Marina Berlusconi (Ansa)
I Berlusconi ricevono a Mediaset il segretario di Fi: ribadita la condivisione di vedute. Fonti azzurre confermano: nel partito nessuno avallerà inciuci ai danni di Giorgia Meloni.
Antonio, stai sereno: al termine della riunione fiume di ieri a Milano tra Antonio Tajani e Marina e Pier Silvio Berlusconi viene diramata una nota ufficiale del partito: «L’incontro del segretario di Forza Italia Antonio Tajani», recita il comunicato, «con Marina e Pier Silvio Berlusconi si è svolto in un clima di grande amicizia e cordialità.
Dopo un’ampia panoramica sulla situazione politica, economica ed internazionale, e la rinnovata fiducia nel segretario, l’attenzione si è concentrata sul futuro di Forza Italia. È emersa una visione unitaria e condivisa per il rilancio del movimento nello spirito e con i valori del fondatore Silvio Berlusconi. All’incontro hanno partecipato Gianni Letta ed il dottor Danilo Pellegrino (amministratore delegato di Fininvest, ndr)». «Quello con il segretario nazionale di Forza Italia, e vicepremier, Antonio Tajani è stato un incontro molto positivo», fanno sapere all’Ansa fonti dei Berlusconi. Piena fiducia in Tajani da parte della famiglia, quindi, almeno sulla carta, ma del resto Forza Italia in questo momento non può fare a meno del vicepremier e ministro degli Esteri, per almeno due ragioni. La prima: Tajani gode del sostegno di Giorgia Meloni, che ha nel ministro degli Esteri un elemento di stabilizzazione del governo. Tajani non ha mai creato il minimo problema alla Meloni, anzi c’è chi lo accusa di essere fin troppo «appiattito» sulla premier. Accuse che arrivano da chi, al posto suo, sarebbe appiattito tale e quale: la Meloni ha un rapporto diretto con la famiglia, e il leader di Forza Italia, chiunque sia, non può certo permettersi strappi e prese di distanza. Secondo motivo della stabilità di Tajani: non si capisce per quale motivo dovrebbe essere sostituito, considerato che il partito è sopravvissuto alla scomparsa di Silvio Berlusconi molto meglio di quelle che erano alcune previsioni. Al Sud in particolare Fi è sostanzialmente sulle stesse percentuali di Fratelli d’Italia, mentre a livello nazionale si colloca stabilmente intorno al 10%. Non si intravede un trascinatore di masse in grado di far crescere Fi, tanto è vero che alla fine dei giochi il famigerato «rinnovamento», almeno fino ad ora, è consistito nello scambio di postazioni tra Stefania Craxi e Maurizio Gasparri: la prima è diventata capogruppo al Senato, il secondo presidente della Commissione Affari Esteri e Difesa di Palazzo Madama. Un altro cambio potrebbe avvenire alla Camera, dove Paolo Barelli sarebbe sul punto di lasciare il ruolo di capogruppo: la disponibilità a un passo indietro c’è stata, ora bisogna individuare il successore. C’è poi tutta la questione dei congressi, quello nazionale e quelli regionali, che qualcuno vorrebbe rimandare, qualcuno confermare, ma qui siamo di fronte a contrasti tra dirigenti locali, giochi e giochetti di potere in vista della partita delle candidature alle politiche del 2027. Non prima: se c’è una cosa che tutte le nostre fonti ci confermano è che Forza Italia non ha la minima intenzione di partecipare a eventuali giochetti di palazzo che abbiano l’obiettivo di sostituire in corsa Giorgia Meloni con qualche professorone sostenuto pure dal Pd. Il centrodestra, ricordiamolo, governa compatto in Regioni e città, ha una storia ormai più che quarantennale e nessuno, tra deputati e senatori, ha la minima intenzione di assumersi una responsabilità così pesante. Diverso lo scenario per il dopo-elezioni: con l’attuale legge elettorale, in caso di un sostanziale pareggio, Forza Italia potrebbe tirare in ballo la «responsabilità» e accettare di partecipare a un governo multicolor, ma siamo nel campo dell’ignoto. Fino al 2027, Barelli o non Barelli, Craxi o Gasparri, Forza Italia non farà nulla che possa mettere in difficoltà il governo guidato da Giorgia Meloni. A meno che, naturalmente, non si rompa qualcosa tra la stessa Meloni e la famiglia.
