stato ebraico si trova ai minimi storici, si è detta pronta a collaborare con l’Egitto «per fermare lo spargimento di sangue a Gaza». A ribadirlo è stato direttamente il presidente Recep Tayyip Erdogan nel corso di una conferenza stampa congiunta con il leader egiziano Abdel Fattah Al Sisi, durante la quale non ha risparmiato una stoccata a Israele: «I tentativi di esiliare gli abitanti di Gaza dalle loro terre sono nulli». Anche l’Onu, attraverso il coordinatore Martin Griffiths, si è pronunciata con un ennesimo appello: «L’offensiva a Rafah potrebbe portare a un massacro. Il governo di Israele non può più ignorare questi appelli». Il leader dell’Autorità nazionale palestinese, Abu Mazen, ha esortato Hamas a completare l’accordo per la liberazione degli ostaggi, ritenendolo «l’unico modo per salvare il popolo palestinese dal flagello di un’altra catastrofe dalle conseguenze minacciose, non meno pericolosa dalla Nakba del 1948».

Netanyahu però, che sa benissimo di aver bisogno di dare all’opinione pubblica un risultato concreto, dal canto suo si mostra irremovibile. Anche se proprio dal Cairo, filtrano in queste ore speranze di una ripresa dei colloqui diplomatici tra le parti affinché si giunga a un’intesa che porti al rilascio degli ostaggi israeliani in cambio di una tregua, seppur temporanea. Nella capitale egiziana i capi del Mossad e dello Shin Bet hanno incontrato ieri una delegazione del Qatar ma, secondo quanto riferito dal Times of Israel, erano lì soltanto «per ascoltare». Il sito di informazione israeliano Walla ha riportato la notizia secondo cui Netanyahu avrebbe deciso di non inviare in Egitto un’altra delegazione fin quando Hamas non mostrerà chiari segnali di cambiamento della strategia in merito al rilascio degli ostaggi. Linea confermata da alcuni funzionari israeliani citati da un altro portale online, Axios, secondo cui il premier israeliano è convinto che soltanto con una posizione molto dura si possa arrivare a un accordo. La strada che ha deciso di percorrere Bibi, però, non piace affatto alla gente, in particolar modo ai familiari degli ostaggi che sono tornati a protestare contro la politica del governo. In una nota pubblicata dall’Hostages Families Forum, il forum sugli ostaggi scomparsi istituito il 7 ottobre in seguito al pogrom di Hamas, si legge: «Ostacolare i colloqui in corso segnerà una condanna a morte per gli ostaggi rimasti prigionieri a Gaza. Sembra che alcuni membri del governo abbiano deciso di sacrificare la vita degli ostaggi ammettendolo».

A destare preoccupazione, però, non è solo l’intoppo dei negoziati e quel che accade a Rafah, nel Sud della Striscia. A Nord, infatti, si sono intensificati gli attriti tra Israele e il Libano. L’Idf ha reso noto che l’Aeronautica militare ha condotto diversi raid sul territorio del Paese dei Cedri con jet da combattimento, in seguito all’ennesimo lancio di razzi verso lo Stato ebraico, uno dei quali ha colpito la base militare di Safed, nel Nord di Israele, causando la morte della soldatessa di 20 anni Amer Sarah Benjo, e il ferimento di altre otto persone. In Libano, invece, il conto delle vittime è per ora di quattro morti.

Intanto, è giallo per quanto riguarda la sorte di Yahya Sinwar. Il capo politico di Hamas, mostrato in un video diffuso da Israele mentre si metteva al riparo insieme alla sua famiglia nei tunnel sotterranei di Gaza lo scorso 10 ottobre, tre giorni dopo il massacro nei kibbutz compiuto dai terroristi nel Sud dello Stato ebraico, risulta ufficialmente tra i dispersi. Secondo alcune fonti egiziane Sinwar potrebbe essere morto durante uno degli attacchi israeliani in uno dei tunnel che utilizzava per nascondersi nei pressi della città di Khan Yunis. La classe dirigente dell’organizzazione terroristica che governa la Striscia dal 2006 si è detta preoccupata in quanto non riesce a mettersi in contatto con il leader politico da oltre due settimane. A sostenere questa tesi sono anche molti quotidiani israeliani, i quali citano fonti vicine ai servizi segreti dello Shin Bet e del Mossad, sulla base del fatto che Sinwar non ha partecipato, né direttamente né indirettamente, alle trattative diplomatiche iniziate a Parigi il 29 gennaio e proseguite poi in Egitto.

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