2022-04-29
Facebook apre il primo negozio fisico per immergersi nel metaverso

Sorpresa: il mondo digitale del metaverso avrà un suo negozio fisico, dove comperare tutti gli ammennicoli, visori, occhiali speciali eccetera, necessari per poter navigare nell’universo virtuale.
L’idea è di Facebook, che sul metaverso ha una strategia forte, e 10 miliardi da investire, tanto da aver cambiato il suo nome in Meta. Così il fondatore Mark Zuckerberg ha deciso di aprire, il prossimo 9 maggio, il primo Meta Store al mondo, uno spazio fisico e reale, a Burlingame, in California. «Nel Meta Store – recita un annuncio della società– potrai fare esperienza pratica sui nostri prodotti hardware». Nello store ci saranno demo interattive, si potranno effettuare videochiamate con rivenditori associati con Meta Portal e scoprire i prodotti. Come gli occhiali Ray-Ban, dato che proprio il patron di Luxottica oggi Essilux, Leonardo del Vecchio è stato tra i primi ad incontrare e dar fiducia a Zuckerberg su questo fronte. La società sta anche pensando a un unico negozio, ma questa volta online, dove effettuare tutti gli acquisti necessari alla navigazione nel metaverso.
DOVE SI TROVA
Il Meta Store ha una valenza strategica dato che è situato nei pressi del quartier generale dei Reality Labs, costati circa 3 miliardi di dollari, dove Meta sta realizzando il suo Metaverso. Servirà per definire la strategia di vendita al dettaglio e non è detto che in futuro apriranno, nelle città più importanti, altri Meta Store, come già accaduto con gli Apple Store o i Lenovo Store. Quanto ai conti trimestrali appena sfornati, Meta è riuscita a rassicurare gli investori aumentando gli utenti di Facebook, il maggior social network al mondo, che, nel trimestre precedente, aveva visto ridursi il numero di utenti per la prima volta da quando è stata quotata a Wall Street nel 2012. Gli utenti giornalieri attivi dell’ultimo quarte 2021 erano passati da 1,93 a 1,92 miliardi. Ma oggi sono aumentati, sfiorando 1,96 miliardi. Bene anche gli utenti mensili attivi, cresciuti da 2,91 a 2,93 miliardi. Quanto ai conti in aumento i ricavi del 7%, pari a 27,9 miliardi di dollari, rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, ma c’è stato un calo del 21% dell’utile netto, che comunque è pari nei tre mesi a oltre 7 miliardi di dollari.
Su questo fronte pesano gli investimenti per la costruzione del metaverso ma anche le modifiche alla privacy del sistema operativo Ios di Apple per la cessione dei dati degli utenti, che hanno portato a mancati ricavi per il 2021 pari a 10 miliardi, e l’immancabile Tik Tok, il social network che piace agli utenti più giovani e che per questo è una spina nel fianco anche di Google e Netflix. Meta si è detta soddisfatta della crescita dei Reel, i video di breve durata introdotti sul suo video social, Istagram, che risultano però poco appetibili per gli annunci pubblicitari. E poi ci sono le perdite legate allo sviluppo del metaverso. I Reality Labs hanno ricavi pari a 695 milioni di dollari, il 30% dei quali viene dalle vendite dei visori Quest 2, a fronte di 3,7 miliardi di dollari di spese per gestione e investimenti. Il 55% dei costi sono legati ai dipendenti, che sono, per i laboratori della realtà virtuale, circa 17mila. Ieri Meta ha guadagnato in Borsa il 17% circa a 204 dollari ad azione, lontana dal massimo a 379 dollari fatto segnare a luglio dello scorso anno.
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La nostra iniziativa termina con una valanga di generosità. Adesso, però, bisogna fermare certe follie e cambiare le leggi.
Grazie! Nel corso degli anni mi è capitato più volte di chiedere aiuto ai lettori per far fronte a gravi emergenze. E nei casi di alluvioni e terremoti ogni volta ho avuto la prova della solidarietà di chi quotidianamente ci segue. Così come ho toccato con mano il sentimento di umanità di chi ci legge quando un carabiniere, vittima di uno squilibrato, fu ridotto su una sedia a rotelle. Tuttavia, nonostante i risultati assolutamente eccezionali del passato, temevo che questa volta, per la raccolta fondi in favore del brigadiere Emanuele Marroccella, sarebbe stato difficile. Un po’ per via della crisi dell’editoria, che ha ridotto di molto il numero di lettori, e un po’ perché anche l’inflazione, che si mangia stipendi e pensioni, ci mette del suo, dimezzando le disponibilità delle famiglie.
