Alla faccia della neutralità: i censori del Web finanziano i dem e Biden
Joe Biden (Ansa)
I fact-checkers, che controllano l’informazione in Rete e sui social, sostengono solo le campagne dei progressisti americani. E la sbandierata indipendenza politica?

«Sono giornalista, mi occupo di sanità, ambiente e tematiche “gender” negli Stati Uniti e in America Latina. Collaboro con il New York Magazine, il Guardian, il Washington Post, Teen Vogue, Vogue, Cosmopolitan e altre testate. Svolgo attività di fact-checking per diversi clienti tra cui il New York Times». Un profilo di tutto rispetto quello di Cecilia Nowell, soldatessa dell’esercito di fact-checkers che ha colonizzato le redazioni dei più importanti quotidiani del mondo e le piattaforme social più utilizzate come Facebook, YouTube, TikTok, Instagram e Twitter. Quasi perfetto, se non fosse per quel «vizietto» condiviso con il 97,5% dei suoi colleghi americani: Cecilia e tutti gli altri fact-checkers sostengono infatti le campagne del Partito democratico Usa con donazioni personali al partito. E l’indipendenza? E la neutralità? Quisquilie che ormai nessuno si preoccupa più di dissimulare, dato che sono pubblicate sul database della Fec (Federal Election Commission), agenzia federale statunitense che raccoglie i dati sul finanziamento pubblico delle campagne elettorali.

Al sito conservatore Washington Free Beacon è bastato esaminare le donazioni politiche negli ultimi quattro cicli elettorali, filtrando chi si è identificato come «fact-checker», per constatare che praticamente tutte le donazioni private, da parte degli addetti al controllo della veridicità delle notizie, sono andate ai Dem e a gruppi liberal. E pensare che il sistema di controllo delle notizie stabilito dall’Ifcn, sancta sanctorum del fact-checking globale, è strutturato sul «Code of Principles» che richiede anche di «non pubblicizzare le proprie opinioni su questioni politiche». I risultati dell’analisi smentiscono clamorosamente la presunzione d’indipendenza che si vorrebbe connaturata alla figura del controllore delle notizie.

Altro che «neutrali»: i censori del web pendono tutti da una parte, che è sempre la stessa. Quelli del New York Times e di Reuters sono sostenitori di Joe Biden. Nowell, anche lei fact-checker del New York Times, ha sostenuto la senatrice dem Elizebeth Warren per tre tornate elettorali, mentre Carrie Monahan, fact-checker per Reuters dal 2020 al 2021, ha sostenuto Joe Biden, Jaime Harrison (presidente della Commissione Nazionale dei Democratici) e Jon Ossoff, senatore dem della Georgia. Reuters e Nyt rivendicano di affidarsi al controllo dei fatti «con imparzialità ed equilibrio», ma spesso la loro verifica si è rivelata falsa. Il Nyt, ad esempio, ha scatenato una campagna di fact-checking contro il senatore repubblicano Tom Cotton accusandolo pubblicamente di «complottismo» per aver diffuso informazioni che suggerivano che il Covid avesse avuto origine nel laboratorio di Wuhan: peccato che questa ipotesi sia poi stata confermata da diverse agenzie federali tra cui l’Fbi. Lo stesso Free Beacon è incappato nel fact-checking del Washington Post quando ha rivelato che l’amministrazione Biden, in coincidenza con l’aumento dei prezzi della benzina in America a luglio dello scorso anno, ha venduto un milione di barili di petrolio delle riserve strategiche americane a un colosso del gas cinese controllato dallo Stato: il quotidiano del Watergate dapprima ha bollato la notizia come falsa, poi ha riconosciuto la veridicità delle informazioni scrivendo tuttavia che «non costituivano motivo di indignazione».

Quello del fact-checker, insomma, è diventato il mestiere del futuro. Dalle elezioni del 2016, le organizzazioni che si occupano di «controllo delle informazioni» sono aumentate a dismisura. Facebook e Google versano ogni mese milioni di dollari in iniziative di fact-checking. Le attività sono cominciate intorno al 2015, a ridosso della candidatura di Donald Trump alle presidenziali Usa: è in quell’anno che il Poynter Institute, scuola di giornalismo americana schierata con i democratici, ha lanciato l’International Fact-Checking Network (Ifcn), che ha tra i suoi membri Open di Enrico Mentana, finanziata da Facebook. Contraltare europeo dell’Ifcn è l’Edmo (European Digital Media Observatory), che ha la sua declinazione italiana nell’Idmo guidato dal filo-democratico Gianni Riotta. Molti di questi istituti sono sovvenzionati da filantropi come Bill Gates e George Soros attraverso donazioni esentasse (ex art. 501c).

Tutte le strutture di fact-checking, inclusa Edmo, istituita dall’Ue, hanno avuto finora una governance indipendente dalle autorità pubbliche. Il controllo sulle fake news in Europa è stato finora finanziato con fondi pubblici ma affidato ad agenzie ed enti privati, che autocertificano l’assenza di conflitti d’interesse; negli ultimi mesi si sta tuttavia verificando un cambio di paradigma: le organizzazioni sovranazionali stanno avocando il controllo diretto sull’informazione. Lo ha fatto l’Unione europea, promuovendo un Codice di condotta – che ha coinvolto Meta, Google, Twitter, TikTok e Microsoft – che prevede il taglio degli introiti pubblicitari a chi, in Europa, diffonde presunta «disinformazione», ossia gran parte delle testate realmente indipendenti. L’Oms sta valutando l’introduzione di norme anti-disinformazione in campo di salute pubblica e anche il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, paventando «gravi danni globali causati dalle bugie digitali», ha annunciato l’istituzione di una nuova agenzia «sull’intelligenza artificiale e la disinformazione» che dovrà approvare un «Code of Conduct» per «l’integrità delle informazioni sulle piattaforme digitali». La guerra all’informazione indipendente è dichiarata, insomma, e la stanno conducendo le istituzioni.

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