Francia, sarà una corsa al veleno per Le Pen. Così rischia di vincere sulle macerie
Emmanuel Macron (Ansa)

Diceva Napoleone che «a fare le cose a mezzo si perde sempre». Si tratta di un aforisma ignoto a Emmanuel Macron, che sta vedendo sprofondare la propria presidenza in un miscuglio di protervia e irresolutezza. Al netto di quanto sostenuto dai suoi estimatori, il presidente francese ha sfruttato la retorica europeista per cercare di promuovere gli interessi di Parigi. Peccato per lui che le sue mosse siano sovente sfociate in veri e propri cortocircuiti.

«In 35 anni, l’Erasmus ha trasformato le prospettive, le menti e, a volte, le vite di 12 milioni di europei», dichiarò nel 2022, rilanciando lo stantio mito europeista della «generazione Erasmus», volto a dipingere le giovani generazioni come ammiratrici acritiche dell’Ue e, in definitiva, dello stesso macronismo. Adesso, invece, a causa dei tagli al welfare che sono stati annunciati, il presidente si ritrova le rivolte studentesche con 40 presidi feriti, 600 fermi, 83 poliziotti contusi, oltre a 30 atenei e 400 licei chiusi. Una situazione pericolosa, tanto che il governo di Parigi sta provando a fare la voce grossa. Oltre a invocare una «risposta ferma», il ministro della Giustizia, Gérald Darmanin, ha detto ieri che i genitori dovrebbero sobbarcarsi il costo dei danni provocati dai figli (si parla di milioni di euro).

Pensioni e gilet gialli: le riforme contestate

Ma non è tutto. Macron è sempre stato salutato come il riformatore coraggioso, colui che avrebbe razionalizzato la spesa pubblica e ridotto gli sprechi. È con questo spirito che su suo input, nel 2023, fu approvata la riforma delle pensioni. Anche in quel caso, si verificarono energiche proteste. Risultato: a ottobre 2025, il premier Sébastien Lecornu stabilì che il provvedimento dovesse essere sospeso fino alle elezioni presidenziali del 2027. E vogliamo parlare delle politiche green? Grande fautore dell’accordo di Parigi sul clima, Macron, nel 2018, decise di aumentare la tassa sul carburante: l’annuncio provocò il movimento dei gilet gialli che finì col paralizzare il Paese. Risultato: il provvedimento fu ritirato.

Il peso del debito pubblico francese

Insomma, più che un leader ancorato a dei princìpi, il presidente francese somiglia a un Machiavelli di bassa lega: esperto nei giochini di palazzo e nelle manovre per frantumare il fronte delle opposizioni, è abbastanza propenso a battere in ritirata appena il gioco si fa duro. Del resto, la sua politica di piccolo cabotaggio sta dando dei frutti amari. Al di là delle violente proteste studentesche di questi giorni, l’inquilino dell’Eliseo si sta trovando ad affrontare un debito pubblico che ha ormai conseguito livelli record. Secondo l’Insee, ha infatti raggiunto 3.595 miliardi di euro, pari al 119 per cento del Pil. Una situazione causata soprattutto dal deficit pubblico. Per il 2026, il governo francese stima un disavanzo del 5,4 per cento del Pil: oltre due punti in più rispetto al limite Ue del 3 per cento.

Cinque premier in quattro anni

E infatti Macron ha i suoi problemi interni. Non solo nel 2022 è stato rieletto con 2 milioni di voti in meno rispetto al 2017, ma, negli ultimi quattro anni, ha dovuto cambiare ben cinque premier. Le cose, per l’inquilino dell’Eliseo, non sono andate meglio in politica estera. Sulla crisi ucraina, ha cercato ritagliarsi un ruolo in costante contrapposizione a Washington (prima con Biden e poi con Trump). Risultato: non ha mai toccato palla sia quando invocava la diplomazia con il Cremlino sia quando si è reinventato falco antirusso.

Il ridimensionamento francese nel Sahel

Tutto questo, senza trascurare che, a partire dal 2022, Parigi, sempre più invisa in Africa per il suo approccio postcoloniale, ha visto ridurre la propria influenza sul Sahel: Macron, in particolare, è stato costretto a ritirare le truppe francesi dal Mali e dal Niger. Come se non bastasse, il Burkina Faso ha rotto le relazioni diplomatiche con Parigi. Risultato: almeno mezzo Sahel, oggi, è finito nell’orbita di Mosca. E che dire di quando, l’anno scorso, Macron, con una mossa non poco controversa, si incontrò con i cardinali francesi a Villa Bonaparte poco prima del conclave? Purtroppo per lui, si è ritrovato con un papa americano che gli ha appena tirato le orecchie sull’aborto e che ha anche rifiutato di farsi insignire della Legion d’Onore: onorificenza che invece il capo dell’Eliseo riuscì ad assegnare a Fattah Al Sisi nel 2020 (quattro anni dopo, cioè, l’uccisione di Giulio Regeni).

Il dopo Macron e le presidenziali del 2027

Insomma, il macronismo ha fallito nelle riforme e nella promozione degli interessi nazionali. Né si può assecondare la retorica europeista che continua a celebrare Macron come un paladino dell’Ue. Negli ultimi dieci anni, l’Unione europea ha subito una profonda crisi di consenso: si pensi soltanto alle elezioni del 2024 per l’Europarlamento, quando il gruppo Renew (di cui lo schieramento di Macron, Renaissance, fa parte) è arretrato.

E adesso, non essendo ricandidabile, il presidente dovrà pensare al dopo: sceglierà di affidare la sua eredità alla sinistra radicale di Jean-Luc Mélenchon (che però sta difendendo le rivolte studentesche in corso) o si volgerà verso un profilo tecnocratico come quello di Christine Lagarde? Una figura che potrebbe magari, sì, far valere i suoi legami con le élite finanziarie di Bruxelles ma che, come capo della Bce, è stata tutt’altro che sfavillante. L’unica cosa certa è che, in barba alla democrazia, Macron cercherà di sbarrare il passo ai lepenisti con l’ennesimo cordone sanitario. Celebrato da alcuni come un grande leader, è in realtà rimasto in mezzo al guado. Voleva unire la Francia al di là di destra e sinistra. E invece lascia un Paese dilaniato. Nella sua autoreferenzialità, ha dimenticato che, come diceva l’Empereur, «il trono è un pezzo di legno ricoperto di velluto».

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