Invece, voi lettori mi avete sorpreso, perché avete risposto al nostro appello con una generosità commovente. Puntavamo a raccogliere 150.000 euro per pagare gli avvocati al militare dell’Arma e per fare fronte alla provvisionale a cui è stato condannato per aver fermato un criminale. Ma la cifra che intendevamo raggiungere è stata abbondantemente superata, al punto che ormai abbiamo toccato quota 450.000. Con il vostro beneplacito, appena sarà necessario verseremo sul conto del brigadiere la somma dovuta, mentre il resto costituirà un fondo per altri casi del genere. Non è la prima volta che uomini delle forze dell’ordine sono costretti a pagare di tasca propria l’adempimento del proprio dovere. E purtroppo non sarà l’ultima: dunque, ciò che avanzerà a seguito del saldo delle pendenze a carico del brigadiere resterà a disposizione di altri uomini delle forze dell’ordine, come ad esempio i carabinieri del caso Ramy, indagati per aver inseguito due giovani che non si erano fermati all’alt, una fuga finita tragicamente per uno dei due ragazzi e che, incredibilmente, ha fatto finire sul banco degli accusati sette militari.
Ora che vi ho informato su come intendiamo procedere con i soldi che ci avete affidato, consentitemi però di fare alcune riflessioni. La prima riguarda la vittima, cioè il ladro per la cui uccisione è stato condannato Marroccella. L’uomo, un siriano che non avrebbe dovuto trovarsi in Italia, aveva una lunga lista di precedenti. Era un ex militare dell’esercito di Assad, esperto di arti marziali, che neppure la minaccia di una pistola ha fermato. Dopo aver colpito il collega del brigadiere con un cacciavite lungo venti centimetri, con quell’arma avrebbe potuto colpire altri carabinieri. Ed è per questo che il brigadiere ha sparato: per evitare la possibilità di un’aggressione e il conseguente ferimento di altri militari dell’Arma. In pratica, Marroccella è stato costretto a intervenire. Non difendeva sé stesso, ma doveva impedire che altri rimanessero vittime del siriano, il quale non aveva nessunissima intenzione di arrendersi. Perciò il suo è stato un uso legittimo dell’arma che gli era stata affidata. La seconda considerazione riguarda i parenti del ladro. Il tribunale ne ha ammessi come parti civili 13. E questi, nonostante in gran parte vivano all’estero, hanno sostenuto di frequentare con assiduità la vittima e dunque di aver diritto a un risarcimento per la sua morte. In totale hanno chiesto circa 13 milioni, ma il tribunale per ora ha riconosciuti 133.800 euro, comprensivi di spese legali. Apparentemente il tribunale ha ridotto a un centesimo le pretese di moglie, figli e fratelli del ladro, peccato che la provvisionale sia immediatamente esecutiva e dunque, nonostante una sentenza di secondo grado possa riformare la condanna del brigadiere, sia praticamente a fondo perduto. Già perché se gli eredi dovessero essere costretti a restituire la somma, sarà difficile riaverla indietro, dato che i parenti sono disseminati all’estero, dove notoriamente le esecuzioni non sono facili. Proprio questo avrebbe dovuto indurre i giudici a maggiore cautela. Se di fronte a condanne per errori medici le toghe non accordano un immediato risarcimento, perché con un carabiniere sì? Perché far gravare sulle sue spalle una provvisionale esecutiva?
C’è poi un’altra considerazione da fare: il siriano, ossia il ladro, era stato più volte incarcerato e avrebbe dovuto essere espulso. Le forze dell’ordine ne avevano chiesto il trattenimento in un Cpr, ossia in un centro di rimpatrio, ma come per l’assassino di Aurora, la giovane stuprata e uccisa a Milano, non se n’era fatto niente. Non perché, come nel caso del peruviano, fosse incompatibile con la custodia nel Cpr, ma perché non c’era posto. Così, mentre l’assassino di Aurora è stato lasciato libero di uccidere, al ladro siriano è stato consentito di continuare a rubare. Fino a quando non ha incontrato un uomo che non si è voltato dall’altra parte ma ha fatto il suo dovere.
