flydubai
Il pilota indiano Smit Machchhar e il premier indiano Narendra Modi (Ansa)

Un’aggressione nella cabina di comando, una brusca perdita di quota e l’intervento dei passeggeri hanno segnato il volo Flydubai FZ1073, partito da Dubai e diretto a Tel Aviv. Il Boeing 737, decollato mercoledì alle 7.05 con 174 viaggiatori e otto componenti dell’equipaggio, ha concluso la sua corsa a Tabuk, in Arabia Saudita, dopo un atterraggio d’emergenza. Dopo una notte di trattative con gli Emirati Arabi Uniti, Israele ha ottenuto il via libera ai voli di rimpatrio da Dubai. Il ministero dei Trasporti ha annunciato un accordo che permetterà alle compagnie aeree israeliane di riportare a casa i passeggeri rimasti negli Emirati.

Ora al centro dell’inchiesta c’è il primo ufficiale omanita che ha assalito il comandante indiano Smit Machchhar.

Gli investigatori devono chiarire il movente, l’eventuale preparazione dell’azione e la possibile presenza di complici. Machchhar è stato raggiunto da ripetuti colpi mentre era ai comandi.

I passeggeri bloccano il copilota: il Boeing atterra a Tabuk

Il capitano, ferito e finito sul pavimento, è riuscito ad aprire l’accesso alla cabina. Quel gesto ha consentito a tre israeliani presenti a bordo di intervenire e bloccare l’assalitore.

Due piloti che viaggiavano fuori servizio hanno poi contribuito a portare il velivolo a terra. Durante la crisi è stato trasmesso un segnale d’allarme relativo a un’interferenza illegale con il volo; Israele ha attivato la risposta all’emergenza, facendo alzare in volo aerei militari.

Machchhar ha ripercorso quei momenti in un collegamento con il primo ministro indiano Narendra Modi. Ha spiegato di aver temuto di morire e di essersi accorto, pur essendo a terra e continuando a subire l’aggressione, che il jet stava scendendo pericolosamente.

Con diciassette anni di esperienza, undici da comandante, avrebbe compreso la situazione senza vedere gli strumenti.

Raggiungere la porta, ha raccontato, rappresentava l’ultima occasione per salvarsi e per proteggere le altre persone a bordo. Ha riconosciuto il ruolo decisivo di tutti i soccorritori. Il comandante che si trova in buone condizioni, ha ricevuto le prime cure durante il viaggio; dopo l’arrivo a Tabuk è stato ricoverato e successivamente trasferito ad Abu Dhabi. Anche il copilota, rimasto ferito, è stato condotto negli Emirati.

Terrorismo e arma usata: cosa devono chiarire gli investigatori

Resta da accertare quale oggetto sia stato usato per colpirlo ed in tal senso si parla di ferite alla testa e alle mani, ma non viene stabilita con certezza la natura dell’arma. Le verifiche riguardano sia l’eventuale introduzione a bordo di un oggetto sfuggito ai controlli dell’aeroporto di Dubai, sia il possibile impiego dell’ascia prevista tra le dotazioni del velivolo.

Marco Chan, ex pilota e docente alla Kingston University di Londra, ha spiegato al New York Times che questo utensile viene normalmente custodito dietro il posto del primo ufficiale, in un alloggiamento privo di serratura, e serve nelle emergenze per aprire un varco nella struttura dell’aereo.

Sul piano politico, venerdì Anwar Gargash, consigliere del presidente emiratino Mohammed bin Zayed, ha definito l’episodio come terroristico.

È stato il primo esponente di alto livello degli Emirati a usare questa qualificazione. In un messaggio su X ha lodato il coraggio di Machchhar e sostenuto che il suo comportamento meritasse un riconoscimento per aver contrastato una minaccia capace di provocare conseguenze catastrofiche.

Il giallo del movente: radicalizzazione o tentativo di dirottamento?

Una fonte emiratina citata da i24NEWS ha riferito che il copilota aveva manifestato in precedenza avversione verso Israele e sostegno alla causa palestinese. La stessa fonte ha segnalato il ritrovamento, tra i suoi effetti, di pubblicazioni e volantini legati a organizzazioni terroristiche palestinesi.

Sempre negli Emirati, il procuratore generale Hamad Saif Al Shamsi ha istituito un gruppo investigativo incaricato di esaminare circostanze e motivazioni: dovrà stabilire se vi fossero finalità terroristiche, una preparazione precedente o istruzioni provenienti da terzi.

L’Oman da sempre in ottimi rapporti con l’Iran, non ha ancora presentato una propria ricostruzione dei fatti ed è alquanto singolare.

Un funzionario israeliano ha dichiarato a Reuters che investigatori del suo Paese affiancheranno l’inchiesta emiratina. Benjamin Netanyahu ha attribuito al copilota una radicalizzazione islamista e l’intenzione di far schiantare il jet: «L’attentatore ha subito una radicalizzazione islamista; è venuto per far schiantare l’aereo con tutti a bordo. Stiamo indagando per accertare se sia stato mandato da qualcuno, e chiunque lo abbia mandato pagherà un prezzo molto alto.»

Davood Karimi, presidente dell’Associazione dei rifugiati politici iraniani in Italia ed esperto di antiterrorismo, avanza una lettura alternativa dell’accaduto. Dietro quello che è stato presentato come un attacco suicida ci sarebbe stato un progetto di dirottamento verso uno scalo iraniano prestabilito.

L’obiettivo originario sarebbe stato prendere in ostaggio i viaggiatori per esercitare pressioni su Israele e Stati Uniti, rievocando, almeno sul piano temporale, l’assalto all’ambasciata statunitense di Teheran di 47 anni fa. L’ipotesi non va scartata ma resta da verificare: l’interrogatorio del copilota potrebbe chiarire destinazione, modalità del piano ed eventuali complicità.

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