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- Oggi i colloqui per la pace in Pakistan fra Vance e i pasdaran, però Israele non molla la presa contro Hezbollah. Così Hormuz resta ancora chiuso perché l’Iran chiede lo stop agli attacchi in Libano. Senza una tregua non arrivano i rifornimenti dal Golfo.
- L’esperto di trasporto aereo Cristiano Spazzali: «In pericolo anche i piccoli scali che dipendono dalle linee economiche».
Lo speciale contiene due articoli.
Tre settimane, massimo un mese. Tanto è la capacità degli aeroporti europei di fornire cherosene alle compagnie aeree. Il Financial Times dà conto di una lettera inviata da Aci Europe (l’associazione che rappresenta gli aeroporti europei) alla Commissione Ue nella quale si afferma che le scorte di carburante per aerei si stanno esaurendo e si rischia una carenza nelle prossime tre settimane. Lo stretto di Hormuz rappresenta la via di transito per circa il 40% delle forniture mondiali di carburante per velivoli. L’Europa importa dal Golfo Persico il 43% del suo fabbisogno annuale di jet fuel. Inoltre, l’attività di raffinazione negli impianti europei è già al massimo e quindi non è possibile spingerla oltre.
Nella lettera, l’associazione ha avvertito il commissario europeo per i Trasporti, Apostolos Tzitzikostas, delle «crescenti preoccupazioni del settore aeroportuale per il calo delle scorte e le crescenti difficoltà di approvvigionamento». I fornitori, infatti, non garantiscono consegne oltre maggio. Le preoccupazioni aumentano con l’avvicinarsi della stagione estiva, cruciale per il turismo europeo. A Bruxelles sperano che la tregua tra Usa e Iran regga, così da consentire la ripresa della navigazione delle navi cisterna attraverso Hormuz. Sebbene al momento non si registrino carenze diffuse, i prezzi del jet fuel sono raddoppiati rispetto ai livelli pre-crisi (nell’Europa Nord-occidentale ha raggiunto 1.573 dollari a tonnellata, contro circa 750 dollari prima del conflitto), mentre alcune compagnie aeree hanno già avvertito del rischio di cancellazioni. L'annuncio del presidente statunitense Donald Trump di un cessate il fuoco di due settimane non ha avuto impatti rilevanti sui prezzi globali del petrolio, che sono rimasti elevati. Alcuni vettori hanno iniziato a ridurre i servizi poiché i rincari del cherosene hanno reso alcune rotte non redditizie. Delta Air Lines ridurrà la capacità del 3,5%, inclusi alcuni voli infrasettimanali e notturni, per compensare l’impatto dell’aumento dei prezzi del carburante, e prevede tra aprile e giugno costi aggiuntivi per il jet fuel pari a 2 miliardi di dollari. Anche Air New Zealand ha ridotto alcuni voli e la polacca Lot sta tagliando alcuni servizi meno richiesti e prevede di aumentare i biglietti. Lo scorso fine settimana, quattro aeroporti italiani hanno introdotto restrizioni sul carburante a seguito di un’interruzione dell’approvvigionamento presso un fornitore chiave, sebbene la carenza non fosse direttamente collegata allo stretto di Hormuz.
Ci sono anche altri fattori che rendono complicato lo scenario futuro. Non è sufficiente che Hormuz riapra in modo definitivo e senza sorprese dell’ultim’ora, ma è necessario anche che diminuisca il costo delle assicurazioni sulle navi cisterna. Inoltre, quando riaprirà il canale, serviranno settimane prima che le cisterne possano arrivare a rifornire l’Europa. L’alternativa è rappresentata dagli Stati Uniti, ma a che prezzi?
Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ha confermato che se «sul fronte petrolifero e delle disponibilità non ci sono grandi preoccupazioni, possono esserci settori specifici come il jet fuel con criticità, perché una gran parte della produzione arriva dal Golfo Persico. Ma sono criticità settoriali specifiche sulle quali dobbiamo intervenire. Non è che con questo voglia sminuire, ma non è la crisi complessiva».
Intanto le associazioni dei consumatori cominciano a dispensare consigli su come affrontare eventuali cancellazioni di voli per chi ha già acquistato i biglietti. «Si può scegliere tra il rimborso entro sette giorni senza penali dell’intero costo del biglietto e la riprotezione, ossia l’imbarco su di un volo alternativo per la destinazione finale non appena possibile o ad una data successiva più conveniente, a seconda della disponibilità di posti», spiega Massimiliano Dona, presidente dell’Unione nazionale consumatori. E sottolinea che «potrebbe scattare anche la compensazione pecuniaria se le compagnie, pur essendo state informate della mancanza di carburante, non informeranno i consumatori nei tempi previsti, oppure se la compagnia aerea non ordinerà con congruo e sufficiente anticipo il carburante». Intanto Ryanair ha deciso di tagliare alcune delle sue rotte su Spagna, Francia, Germania, Portogallo e Belgio, anche se precisa che è una decisione presa già lo scorso anno per far fronte a una serie di rincari causati dall’aumento delle tasse.
«La crisi pesa sui vettori low cost. Estate più serena con quelli grandi»

Cristiano Spazzali, esperto del settore aereo
«Se il conflitto iraniano non dovesse risolversi entro l’estate o addirittura Teheran dovesse imporre una tassa di circolazione sullo stretto di Hormuz, c’è il rischio di un impatto importante sul sistema del trasporto aereo. Un impatto che metterebbe a dura prova i bilanci soprattutto delle compagnie low cost e, a cascata, potrebbe travolgere i piccoli aeroporti con una ridefinizione degli scali. Il che vale per l’Italia ma anche per l’Europa». Cristiano Spazzali, esperto di trasporto aereo, è uno dei più attenti analisti del settore e qui traccia quello che potrebbe essere uno scenario futuro con il protrarsi della crisi.
«Innanzitutto vorrei rassicurare chi ha progettato di volare nella prossima estate. Non ci dovrebbero essere problemi per le grandi compagnie aeree. Hanno scorte di carburante a sufficienza, tant’è che finora hanno mostrato di saper gestire bene la situazione di emergenza».
Eppure i listini si stanno muovendo al rialzo. Che cosa deve fare chi ha intenzione di volare in estate?
«Il mio consiglio è di acquistare il biglietto prima possibile. I rincari finora sono contenuti ma rischiano di esplodere, complice la speculazione che si alimenta con l’allarmismo».
Come mai Ryanair dice che le scorte di carburante sono garantite fino a maggio e che una parte della flotta potrebbe restare a terra nei mesi estivi?
«La crisi del cherosene si fa sentire soprattutto per le low cost. Le grandi compagnie aeree stringono accordi di rifornimento per il lungo periodo e quindi sono più garantite. Le low cost definiscono gli approvvigionamenti a ridosso data e a condizioni che garantiscano il minor onere possibile. Va ricordato che la bolletta energetica per un vettore rappresenta il 20-25% dei costi operativi complessivi e ora ha raggiunto il 40-50%. I vettori più strutturati sono parzialmente protetti da strategie di copertura del carburante, il cosiddetto fuel hedging. Per le low cost la situazione è più complicata. Di qui i messaggi di allarme che abbiamo visto questi giorni».
Quindi dobbiamo aspettarci biglietti più cari anche dalle low cost?
