L’eco-Chiesa si mette a pregare per la transizione e lo stop ai fossili
Papa Francesco (Ansa)

Inizia il Tempo del creato 2023. Il Papa invoca la fine delle emissioni, il vescovo di Assisi paventa il «collasso ambientale». La deriva green già preoccupava Benedetto XVI: «L’uomo non è la malattia della natura».

Il Papa è atterrato in Mongolia. Prima di partire, si è premurato di lasciare un messaggio per la Festa del creato, che si è tenuta ieri e ha inaugurato il Tempo del creato 2023. Celebrazioni e iniziative dureranno fino al prossimo 4 ottobre, giorno di San Francesco, che è il patrono d’Italia e anche il simbolo della rinnovata coscienza verde dei cristiani. La lettera del Pontefice viaggia in precario equilibrio tra l’ortodossia e il postmoderno. L’idea che ci dobbiamo prendere cura della natura, donataci da Dio, è sacrosanta. Anzi, è così cattolica, da non aver bisogno di essere vestita con le formule ecowoke, purtroppo proposte da Jorge Mario Bergoglio: frasi come «ingiustizia ambientale e climatica», o «insensata guerra contro il creato». Le stesse oscillazioni si ravvisano nell’iniziativa del Movimento Laudato si’, ispirato all’enciclica scritta nel 2015 da Francesco, che presto pubblicherà un’altra esortazione a sfondo green, forse sulla scia del battage mediatico per «il luglio più caldo di sempre». Qual è la trovata del gruppo «guidato dallo Spirito Santo», che cammina «nella sinodalità» verso la «conversione ecologica»? Il movimento ha esortato i fedeli a condividere sui social momenti di preghiera per la «casa comune», utilizzando, tra gli hashtag, quello del Cop28. Ossia, la conferenza sul clima che si terrà dal 30 novembre al 12 dicembre a Dubai. Come mai il summit interessi tanto è presto spiegato: il successore di Pietro, nella sua missiva, ha chiesto di «ascoltare la scienza e iniziare una transizione rapida ed equa per porre fine all’era dei combustibili fossili».

Sorgono due motivi di perplessità. Il primo: il Papa si è avventurato su un terreno spurio e scivoloso. Intanto, la scienza non è monolitica e non s’impone a colpi di maggioranza. Il cumulo di conoscenze cui fa riferimento il Santo Padre coincide, probabilmente, con la versione dell’Ipcc, il panel delle Nazioni Unite che centinaia di studiosi, nonché un paio di premi Nobel, sono pronti a contestare con solidi argomenti. Inoltre, è difficile capire in che modo una transizione green possa essere, al contempo, «rapida» ed «equa»: se anziché il carbone bruciamo le tappe, faremo strage di classi medie e indigenti; se scegliamo la moderazione, magari alla luce del disinteresse verso la neutralità climatica mostrato dai principali inquinatori del pianeta, dovremo per forza rendere il passaggio alle energie pulite più graduale. Che poi sia auspicabile eliminare completamente le fonti fossili è controverso, visto quanta gente hanno tirato fuori dalla miseria le due rivoluzioni industriali, nella vituperata «era» della CO2. Abbiamo capito che, in Vaticano, va di moda la decrescita; il punto è stabilire se essa possa sul serio essere «felice». Di solito, l’unica povertà bella e nobile è quella degli altri.

Con ciò veniamo al secondo problema: il disagio nei confronti di una Chiesa troppo politica e poco teologica. O almeno, ansiosa di mescolare il profano con il sacro, di dare una riverniciata alla dottrina attraverso iniezioni di progressismo, colorato ora di verde ora di arcobaleno. E incline a scivolare da un giusto amore per la natura a forme striscianti di panteismo. In fondo, per comprendere il vero messaggio di San Francesco, bisogna contestualizzarlo. Il poverello non fu certo un precursore di Ultima generazione. Reagiva alle sbandate e alla corruzione della Chiesa del suo tempo. E contrapponeva, al medievale disprezzo per il mondo, la consapevolezza che ciò che, nella realtà, appariva soggetto a disfacimento, era invece un bene regalatoci dal Signore. Inclusa «sora nostra morte corporale». Probabilmente, agli emiri che ospitano il Cop28, egli avrebbe chiesto la conversione a Cristo, più che la conversione ecologica.

Del pericolo di simili derive si accorse, oltre quarant’anni fa, con la consueta abilità nell’intercettare in anticipo le tendenze culturali che minacciavano l’autentico nucleo di fede, Benedetto XVI. «Va prendendo piede», denunciò in una predica quaresimale del 1981 il prelato che sarebbe diventato Papa, «un nuovo atteggiamento […] che vede l’uomo come un guastafeste che rompe tutto e che è il vero parassita e la vera malattia della natura. L’uomo non ha più simpatia per sé stesso, preferirebbe ritirarsi, affinché la natura ritorni sana». Per Joseph Ratzinger, questa filosofia contraddiceva i piani di Dio, poiché ci impediva di «essere gli uomini che egli ha voluto».

In definitiva, si può affermare che un conto sia pregare per la salvaguardia della creazione, ricordando che siamo noi a costituirne il centro e il fine, e un conto sia pregare perché chi governa fermi gli Euro 5. Un conto è condannare le contaminazioni dell’ecosistema nel nome del profitto, un conto è alimentare la psicosi di un imminente «collasso ambientale», come ha fatto monsignor Domenico Sorrentino, presule di Assisi. Un conto è promuovere comportamenti responsabili, un conto è pretendere che i cattolici si trasformino in adepti nevrotici di Greta Thunberg, concentrati – lo domanda il vescovo di Rimini, monsignor Nicolò Anselmi – a «spegnere le luci di casa, minimizzare il consumo di acqua, differenziare i rifiuti, gestire al meglio l’utilizzo dei veicoli a motore e degli oggetti di plastica». E le candele in parrocchia? Le possiamo accendere, oppure rilasciano anidride carbonica?

Da non perdere