La morale di questa storia mi pare evidente: non sono i carabinieri a dover essere trascinati sul banco degli imputati ma i criminali, i Cpr vanno aumentati per consentire le espulsioni e bisogna porre un argine ai risarcimenti in favore dei parenti di delinquenti rimasti vittime - come lo ha definito il cugino del rom ucciso a Lonate Pozzolo - del proprio «lavoro».
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Dieci indagati dalla Finanza nel Padovano: estorcevano contratti o finanziamenti con il porta a porta. Raggirate soprattutto donne.
Dopo quattro visite in tre anni di un venditore porta a porta, una pensionata è stata costretta ad acquistare prodotti per 22.000 euro, con 3.000 euro di interessi e un finanziamento dilazionato fino al 2030. Vincolata a vita.
Una storia, ha scoperto la Guardia di finanza di Padova, simile a quella di altre 1.200 pensionate sparse per 54 province del Nord e del Centro Italia. La truffa porta a porta era diventata un metodo. I dieci indagati, hanno ricostruito gli investigatori, si presentavano a casa di persone anziane, avrebbero estorto loro contratti con l’inganno e imposto finanziamenti con ricarichi fino all’800% su prodotti di scarso valore. Un copione ripetuto, pieno di parole rassicuranti e un’escalation di pressioni.
Così la banda, che per la Procura è un’associazione a delinquere radicata nel Padovano, avrebbe raggirato in modo seriale un’infinita lista di pensionate, spesso sole, i cui profili sarebbero in alcuni casi stati attentamente selezionati da società di profilazione. In altri casi, invece, venivano battute aree territoriali residenziali in cui sarebbe stato più semplice trovare nelle abitazioni anziani, casalinghe e persone sole. Quartieri tranquilli, porte aperte, fiducia concessa.
I profitti, secondo chi indaga, finivano in auto sportive, locali esclusivi, ristoranti di lusso e vacanze a Cortina. La bella vita alle spalle dei pensionati truffati. Fino agli arresti di ieri mattina e al sequestro di 2,5 milioni di euro, somma ritenuta corrispondente ai profitti illecitamente accumulati. Dietro la facciata di una normale società operante nel settore (con sede operativa in provincia di Padova e sede legale in provincia di Venezia), si è scoperto, agiva un’organizzazione strutturata. Che conquistava fiducia, esercitava pressione e poi, stando all’accusa, svuotava i conti correnti. Per il vertice dell’organizzazione è stata disposta la custodia cautelare in carcere. Per i due uomini a lui più vicini sono scattati gli arresti domiciliari con applicazione del braccialetto elettronico. Per altri due indagati, invece, il gip ha disposto l’obbligo di dimora con divieto di uscire dal comune di residenza nelle ore notturne e l’obbligo quotidiano di firma. Misure che fotografano i diversi ruoli all’interno del gruppo.
Parallelamente sono scattate le perquisizioni nelle abitazioni dei dieci indagati, nella sede della società finita sotto la lente delle Fiamme gialle e anche negli uffici di altre società con sedi a Lecce, Mantova, Roma e Treviso. Realtà che, secondo gli investigatori, avrebbero avuto un ruolo nel fornire elenchi di potenziali vittime. Un mercato di nomi e indirizzi (sul quale è ora concentrata l’attenzione degli inquirenti). Nomi, indirizzi, profili fragili. Liste da sfruttare. Il sistema, però, è franato proprio sul tenore di vita ostentato dagli indagati. Tutti ufficialmente con redditi dichiarati al fisco incompatibili con giri in Ferrari, abiti firmati, hotel di lusso e ristoranti stellati. Gli accertamenti bancari avrebbero subito evidenziato evidenti discrepanze tra le entrate ufficiali e le spese sostenute. Ma a colpire gli inquirenti è stato anche un altro dato: la quasi totalità della clientela della società era composta da donne over 60. Un’anomalia che ha acceso definitivamente i riflettori sull’attività.
È cominciata così l’attività investigativa. Primo step: l’ascolto delle clienti. Con non poco imbarazzo, molte di loro hanno ammesso di essere state raggirate. I verbali delle vittime sembrano uno la fotocopia dell’altro. Ed ecco il filo conduttore: si presentava a casa un agente, illustrava il prodotto come un affare e, dopo l’acquisto, cominciavano le pressioni. E anche se il primo incontro non si concludeva con l’acquisto, i venditori sarebbero riusciti comunque a far firmare un modulo alle vittime, presentandolo come un semplice «attestato di passaggio» da consegnare al responsabile. In realtà si trattava di un documento vincolante, un vero contratto. Quella firma diventava il grimaldello per obbligare le vittime all’acquisto di articoli per la casa: pentole, materassi, ferri da stiro, poltrone reclinabili, dispositivi elettromedicali per la magnetoterapia. Oggetti di scarso valore, ma presentati come prodotti di altissima qualità. Il costo? In media tra i 5.000 e i 7.000 euro. Cifre fuori portata per molte delle pensionate raggirate.