«Mi sembra inevitabile, anche se ciò è possibile fino ad un certo punto. Le low cost, che fanno della convenienza la loro politica strategica, non possono riversare tutti i maggiori oneri del caro cherosene sui passeggeri. Non possono nemmeno tagliare le tratte, ne andrebbe della loro affidabilità. La concorrenza del trasporto su rotaia se ne avvantaggerebbe. L’utente potrebbe chiedersi: perché volare se la stessa tratta è servita a un costo quasi simile dal treno, che risulta anche più affidabile come certezza della partenza? Alle low cost non rimane quindi che ritrattare l’handling con le società aeroportuali, cioè i servizi di terra. Non mi riferisco a grandi scali, come Malpensa o Fiumicino, ma a piccoli hub che vivono della presenza dei vettori a buon mercato capaci di influenzare anche il territorio con la movimentazione dei flussi turistici».
Si stanno creando le condizioni per una ridefinizione delle tratte?
«I piccoli scali sarebbero costretti ad abbassare il costo dei servizi e di conseguenza a stringere la cinghia a loro volta, dovendo continuare a pagare i dipendenti e le attività aeroportuali. Inoltre, uno scalo in crisi finanziaria diventa una bella gatta da pelare per una Regione».
E se lo stretto di Hormuz fosse soggetto a una sorta di dogana?
«Il problema è in che misura continuerà a esserci il rischio che l’Iran possa in qualsiasi momento far scattare di nuovo la minaccia della chiusura di Hormuz. A fronte di questa incertezza le compagnie aeree, per tutelarsi, potrebbero alzare la fuel surcharge, il supplemento carburante, la tariffa variabile aggiunta al costo del trasporto aereo per compensare l’oscillazione del prezzo del cherosene. Non ci dimentichiamo inoltre che gran parte dell’allarmismo di questi giorni serve anche a giustificare l’aumento dei biglietti».
Ci sarà un cambiamento dei flussi turistici?
«Gli equilibri delle rotte stanno già cambiando. Stanno perdendo slancio le destinazioni del Nord America mentre aumenta il flusso verso l’Oriente. Non a caso Paesi come la Cina, la Malesia, Singapore e tutto il Sud Est asiatico stanno intensificando, con un certo successo, il marketing turistico. Anche quello rivolto all’utenza di fascia alta che ha perso le destinazioni dei Paesi Arabi. Dubai e Abu Dhabi saranno tagliate fuori dalle rotte turistiche per molto tempo ancora. Il Giappone lo ha già fatto negli scorsi anni. Le grandi compagnie asiatiche saranno le protagoniste del prossimo futuro. La crisi le sta avvantaggiando».
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Matteo Renzi e Carlo De Benedetti (Ansa)
l «Bullo» sponsorizza l’ascesa di Silvia Salis così da indebolire Conte e Schlein. L’Ingegnere spinge per sostituire la Meloni con un governo tecnico.
Carlo De Benedetti in versione Nostradamus prevede che presto Giorgia Meloni sarà spazzata via. In un’intervista a Lilli Gruber andata in onda giovedì sera, l’Ingegnere ha sputato veleno contro il presidente del Consiglio, definita, nella mezz’ora scarsa di chiacchiere da salotto su La7, «menzognera di prima qualità», «annebbiata», «infantile» e «asservita in ginocchio da Trump».
Perché l’ex padrone di Olivetti, che piazzò vecchie telescriventi al ministero delle Poste in cambio di tangenti, ce l’abbia tanto con il premier non è dato sapere ma si può immaginare. Viene infatti il sospetto che sia perché Meloni non lo invita alla mattina a fare colazione nelle stanze dorate di Palazzo Chigi come faceva invece Matteo Renzi. Il quale, tra un caffè e una brioche, gli spifferava notizie sulle prossime riforme, come ad esempio quella sulle banche popolari. Grazie a quella confidenza, rivelata appena uscito da lì al suo broker, De Benedetti guadagnò in un amen 600.000 euro, come poi avrebbe accertato l’inchiesta della magistratura, che però - guarda caso - nel comportamento dell’Ingegnere non riscontrò alcun reato.
