I dem Usa ora si pentono del woke. Ma non ripareranno i disastri fatti
Alexandria Ocasio-Cortez (Getty Images)

Prima hanno accettato e talvolta supportato le più assurde e atroci derive del politicamente corretto. Poi, per sfuggire alle inevitabili critiche, hanno a lungo sostenuto che il woke nemmeno esisteva: era tutta una montatura orchestrata dalla destra estrema per colpire le forze liberal.

Qualcuno sosteneva addirittura che si trattasse di un fenomeno ontologicamente di destra, una deriva identitaria e tribale aliena al vero progressismo. Ma adesso, guarda un po’, la linea è cambiata di nuovo: si può, anzi si deve dire che il woke va superato, che la politica si deve occupare di altri e più importanti temi che non l’antirazzismo e l’inclusione. Tutto ciò accade perché Alexandria Ocasio-Cortez, starlette estremista dei democratici statunitensi, qualche giorno fa ha compiuto una clamorosa inversione di marcia, dichiarando che la stagione del «woke 1.0» è stata «folle». Perché lo abbia fatto è piuttosto chiaro: vuole candidarsi alla presidenza e ha capito che le svalvolate da studenti impegnati di Harvard non piacciono alla gran parte della popolazione. L’aspetto grottesco della faccenda è che Aoc (così la chiamano) è stata una delle più feroci combattenti delle cosiddette guerre culturali che hanno lacerato l’America.

A commentare la sua svolta ci ha pensato ieri Ian Buruma, studioso di sinistra già direttore della prestigiosa e sinistrorsa New York Review of Books, da cui si dimise nel 2018 dopo soli 16 mesi dopo essere stato appunto linciato dall’esercito woke, che lo giudicava colpevole di aver pubblicato un saggio dell’ex giornalista canadese Jian Ghomeshi troppo critico verso il Me Too. A Repubblica, Buruma ha spiegato che «Ocasio-Cortez è una brava politica, diventata molto scaltra. Ha capito che a livello nazionale non si vince con l’estremismo e magari crede davvero che certe idee fossero folli. Lo scontro però non è finito e riguarda anche il futuro dell’Europa». Secondo l’intellettuale di origini olandesi, fra i democratici «alcuni candidati ripetono ancora il vecchio verbo woke, altri sono più centristi e moderati. Dipende molto dallo stato. C’è però una ribellione dell’ala sinistra contro l’establishment. Ocasio è diventata una professionista molto accorta e capisce che la retorica woke potrebbe essere un ostacolo per vincere negli stati in bilico. Questo però non vale per tutti ed è troppo presto per dire esattamente in quale direzione andrà il Partito democratico. È difficile interpretare le intenzioni», conclude Buruma. «Ma forse crede che le posizioni più estreme, tipo togliere i fondi alla polizia o chiudere le prigioni, fossero idiote. Magari nel profondo non è cambiata, ma solo dieci anni fa un politico come lei, nell’ala sinistra del Partito democratico, non avrebbe mai osato dirlo. Ora può, per convinzione o convenienza».

Sacrosanto e cristallino. Manca tuttavia al ragionamento un pezzetto che Buruma non può certo aggiungere. E cioè che pure la stampa italiana, a cominciare da Repubblica, anche solo un anno fa non avrebbe mai osato pubblicare critiche così dure al wokismo. Oggi invece piazza in prima pagina un nell’editoriale del sempre lucido Carlo Galli che demolisce letteralmente questa malattia senile del progressismo.

Galli sintetizza alla perfezione l’essenza del wokismo: «Il pensiero woke è decostruttivo», spiega. «I valori e i costumi sono il frutto della violenza, dell’oppressione, del conformismo coatto. E questo passato, istituzionalizzato in norme e gerarchie comportamentali, linguistiche, organizzative, va denunciato e gli si deve contrapporre un presente alternativo, che restituisca dignità agli umiliati, che includa gli esclusi, che risarcisca gli sconfitti, che stabilisca l’uguaglianza contro la gerarchia: un’uguaglianza che consenta il fiorire di ogni differenza, di ogni autodeterminazione e auto-identificazione, di ogni libertà particolare».

Poi lo studioso affonda il colpo: «Il woke non pone problemi perché è critico, perché promuove uguaglianza, ma perché è troppo poco critico. Infatti non ha senso storico, e quindi giudica il passato in modo manicheo, sulla base di valori contemporanei – la cancel culture pretende da Omero scrupoli etici implausibili. Inoltre, il woke si colloca sul piano simbolico, e quindi promuove interventi “retributivi” a volte deliberatamente irritanti, che prefigurano una società anarchica, resa disuguale proprio da una babele di pretese identitarie – individuali o di gruppi minoritari omogenei – avanzate a volte giustamente a volte per provocazione. Infine, la politica woke è spesso lo sforzo di ritagliare spazi sottratti al sistema normativo tradizionale ma fatalmente interni alle strutture profonde del potere, che non vengono mai investite dalla critica».

Impossibile contraddirlo. Difficile anche contestare ciò che Galli dice subito dopo, e cioè che la sinistra dovrebbe sbarazzarsi dei deliri politicamente corretti. «Molto in ritardo – dopo che hanno perduto i propri ceti di riferimento e lasciato il campo ai populismi, soprattutto di destra – alcune sinistre occidentali, a partire dagli Usa, si sono accorte della trappola e stanno cercando di venirne fuori con tentativi più o meno convincenti di orientare le loro politiche su bisogni concreti e diffusi, non ideologici né identitari. Di praticare una critica delle strutture e non solo delle sovrastrutture. Di smarcarsi dalla presunzione di non criticabilità della forma attuale del sistema produttivo capitalistico», scrive Galli. E aggiunge: «Se, in particolare nel nostro Paese, questo nuovo orientamento prenderà corpo con qualche coraggio e credibilità non è ancora chiaro: c’è una questione culturale e di ceti dirigenti da risolvere. Ma se non arriva fuori tempo massimo, e se si nutre di pensiero realmente critico, e quindi realistico, questa potrebbe essere un’occasione di rilancio della grande malata del nostro tempo: la democrazia».

Tutto condivisibile: se a sinistra la smettessero con le ossessioni decostruttive e le fissazioni inclusive tutto il dibattito politico ne guadagnerebbe in salute e sanità mentale. Il fatto, però, è che un ripensamento sul fronte progressista non c’è e non ci sarà mai. I sinistrorsi italici dismetteranno almeno in parte l’armamentario woke solo se riterranno che sia loro conveniente al fine di non farsi demolire dalla destra. Ma non rifletteranno mai sulla profondità del delirio in cui hanno condotto l’Occidente da quindici anni a questa parte. E continueranno, alla bisogna, ad agire come hanno fatto negli ultimi tempi, cioè ad accusare di razzismo chiunque critichi l’immigrazione di massa, a celebrare in modo patetico ogni forma di meticciato e anche le più patetiche manifestazioni del multiculturalismo, a cercare di normare e modificare i comportamenti altrui per renderli conformi a stravaganti utopie inclusive. Da Ceuta alle strade italiane, dal drammatico caso del professore di Cambridge Jason Arday (passato da simbolo del trionfo woke a suicida vittima della disfatta di quella ideologia) alle polemiche tutte nostrane sul fascismo immaginario, la malattia woke si è sovrapposta ad altre patologie culturali europee e ha infettato un continente. Ora gli untori vorrebbero scaricarsi di dosso le responsabilità: avrebbero dovuto pensarci prima di avvelenare un’intera cultura.

Da non perdere