E a quel punto entrava in scena il finanziamento. I venditori avrebbero indotto le vittime ad aprire linee di credito con società finanziarie. Il debito come unica via d’uscita apparente. Ma il meccanismo non si fermava lì. I rappresentanti tornavano, soprattutto dalle clienti più fragili. E le avrebbero costrette a ulteriori acquisti, rimodulando i finanziamenti già attivi, che crescevano a dismisura nell’importo delle rate e nella durata. Un indebitamento progressivo, costruito visita dopo visita. E il cappio si stringeva lentamente.
Il secondo snodo investigativo si è concentrato sulle minacce. Perché con le vittime, secondo l’accusa, gli indagati avrebbero fatto continui riferimenti ad avvocati e ad azioni legali imminenti. In alcuni casi il legale (in realtà inesistente), come ultimo strumento di persuasione, accompagnava i venditori, pronto a intervenire per piegare le resistenze (e forse è anche per questo che non sono partite denunce). A quel punto, per paura, le vittime cedevano. Ed è per questo che ad alcuni indagati viene contestata oltre alla truffa anche l’estorsione.
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2026-01-21
A Perugia lo scontro tra procuratori svela l’intreccio fra stampa, Pm e investigatori
Raffaele Cantone, Sergio Sottani e Raffaele Guadagno (Imagoeconomica)
Un cancelliere partecipa alla perquisizione di una giornalista senza titolo. Cantone vuole archiviare, il collega Sottani non ci sta.
La temibile Triade magistrati-investigatori-giornalisti, cotta a puntino nei libri-denuncia sul Sistema di Luca Palamara e Alessandro Sallusti, pare avere avuto un ruolo nelle indagini («parallele» rispetto a quelle di Firenze) della Procura di Perugia sull’ex procuratore aggiunto del capoluogo umbro Antonella Duchini e sull’ex luogotenente del Ros Orazio Gisabella. Entrambi sono stati indagati e poi imputati a Firenze, insieme con numerosi imprenditori, accusati, a vario titolo, di corruzione, rivelazione di segreto e abuso di ufficio, e usciti indenni dal processo, nel settembre 2025, grazie ad assoluzioni e prescrizioni.
La nuova vicenda emerge dall’ennesimo scontro sotterraneo tra l’attuale procuratore di Perugia Raffaele Cantone e il procuratore generale Sergio Sottani, più volte in disaccordo con le iniziative dell’ex presidente dell’Anac, il quale è stato recentemente costretto a spogliarsi, per incompetenza territoriale, dell’indagine monstre sul presunto tenente-spione Pasquale Striano. Questa volta il casus belli è stato offerto da una denuncia dello stesso Gisabella, che mentre era alla sbarra a Firenze, il 6 marzo 2025, ha presentato un esposto che Cantone ha assegnato a sé stesso ritenendolo, evidentemente, di particolare delicatezza.
Ma che cosa aveva segnalato Gisabella? Che il cancelliere Raffaele Guadagno aveva partecipato, senza averne titolo, a una perquisizione disposta ed eseguita il 26 marzo 2018 nei confronti di una giornalista locale, all’epoca firma di punta nel capoluogo umbro e punto di riferimento per i colleghi dei cosiddetti giornaloni. Certamente ai nostri lettori il nome di Guadagno non suonerà nuovo: è il dipendente della Procura costretto, nel 2022, alle dimissioni e a patteggiare una pena di 1 anno e 2 mesi dopo essere stato sorpreso a scaricare dalle banche dati del Tribunale carte riservate, successivamente consegnate, almeno in un’occasione, a dei giornalisti.