Tornando all’apparizione tv dell’ormai più che novantenne imprenditore, a colpire non è tuttavia la bile sputata contro Meloni, ma le sue previsioni su quel che a breve potrebbe accadere. Il Nostradamus con cittadinanza svizzera (ma stupenda tenuta nelle Langhe) pronostica una prossima cacciata del presidente del Consiglio, colpito da una crisi internazionale. Secondo l’ex padrone di Repubblica, lo shock a cui andiamo incontro è analogo a quello del 1973, con la guerra del Kippur, ma a suo dire con effetti perfino peggiori. Dall’agio della sua residenza e dall’alto della sua presunzione, l’Ingegnere predice uno scenario catastrofico e, «siccome noi abbiamo complessivamente una classe politica non particolarmente attrezzata», Meloni sarà spazzata via. «E a questo punto?», lo ha incalzato una gongolante Lilli Gruber. «Beh, Mattarella sarà costretto a trovare un presidente del Consiglio tecnico, ma anche politico» ha replicato De Benedetti, evocando l’ipotesi di un governo di unità nazionale. Che cosa ciò voglia dire lo ha spiegato lui stesso subito dopo: «A noi manca un Winston Churchill che abbia il coraggio di dire al Paese che servono misure lacrime e sangue». In pratica, siamo alla riedizione dell’operazione Monti, con la quale Giorgio Napolitano piazzò al governo l’ex rettore della Bocconi, liquidando l’esecutivo guidato da Silvio Berlusconi. Anche allora in qualche modo c’era lo zampino dell’Ingegnere, perché prima di accettare l’incarico ma subito dopo aver capito quali fossero le intenzioni del capo dello Stato, Monti fece il giro dei poteri forti, consultando proprio De Benedetti. In pratica, qualcuno dall’alto si preparava a dare il benservito a un governo democraticamente eletto per imporre agli italiani delle poco democratiche misure. Tutto ciò ovviamente senza passare dalle elezioni e senza consentire al popolo sovrano di esprimere la propria opinione. Ora, a sentire l’Ingegnere, è tutto pronto per il bis. Far cadere Giorgia Meloni per imporre qualcuno che faccia come allora il lavoro sporco, con tagli e tasse. Per la prima tessera del Pd (appena nacque il Partito democratico, De Benedetti si precipitò a iscriversi) non sono importanti le primarie, le elezioni, le candidature, perché tutto deve essere lasciato a Mattarella. Tutto è nelle sue mani. Ovvero nelle mani di un presidente della Repubblica trasformato in monarca, che pur senza essere mai stato scelto dagli italiani ormai regna sul Colle da più di undici anni e a fine mandato passerà alla storia con addirittura un mandato di 14, record mai visto nelle democrazie occidentali.
Tornando però a De Benedetti, consola solo una cosa e cioè che con le previsioni non ci abbia mai preso. Fin da quando in maniera sprezzante rifiutò di entrare in affari con Steve Jobs per poi passare alla sua scalata alla Société Générale de Belgique (dove prima di essere cacciato disse: «Sono venuto a fischiare la fine della ricreazione»), l’Ingegnere ha una lunga lista di pronostici sbagliati. L’ultima riguarda proprio Meloni, a cui nel 2022 predisse vita breve, perché Berlusconi non avrebbe mai accettato di farle da «paggetto» e si sarebbe sfilato. Come sappiamo non è andata così, ma i rancori dell’uomo che per una vita ha brigato con il potere è meglio conoscerli, perché si capisce quali trame il potere punti a ordire, magari approfittando di qualche ex premier in cerca di rivincite.
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Bill Frisell (Matthew Septimus)
Per gli esperti il suo impatto sullo strumento è pari a quello di Jimi Hendrix e Pat Metheny. A 75 anni appena compiuti, Bill Frisell non smette di sognare: «Chi prova a spiegare la musica ottiene solo quello che aveva già capito».
