È il Sessantotto degli immigrati. E la Salis vuole importarlo da noi
(Getty Images)

Succede spesso con i rivoluzionari da tinello. Quando vedono proteste di piazza, scontri fra antagonisti e polizia, auto che bruciano immediatamente si eccitano. In parte perché ricordano la propria gioventù, in parte perché godono del fatto che ora sono altri a scambiarsi mazzate mentre loro possono esercitarsi a fare i cattivi maestri da casa propria.

Sono dunque, prevedibilmente, in tanti a esaltarsi in queste ore fra i progressisti per quanto sta avvenendo in Francia. Sommosse, cariche, incendi, presidi cosparsi di benzina, centinaia di arresti (roba che se li facesse il governo italiano avremmo tutte le vestali della sinistra mondiale sulle barricate per gridare alla repressione fascista). Tutti ovviamente condannano a parole la violenza, tutti strologano sulle radici del malcontento e sui complessi arazzi sociologici che lo hanno scatenato.

Cohn-Bendit e le diverse ragioni della protesta

Dalle nebbie della storia riappare, immancabile, pure quel vecchio catenaccio di Daniel Cohn-Bendit, che millenni fa fu il leader del maggio francese e che da allora vive di rendita, anche grazie a un opportuno passaggio all’Europarlamento nelle file dei Verdi. Il nostro, per la verità, riesce perfino a scodellare qualche ragionamento sensato.

«Ci sono molti gruppi di studenti che sono legati all’estrema sinistra e che cercano di mobilitare i loro compagni di liceo insoddisfatti della politica», spiega. «Insomma, ci sono tante motivazioni dietro questa protesta, ma quello che fa detonare la situazione è l’insieme di queste spinte diverse. La mobilitazione dei giovani sul tema dei palestinesi e su Gaza, la loro indignazione, fa sì che questa rabbia si colleghi a tutti i problemi e ai punti cruciali della situazione a livello nazionale». Conclusione altrettanto prevedibile: chi va in strada giova a Marine Le Pen e ai fascisti che si propongono come coloro che potranno riportare l’ordine. Siamo sempre lì, in fondo, all’ossessione fascista, ai compagni che sbagliano e favoriscono le destre.

Cohn-Bendit, tuttavia, una cosa seria l’ha detta. Le proteste sono monopolizzate dagli antagonisti, i quali sfruttano elementi di gran presa sui giovani – a partire da Gaza – per imporre la loro agenda eversiva. Non è un caso che tra i cantori delle sommosse vi sia Ilaria Salis, la quale non solo giubila per il caos transalpino, ma suggerisce che «anche in Italia ci sarebbero tutte le ragioni per una mobilitazione di questa portata», come se non avessimo già dovuto sopportare abbastanza devastazioni nelle città.

Salis: «Anche in Italia» ci sono ragioni per mobilitarsi

E non si tratta, badate bene, di criminalizzare la protesta o di invocare legge e ordine in base a un riflesso condizionato da destra con le pattine. Tutt’altro: si tratta di capire che cosa stia davvero accadendo in Francia e in misura meno spettacolare in altre nazioni.

Non siamo al cospetto di un movimento di popolo, anche se i francesi hanno ben più di un motivo per protestare, sin dai tempi dei gilet gialli. Le condizioni del lavoro e della scuola, Oltralpe e in parte pure qui, hanno subito negli anni un netto peggioramento a cui la nostra appartenenza all’Unione europea non è certo estranea. Ma non basta questo a far scendere in strada la gioventù.

Se si osservano con attenzione le rivendicazioni degli antagonisti, ci si rende conto che protestano contro l’autorità in quanto tale, contro il presunto razzismo, contro la discriminazione delle minoranze, contro il divieto di esporre simboli religiosi perché vogliono che sia garantita la possibilità di esibire indumenti e segni della fede musulmana.

Il paragone con il Sessantotto

In buona sostanza, ci troviamo in presenza di un nuovo Sessantotto: il Sessantotto degli immigrati. La spinta politica antagonista esaurisce immediatamente le istanze sociali, e trova impulso nelle rivendicazioni degli stranieri, dei «nuovi francesi», delle periferie e dei quartieri islamizzati. Se il Sessantotto originale era una ribellione dei figli contro i padri, qui i giovani e i meno giovani vogliono assaltare quel che resta di un padre debolissimo, e pure della madrepatria.

Per l’ennesima volta vediamo la rabbia e l’ostilità di nuove generazioni che vogliono abbattere l’Europa bianca degli oppressori. Presa nel suo turbine suicida, la sinistra radicale appoggia e alimenta queste rivendicazioni, pensando di controllarle in nome della moribonda lotta di classe. Ma ne viene controllata, come posseduta. Diviene strumento islamogoscista dell’odio di sé occidentale. Lo stesso odio che esplode anche in Italia quando marciano i centri sociali, e poco importa che lo facciano per la Tav o per Gaza, una scusa vale l’altra, tanto ogni causa è svuotata di senso.

Francia e Italia davanti a un bivio

La Francia, in questo momento, ci pone davanti a una scelta, è il luogo simbolico in cui si concretizza il bivio. Da una parte il carnevale incendiario delle minoranze allogene che mirano ad abbattere quel poco che resta della cultura europea.

Minoranze che – anche comprensibilmente – pretendono spazio vitale, dato che le abbiamo fatte entrare e talvolta attirate. Dall’altra parte c’è il Papa, che proprio Oltralpe parla di rinascita europea e indica nella cattedrale di Notre-Dame il tempio su cui fondare la ricostruzione materiale e soprattutto spirituale.

Non si dà una terza via: o si sceglie di difendere l’Europa nella sua forma antica e salda, o ci si abbandona alla brama di autodistruzione progressista che favorisce l’avanzata di una nuova civiltà meticcia e senza passato. Sappiamo come sia finito il Sessantotto originale. Questo potrebbe finire anche peggio, decisamente peggio.

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