- Marco Marsilio stravince. Il Carroccio, che nel 2014 non si era nemmeno presentato, è il primo partito con il 27,5% Il M5s in 11 mesi perde un voto su due. Risultato peggiore pure rispetto alle precedenti consultazioni locali.
- I dem si fermano all’11% ed evitano il flop grazie all’ammucchiata di liste civiche.
- Critiche anche a Luigi Di Maio: «Sbagliato spostarsi a destra». Chiesta un’assemblea.
Lo speciale contiene tre articoli.
Boom della Lega che spinge al trionfo il centrodestra, crollo del M5s, timidi segnali di vita (stentata) dal pianeta centrosinistra. La sintesi del voto di domenica scorsa in Abruzzo è questa: il centrodestra vede modificati i rapporti di forza al suo interno, ma stravince le elezioni in una regione che è una specie di «Ohio italiano». Gli elettori abruzzesi, infatti, hanno la tendenza a cambiare il loro voto a seconda dell’offerta politica: negli ultimi 25 anni, la coalizione di governo uscente ha sempre perso le regionali.
Il nuovo governatore è il senatore di Fratelli d’Italia, Marco Marsilio, che ottiene il 48% dei voti, mentre la coalizione che lo sosteneva va addirittura oltre, toccando la stratosferica quota del 49,2%. Al secondo posto si classifica il centrosinistra a guida Giovanni Legnini: il 31,28% è un risultato tutto sommato apprezzabile, considerato il totale sbando del Partito democratico, fermo all’11,1%. Le sette liste civiche a sostegno di Legnini raggranellano un altro 20% e consentono all’ex vicepresidente del Csm di superare, di più di dieci punti, il M5s, grande sconfitto delle elezioni abruzzesi, con il candidato a presidente Sara Marcozzi fermo al 20,2% e la lista inchiodata al 19,7%.
Pur essendo due elezioni molto diverse, è importante segnalare le variazioni dei partiti rispetto alle politiche del 4 marzo 2018. Il centrodestra, nel suo complesso, guadagna ben 13,7 punti rispetto al voto dello scorso anno. La Lega raddoppia (dal 13,9 al 27,5%); Forza Italia perde un terzo dei voti (dal 14,5 al 9,1%); Fratelli d’Italia cresce (dal 5 al 6,5%). Il centrosinistra nel suo complesso recupera rispetto alle politiche, passando dal 20 al 30%, ma il Pd cala dal 14,3 all’11%. Il M5s crolla: lo scorso 4 marzo in Abruzzo prese il 39,8%, l’altra sera si è fermato al 19,7%, meno della metà, con un’emorragia del 20% dei voti.
Che è successo? Come è stato possibile per il M5s dimezzare i consensi in meno di un anno? Certo, le elezioni regionali, caratterizzate da una lotta alla preferenza che vede storicamente il M5s più debole, sono diverse dalle politiche, ma la batosta è talmente eclatante che non può essere derubricata a un incidente di percorso. Il M5s paga la ambiguità di essere il principale partito di governo ma di apparire come l’alleato minore della Lega (sembra passato un secolo, ma vale la pena di ricordare che lo scorso 4 marzo il M5s prese il 32,6% e la Lega il 17,3%). Inutile girarci intorno: mentre Matteo Salvini agisce da premier di fatto, Luigi Di Maio procede a rimorchio, deve fare i conti con l’ala radical chic di Roberto Fico che gli fa la guerra e finisce per apparire un leader dimezzato e senza una strategia.
Lo studio dei flussi elettorali realizzato dall’Istituto Cattaneo analizza nel dettaglio questi elementi basandosi sui risultati nei due principali centri della regione, Pescara e Teramo: «Il M5s», scrive l’Istituto Cattaneo, «è certamente lo sconfitto di queste elezioni perché perde voti (in valore assoluto e in percentuale) non solo rispetto all’exploit del 4 marzo ma anche rispetto alle regionali di cinque anni fa, segno di una incapacità di radicamento territoriale. Potremmo dividere gli elettori M5s del 4 marzo in quattro gruppi. Ci sono i fedeli, che rinnovano il voto per il proprio partito (38% a Pescara, 29% a Teramo). Ci sono i disillusi, che passano all’astensione (28% a Pescara, 17% a Teramo). Ci sono i traghettati (22% a Pescara, 34% a Teramo), che passano al centrodestra, conquistati probabilmente dal dinamismo dell’azione politica dell’alleato concorrente di governo Matteo Salvini. Poiché il bacino da cui proviene è molto ampio», prosegue l’Istituto, «il flusso dei traghettati costituisce una quota molto pesante del voto per il candidato del centrodestra. Se guardiamo i flussi in entrata per Marsilio vediamo infatti che a Pescara se il 68% proviene da chi votò centrodestra il 4 marzo, il 24% (quasi un quarto, dunque) è costituito da elettori che lo scorso anno scelsero il M5s. A Teramo la componente ex grillina tra gli elettori di Marsilio è ancora più consistente. Ci sono, infine, i pentiti (12% a Pescara, 20% a Teramo), che passano (tornano) al centrosinistra: dei quattro è il gruppo più piccolo, anche se si tratta di un flusso che potrebbe avere un significato politico di un certo peso».
Dunque, gli esperti non hanno dubbi: un’ampia fetta dell’elettorato del M5s percepisce Salvini come il proprio leader, mentre i grillini «progressisti» non si accontentano dei post su Facebook di Fico, ma si astengono o tornano a votare a sinistra.
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