Per dimostrare che Bill Frisell «ha cambiato il suono della musica americana», Philip Watson impiega 560 pagine (Beautiful dreamer). Per mandare in vacca le fatiche di un biografo meticoloso al diretto interessato bastano cinque parole, che non hanno bisogno di traduzione: «Oh man, I don’t know!». L’unico della classe a non credere nel titolo è infatti l’artista di Baltimora (Maryland) che, a 75 anni appena compiuti, si sente ancora al primo giorno di scuola. Anche se il suo maestro, Jim Hall (1930-2013), non esitava a dire: «Bill ha portato la chitarra in un luogo in cui non era mai stata». Non si tratta di falsa modestia: in quegli occhi da Peter Pan lo smarrimento è sincero. Il supereroe c’è, ma è nascosto, innanzitutto a sé stesso. Lo intuì Gene Santoro, il cronista musicale che aveva soprannominato Frisell il «Clark Kent della chitarra elettrica». D’altronde, lo insegnano i fumetti: mai chiedere notizie di Superman al suo alter ego. E soprattutto, nessuno ha mai visto entrambi nella stessa stanza.
Il Torino Jazz Festival 2026 (dal 25 aprile al 2 maggio) la attende con un titolo che sembra proprio nelle sue corde: «The sound of surprise».
«È vero. Ogni giorno mi sveglio, prendo in mano lo strumento e mi sento come se fossi all’inizio di tutto. È molto simile alla prima volta in cui ho provato a muovere le dita sul manico. Non riesco a immaginare la musica senza lo stupore, spero che non mi abbandoni mai».
Nel creare colori inaspettati, mischiando le vibrazioni sonore agli effetti, lei è considerato un punto di riferimento. Ma che suono ha la sorpresa?
«Ad esempio quello di John Abercrombie che, negli anni Settanta, riusciva a trasformare la chitarra in qualcosa di simile a una tromba, grazie a un semplice distorsore. Oppure penso a quel pedale destro che ho sempre invidiato ai pianisti (il sustain, ndr). Grazie a lui, le corde restano libere di vibrare, una volta percosse, e i suoni si mescolano magicamente. Nel mio piccolo ho provato a fare la stessa cosa con il delay. Come vede, non ho inventato nulla. E ultimamente sto tornando indietro. Al posto di aggiungere, levo».
Vuole riscoprire la primordiale voce della chitarra?
«Preferisco continuare a vederla come un’orchestra dalle infinite possibilità. L’unico limite è ciò che riesci a immaginare».
Gli esperti, mi perdoni se glielo ricordo, la inseriscono in quell’elitario club di colleghi che hanno cambiato il suono del mondo. Gli altri soci sarebbero Jimi Hendrix, Pat Metheny e pochi altri.
«Oh... non saprei proprio! Tutto ciò che faccio viene da qualcun altro, è il frutto di quello che ho ascoltato. Io mi limito a cercare e probabilmente lo farò per il resto della mia vita».
Di sicuro va a esplorare luoghi a prima vista inaspettati. Solitamente si pensa al jazz come a una musica ipersofisticata e al country come a un genere più elementare. Eppure lei non si stanca di lodare questa tradizione.
«Per come la vedo io, nella musica tutte le linee si incontrano da qualche parte. A me piace esplorare le intersezioni, quei punti in cui i contorni sembrano sfuocati e confusi».
Cosa intende dire?
«Sprechiamo un sacco di tempo tentando di dare un nome a tutto quello che succede e a dividerlo in generi. Eppure, quando si immagina la musica, l’ultima cosa a cui si pensa è come definirla a parole. Se poi ci mettiamo a spiegarla, rischiamo di rompere l’incantesimo».
Addirittura?
«Sì, perché una volta definito ciò che sta accadendo si rischia di seguire solo quello che è stato codificato e in qualche modo ridotto. Suonare è un’avventura, è come camminare in equilibrio precario: basta poco per uccidere la magia».
Questa visione onirica mi fa tornare in mente un episodio che lei ha raccontato moltissime volte. Una notte, mentre dormiva, ha avuto una visione potente.
«È successo una quarantina di anni fa, ma lo ricordo come se fosse oggi. Ho sognato di trovarmi all’interno di un’enorme biblioteca, abitata da strani personaggi, simili a elfi o monaci. Erano gentili. “Ora”, mi dissero, “ti faremo vedere la vera essenza dei colori”. Così mi mostrarono il rosso più intenso e incredibile che si possa immaginare...».
