Riecco il tamponificio negli ospedali: test coatto anche per un raffreddore
Orazio Schillaci (Ansa)
  • Il ministero reintroduce l’obbligo di screening per l’ingresso nelle strutture sanitarie, per chiunque abbia sintomi respiratori, malgrado la crescita dei ricoveri stia rallentando. Così le corsie si intaseranno di nuovo.
  • Secondo stime al ribasso, i Paesi europei hanno sprecato 215 milioni di dosi, quasi una per cittadino. Ma i contratti firmati da Bruxelles prevedono acquisti fino al 2027.

Lo speciale contiene due articoli.

Riaprono i tamponifici. «Si ritiene indispensabile che le strutture sanitarie attivino e potenzino percorsi sempre più ampi di sorveglianza epidemiologica con la ricerca di tutti i microorganismi», stabilisce la nuova circolare del ministero della Salute. Vanno fatti test diagnostici ai pazienti con sintomi respiratori, che devono entrare nelle strutture sanitarie per una visita o un ricovero. Tradotto in operatività, significa mandare gli ospedali in tilt.

Il Covid non sta creando problemi nei reparti che sono «senza particolari criticità», come ha dichiarato ieri Giovanni Migliore, presidente della Federazione italiana delle aziende sanitarie e ospedaliere (Fiaso), però si tornano ad imporre tamponi. Presentarsi al pronto soccorso con il naso chiuso, o farsi sorprendere da un colpo di tosse perché dopo aver parcheggiato a chilometri di distanza si passa da freddo gelido al caldo fastidioso degli ambulatori, renderà tutti potenziali positivi? Scatteranno i blocchi? Ritorneranno anche i percorsi Covid-19?

Meno male che le Regioni dovevano essere libere di decidere in autonomia sull’intensificare o meno i controlli. A fine novembre, Francesco Vaia, direttore della prevenzione sanitaria presso il ministero della Salute, prometteva: «Con gli indicatori nuovi non faremo tamponi inutili», il monitoraggio del Covid sarebbe stato affidato alle segnalazioni dei medici di famiglia.

Venti giorni dopo, ha firmato la circolare che impone il test per Sars-CoV-2, virus influenzali, virus respiratorio sinciziale (Vrs), Rhinovirus, virus parainfluenzali, Adenovirus, Metapneumovirus, Bocavirus e altri coronavirus umani. Medici e infermieri non sapranno più dove sbattere la testa, con l’aggravio enorme di lavoro che richiede l’osservanza delle nuove disposizioni.

Quanto alle mascherine, ha detto che «è facoltà dei direttori delle aziende sanitarie reintrodurre l’obbligo di indossarle in base alla situazione di rischio che dovessero intravvedere, legata a una più intensa circolazione virale». È scontato che gli ospedali torneranno a imporle per «non correre rischi» nei reparti ma anche negli ambulatori, come già molti stanno facendo da mesi.

Il predecessore di Vaia, l’epidemiologo Gianni Rezza, fa sapere che il tampone se lo deve fare «chi non sta bene, magari ha il raffreddore», e capirai cosa sarà mai. Però sul Messaggero spiega che i test «in particolare i fai da te possono sbagliare». Quindi, quelli acquistati in farmacia o al supermercato sarebbero soldi buttati via, in ogni caso Rezza raccomanda di «sottoporsi al test all’ultimo momento, il più a ridotto possibile del raduno familiare».

Da qui all’Epifania, le autorità sanitarie vogliono che torniamo a pensare più a mascherine, tamponi e richiamo vaccinale, che a santificare il Natale. Invece di dare serenità ai nostri vecchi, dovremmo lasciarli soli se avvertiamo qualche malanno di stagione, con il quale generazioni sono sempre convissute e non solo durante le festività.

C’è bisogno di ricreare un simile allarme? Secondo la Fiaso, il 77% dei pazienti è ricoverato con Covid, quindi sono in ospedale per altre cause e senza sintomi rilevanti da riferire all’infezione da Sars-CoV2. L’età media è 76 anni, la crescita di pazienti Covid nell’ultima settimana è rallentata (+15,4%), nelle terapie intensive è ferma al 4% delle ospedalizzazioni.

Eppure, i toni sono esagerati. I casi «stanno dilagando, io ho invitato 100 volte il ministro della Salute, che ritiene di non dover partecipare a questo programma, ed è un peccato perché avremmo bisogno di avere delle indicazioni», piagnucola Fabio Fazio, affidando timori neopandemici e frustrazioni a un messaggio su X.

Non gli basta avere Roberto Burioni ospite fisso a Che tempo che fa per parlare sempre di Covid, vuole che sia Orazio Schillaci ad alzare l’asticella delle preoccupazioni sotto le feste. «È sbagliato banalizzare il contagio, che può essere rischioso in particolare per gli anziani e i fragili», mette in guardia il professore di Igiene Fabrizio Pregliasco. Non è solo l’appello a mettersi mascherine ovunque e il tampone nel naso, l’obiettivo rimane sempre quello: spingere a porgere il braccio per l’anti Covid e l’anti influenzale. Poco interessa, a chi alimenta la campagna, informare i cittadini che Pfizer ammette di non avere compiuti studi sulla somministrazione concomitante di vaccini.

Agli open day bisognerebbe andare fiduciosi che serva il richiamo e non faccia male, fingendo di ignorare quanto documentano sempre più studi scientifici. «Se uno non si vaccina, poi il terminale finale di questi problemi diventa il pronto soccorso, dove tutti si recano e, nella maggior parte dei casi, non si sono vaccinati», ha dichiarato ieri l’assessore regionale al Welfare della Lombardia, Guido Bertolaso. Sembra che lo stato di emergenza non sia mai finito.

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