Ebbene, nel caso della visita a casa della cronista, ordinata dalla Procura guidata allora da Luigi de Ficchy, Guadagno sarebbe arrivato nell’appartamento da perquisire «con la macchina degli ufficiali di polizia giudiziaria delegati», senza che la sua presenza fosse stata verbalizzata. La perquisizione veniva effettuata in un procedimento ad hoc, trasmesso immediatamente alla Procura di Firenze poiché la giornalista aveva registrato un colloquio, ritenuto d’interesse investigativo, con un imprenditore poi imputato a Firenze con l’accusa di aver consegnato 108.000 euro allo stesso Gisabella. Di tale registrazione, evidentemente «pregiudizievole» per l’ex militare e la Duchini, l’autrice aveva informato Guadagno, che prontamente aveva avvisato i pubblici ministeri di riferimento, i quali avevano «inscenato» la perquisizione che, in realtà, non è stata eseguita in quanto la cronista, anziché far valere le guarentigie previste dalla legge per i giornalisti, ha collaborato prontamente con gli inquirenti consegnando loro il prezioso file audio che è stato immediatamente inviato alla Procura di Firenze che già procedeva, da circa un anno, contro Gisabella e la Duchini.
Sette anni dopo, Cantone, a seguito della denuncia del carabiniere, decide di interrogare la cronista, la quale conferma l’inspiegabile presenza di Guadagno alla perquisizione/consegna del 26 marzo 2018. Per questo il procuratore iscrive immediatamente sul registro degli indagati per il reato di falso ideologico i tre ufficiali di Polizia giudiziaria G. F., L. P. e M. S. che hanno eseguito l’atto senza verbalizzare la presenza del cancelliere. Ma dopo poco, il 2 giugno 2025, il procuratore chiede l’archiviazione con questa motivazione: «Le indagini svolte sembrano confermare il contenuto della denuncia di Gisabella» e, tuttavia, «l’alterazione», consistita nella mancata indicazione della presenza di Guadagno nel verbale, andrebbe ritenuta, sulla base della giurisprudenza vigente, «inoffensiva rispetto alla veridicità dell’atto», scrive Cantone, «a prescindere da qualsivoglia considerazione sulla inopportunità e forse persino illegittimità della presenza all’atto perquisitivo del Guadagno». Detta incertezza sulla «illegittimità» della presenza di Guadagno espressa, nero su bianco, da un magistrato attento come Cantone, deve essere sembrata non tollerabile al procuratore generale che su quel distretto è tenuto a vigilare. Perciò, il 15 dicembre scorso, a seguito dell’opposizione all’archiviazione di Gisabella (assistito dall’avvocato Michele Nannarone), Sottani ha avocato il procedimento, revocando la richiesta di archiviazione. Una decisione che aveva già preso in un altro procedimento contestando la competenza di Perugia in un’inchiesta per diffamazione, una diatriba in cui alla fine ha avuto ragione Sottani. Ma torniamo all’indagine partita dalla denuncia di Gisabella. Dopo l’avocazione da parte di Sottani, il gip Valerio d’Andria, il 17 dicembre 2025, ha preso atto del decreto motivato firmato dal pg e della contestuale revoca della richiesta di archiviazione firmata da Cantone. Lo stesso giorno Sottani ha trasmesso il procedimento alla Procura della Repubblica di Firenze, ritenendo evidentemente che sussistano ipotesi di reato anche a carico di magistrati in servizio a Perugia e non soltanto dei tre ufficiali di polizia giudiziaria nei cui confronti ha proceduto Cantone. Il 12 gennaio Sottani ha inviato sulle rive dell’Arno pure l’istanza di interrogatorio avanzata da Gisabella, definito «persona offesa».
A onor del vero pure nella richiesta di archiviazione firmata da Cantone Gisabella è considerato soggetto potenzialmente danneggiato e lo stesso procuratore di Perugia, «per ragioni di trasparenza», ha spedito a Firenze un fascicolo «con tutti gli atti del procedimento» (anche se a modello 45, ovvero senza ipotesi di reato, né indagati), «per le eventuali valutazioni e per gli eventuali approfondimenti istruttori da parte di quell’ufficio», forse perché Gisabella ha allegato alla sua denuncia diverse chat intercorse tra Guadagno e i pm del caso Palamara Mario Formisano e Gemma Miliani, comunicazioni svelate nei mesi scorsi da questo giornale.
Tuttavia le comunicazioni segnalate da Gisabella non ci paiono le più utili per inquadrare il gioco di squadra messo in campo da pm, giornalisti, polizia giudiziaria e, in questo caso, il noto cancelliere per fare incastrare una toga condannata dai suoi colleghi ancora prima di essere sottoposta a un processo.