E poi?
«Per qualche strano motivo, sapevano che ero un musicista. Per cui mi fecero ascoltare un suono indescrivibile che conteneva tutta la musica che amavo e molto altro ancora. Da Thelonious Monk a Sonny Rollins, da Charles Ives a Jimi Hendrix passando attraverso Andrés Segovia e Nino Rota...».
Un’esperienza che deve averla davvero segnata. Il suo ultimo album, a distanza di decenni, si intitola My Dreams (Blue Note), I miei sogni.
«Spero sempre di poterla rivivere. In qualche modo è quello che provo a fare sul palcoscenico».
È per questo che i colori la influenzano così tanto? In un documentario di Emma Franz (Bill Frisell. A Portrait) si intravede una piccola parte della sua variopinta collezione di chitarre, oltre 60, tra Gibson, Fender Telecaster e modelli realizzati su misura. C’è una scena in cui realizza con dolore che la maggior parte di questi capolavori non potrà seguirla in tour.
«Ciascuna di loro mi regala qualcosa di diverso, anche se sono dello stesso modello. È inspiegabile: c’entrano i colori, ma anche quello che sentono le mie dita, il luogo in cui nasce l’immaginazione...».
Ma che relazione c’è tra musica e colori?
«Quando traccio una linea su un foglio o creo una melodia, nella mia mente accade qualcosa di simile. Da bambino disegnavo continuamente automobili, razzi e dinosauri. Oggi sento lo stesso fremito imbracciando la chitarra».
Lei ha spalancato il repertorio del jazz, improvvisando sulla musica di Aaron Copland, John Lennon, Madonna e tanti altri. È l’istinto a dirle che può funzionare?
«Se qualcosa mi tocca nel profondo, inizia a risuonare nel mio cuore. A quel punto, il genere non è importante, mi viene solo voglia di cantare».
Lei canta spesso?
«Nemmeno sotto la doccia».
Ma come?
«Senza chitarra non riesco. Lei possiede la mia vera voce, più di quella con la quale le sto rispondendo adesso».
Cosa le smuovono le canzoni di Bob Dylan?
«Quando uscirono i suoi primi dischi avevo 12 anni: hanno accompagnato tutta la mia esistenza. Non bisogna vergognarsi di ciò che si ama».
Certo.
«Ai giovani che mi chiedono consigli dico sempre: per trovare il proprio stile bisogna partire dalla musica a cui si vuole bene, senza calcoli. Nel mio caso vale per il country, per Dylan, che è un chitarrista formidabile, e per tante altre fonti d’ispirazione».
Del Menestrello ammira anche le doti strumentali?
«Oh sì, è straordinario. Divento matto quando sento dire che le sue canzoni hanno solo tre accordi. È tutto molto più complesso di come sembra. Nel suo stile risento Woody Guthrie, Robert Johnson, Lonnie Johnson... La musica, come dicevamo, svela connessioni eccezionali».
Il Primo maggio a Torino, insieme al violino di Eyvind Kang, darà una voce alle immagini del film di Bill Morrison, The Great Flood, sulla catastrofica alluvione del Mississippi, che nel 1927 uccise centinaia di persone.
«È una tragedia che mi ha colpito molto. Gli afroamericani furono costretti a spostarsi in massa verso Nord e questo dolore rivoluzionò la musica. Ho voluto ripercorrere quell’itinerario, i temi sono nati lasciandosi trasportare dal fiume».
Non è la prima volta che si confronta con il cinema, penso alla colonna sonora del film La scuola di Daniele Luchetti, ma non solo.
«È un mondo affascinante. Mi piacerebbe saper creare quei legami emotivi indissolubili tra melodie e personaggi di cui era capace Ennio Morricone».
A cosa sta pensando?
«Al piccolo Noodles in C’era una volta in America di Sergio Leone. Ha tra le mani un dolce alla panna: prova a resistere, ma è inutile. La musica che Morricone scrive per quella scena scavalca la realtà, è puro sogno».
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