Fedez si autocensura: «Omofobo anch’io». Il bavaglio si ritorce contro il suo paladino
  • Il rapper si scusa per le vecchie canzoni anti gay. Ma non era libero di dire «quello che voglio»? Silenzio sui versi misogini.
  • Maurizio Gasparri: «Il caso concertone una scusa per lottizzare». Oggi Franco Di Mare in Vigilanza Rai.

Lo speciale contiene due articoli.

Ieri, in una storia su Instagram, Fedez ha spiegato l’omofobia di alcuni suoi vecchi brani, che molti in questi giorni gli hanno rimproverato: «Benvenuti nell’angolo comprensione dei testi di Federico», ha scritto. «Visto che gli amici leghisti sfruttando i loro grafici, sicuramente non sottopagati perché loro rispettano i lavoratori, stanno facendo fare le grafiche con tutte le frasi omofobe di Fedez».

La canzone Faccio brutto, ha continuato, «ironizza sul gangsta rapper, il rapper macho, che odia la polizia, ostenta il denaro, a tratti anche omofobo». Poi la mezza ammissione di colpa: «Ho peccato anch’io, da giovane, ho sicuramente detto delle cose omofobe, non c’è mai stata nel quartiere dove sono cresciuto educazione in tal senso, ma poi ho cercato di migliorarmi. Ma capite», ha scritto ancora il cantante, «che dire “se avessi un figlio gay lo brucerei nel forno”, da una persona che deve rappresentare il Paese, non da un rapper, è una cosa che ha un peso completamente diverso? Ma poi, amici leghisti, voi davvero volete andare a rimestare nel mio passato quando il vostro leader, qualche anno fa, fece un video in cui disse “Napoli mer**, Napoli colera, sei la rovina dell’Italia intera”?».

Al netto dei soliti attacchi sommari ai leghisti, queste quasi scuse di Fedez sono piuttosto contraddittorie. Nella ormai celebre telefonata con i vertici di Rai 3 alla vigilia del concerto del primo maggio, il cantante rivendicava la libertà dell’artista di dire «quello che voglio». Ora, invece, ce lo ritroviamo a «spiegare» e giustificarsi.

Un po’ come fece dopo la sua festa di compleanno al Carrefour nel 2018. Ricordate? Il lancio di cibo per gioco, uno schiaffo a fame e povertà, indignò i social e il nostro stabilì assieme alla moglie e alle madre-manager una strategia per sfilarsi dalle polemiche: «Diciamo che lo diamo in beneficenza» (lo documentò un video ancora visibile su Repubblica.it).

In realtà Fedez non ci deve spiegare niente, piuttosto è lui che deve comprendere qualcosa che gli sfugge. Noi, infatti, pensiamo che un artista davvero abbia, nelle sue canzoni e nelle sue opere, il diritto di dire più o meno quello che gli pare. Il problema nasce quando quell’artista pretende di fare politica e di applicare le sue pretese politiche solo agli altri, non a sé stesso. Forse non se ne è accorto, ma Federico Lucia si è fatto portavoce di un modo di pensare che limita fortemente la libertà di opinione e la libertà di espressione artistica, comprese le sue. Ai fini della censura politically correct che egli invoca, infatti, non c’è molta differenza tra citare uno stereotipo (come Fedez dice di aver fatto nelle canzoni «omofobe») e aderire a uno stereotipo: in entrambi i casi scatta il bavaglio.

È il caso, poi, di notare qualche altro particolare. «Spiegandoci» i suoi testi omofobi, Fedez si è autoassolto perché – dice – li ha scritti a 19 anni. Peccato che, tra le sue produzioni, ci siano anche testi misogini: alcuni vecchi, altri recenti o addirittura recentissimi. Non si tratta solo delle strofe del 2010 in cui infierisce su Barbara D’Urso e Letizia Moratti. No, ci sono anche testi molto più recenti. Testi che tante donne (comprese esponenti della sinistra femminista critica col ddl Zan come Marina Terragni) condannano. Però Fedez esclude queste critiche dal suo monitoraggio, attribuendole solo ai leghisti.

In Si muovono le… del 2010, ad esempio, cantava il body shaming: «Dove ca..o vai? Qui non entrano le cesse». E abbracciava la cultura dello stupro: «Siete troie, troie non fate le modeste/ Guarda come cazzo sono vestite queste/ Riconosco una bitcha, già da come si veste». Ancora: «Non è certo colpa della gente che frequentano/ ‘sti genitori si lamentano/ la mandi in giro vestita da troia, poi piangi se la violentano». Nell’album Paranoia airlines del 2019 le cose non sono cambiate. In Tvtb mette in scena una mascolinità decisamente classista: «Sco… solo donne che indossano Balenciaga, no Zara». E pure un po’ tossica: «Ho il cervello mangiato dal sesso/ in mezzo alle gambe tengo il ferro».

Se non bastasse, ecco che arriva la riduzione della donna a oggetto sessuale nemmeno più umano: «Museruola e collare (bau bau)/ lei la tratto come un cane/ vuole che le faccio male». L’idea che le donne siano tutte puttane e vogliose: «Bitch, ogni giorno non mi lasciano libero/ le ordino da casa come su Deliveroo/ gangbang sopra di una Bentley/ Belvedere, anche tua mamma è una mia ex/ Le piace bere a canna» (supponiamo che quest’ultima frase si riferisca a fluidi corporei maschili). In Kim & Kanye, di nuovo, il rapper giudica il corpo delle donne: «Tu formosa come Kim/ 48 chili/ ma fatichi a entrare dentro i jeans».

Su queste affermazioni i difensori dei diritti Pd e 5 stelle, sua moglie e lo stesso Alessandro Zan non hanno niente da dire? La femminista Michela Murgia ieri l’altro scriveva sulla Stampa: «Fedez ha deciso che la questione della discriminazione omotransfobica, misogina e abilista è affar suo in quanto cittadino». No, secondo i vostri canoni, cara Murgia, lo riguarda in quanto autore omofobo e misogino. Concita De Gregorio, sempre lunedì, su Repubblica scriveva: «Fedez ha ragione. L’anomalia non è che un cantante dica quel che la politica non dice. L’anomalia è la politica, incapace di fare quel che fa Fedez». Che cosa faccia Fedez lo abbiamo visto: grida le colpe dei nemici ed è omertoso con le sue. Ci piacerebbe che la politica fosse meglio di così.


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