La partecipazione di Guadagno alla perquisizione/consegna del 26 marzo 2018 emerge ampiamente dalle chat sequestrate nei telefoni di Guadagno il 13 luglio 2022 dallo stesso Cantone e da lui non menzionate nella richiesta di archiviazione sottoscritta il 2 giugno 2025. Conversazioni che coinvolgono uno degli ufficiali che ha eseguito l’atto, L. P., e i due pubblici ministeri che hanno disposto la perquisizione a casa della cronista, Paolo Abbritti e Formisano. Da un messaggio datato 23 marzo 2018 emerge come Guadagno si fosse già attivato per farsi consegnare la registrazione. Quel giorno il cancelliere annuncia ai pm: «Domani mattina alle 9.30 io e L.P. andiamo a ritirare il tutto, io ho appena avvisato... parto lunghissimo». Abbritti un minuto dopo replica: «Mi raccomando! Conto su di te!». Deve essere, però, sorto qualche imprevisto perché il 25 marzo, Domenica delle Palme, intorno alle 8 del mattino, Guadagno informa gli inquirenti dell’indisponibilità della giornalista: «Per ora non ho novità... ieri (poi non era a casa) mi ha detto che lavorava fino a tardi, infatti mi ha scritto ieri sera alle 22:20 che era appena rientrata a casa e andava a dormire visto la notte prima non aveva dormito per niente... mi ha dato appuntamento per oggi che va a lavoro alle 16...». Il 26 marzo, prima delle 8, il cancelliere incontra uno dei due pm e poi si reca a casa della cronista.
Come sappiamo dalla denuncia di Gisabella e dalla richiesta di archiviazione di Cantone quello stesso giorno l’acquisizione della registrazione va a buon fine. Passa un giorno e il 27 marzo, alle 6:22 del mattino, Guadagno decide, dopo il suo intervento, di prendere qualche precauzione e per questo invia il seguente messaggio ai sostituti procuratori: «Scusatemi, ma ieri il pg mi ha detto che io (Raffaele) non so assolutamente nulla di quell’appunto... vorrei che fosse chiaro... buona giornata attendo vostre notizie». Il procuratore generale con cui Guadagno era in confidenza e che avrebbe dato il consiglio al cancelliere dovrebbe essere Fausto Cardella, il quale, dunque, sarebbe stato a conoscenza, come i pm, del fatto che Guadagno avesse partecipato all’esecuzione della perquisizione e di come la sua presenza fosse illegittima.
La conferma si trova nelle chat tra Guadagno e L.P.. Anche con l’ufficiale di polizia giudiziaria il cancelliere Guadagno aveva un rapporto d’amicizia e, via chat, i due sembrano ricostruire il lavorio che all’interno della Procura è stato fatto per portare a casa il risultato (la consegna del file audio) in modo rapido e indolore. Il 23 marzo 2018 Guadagno racconta: «Abbiamo fatto bene... ho parlato con Gemma (Miliani, ndr)... a Fausto hanno raccontato una storia diversa... hanno fatto bene... sono stati corretti... lo ha detto anche lui quando ha saputo come sono andate le cose... Gemma è contenta che abbiamo parlato... domani mattina comunque ha detto che lo chiama... a volte basta poco... ma io e te... che abbiamo una visione d’insieme possiamo capire...». L’investigatore commenta: «A volte per delle cazzate o delle posizioni succedono i guai». Nel quadro di tale rapporto Guadagno, domenica 25 marzo, inoltra a L.P. lo stesso messaggio che due minuti dopo avrebbe inoltrato ai pm a proposito della temporanea indisponibilità della giornalista.
Il giorno dopo, all’ora di pranzo, L.P. avverte Guadagno: «Siamo pronti in Procura… avvisami». Passano alcune ore e anche il militare indagato sembra prendere coscienza dei rischi che la missione comporti: «Dopo oggi STOP». Guadagno concorda: «Sì, sì in pieno». La perquisizione/consegna del 26 marzo 2028 e il «coordinamento» con la Procura di Firenze produce, però, effetti immediati perché all’alba del giorno successivo L.P. informa Guadagno che alla Procura di Perugia sono arrivati due magistrati toscani: «Si balla... 4 della polizia giudiziaria di Firenze a piano terra e 2 mag da loro». Guadagno invia una risposta di approvazione: «Va bene». Adesso la Procura del capoluogo toscano dovrà stabilire se tutto questo fosse normale.
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