Il modello Bologna città 30 è un flop. Ma altri sindaci Pd vogliono copiarlo
Il sindaco di Bergamo Giorgio Gori (Ansa)
  • Pure Bergamo e Monza, amministrate dai dem Gori e Pilotto, stanno lavorando per imporre il nuovo limite di velocità. E chi se ne frega se gli abitanti sono contrari. Botta di realismo per Sala: «A Milano è impossibile».
  • Alla fine Lepore capitola: «Se il ministro cambia le regole, ci adegueremo» Intanto Salvini incontra l’Anci: «Clima disteso, l’obiettivo comune è evitare il caos».

Lo speciale contiene due articoli.

Anche Bergamo vuole l’Andamento lento. Il cantautore Tullio De Piscopo raccontò che l’idea del brano gli era venuta nel traffico paralizzato, quando un tassista gli aveva detto: «E che vuole, qui a Roma è tutto un andamento lento». Monica Corbani di Ambiente partecipazione futuro (Apf), il gruppo più a sinistra a Palazzo Frizzoni, invece ha preso ispirazione dal sindaco dem di Bologna, Matteo Lepore, che vuole imporre i 30 all’ora in più zone cittadine. La capogruppo in Consiglio comunale caldeggia un Pop rock «dolce», per il Piano delle opere pubbliche (Pop) che si discute in questi giorni nel capoluogo lombardo amministrato da Giorgio Gori: «La città dei 30 all’ora era un tema importante del programma elettorale. L’obiettivo è favorire la mobilità dolce. Le zone 30, poi, diminuiscono l’incidentalità grave», ha detto al Corriere di Bergamo. L’ovvietà era scontata, eppure la Corbani non ha avuto esitazioni a precisare: «Essere investiti da un veicolo che va a 50 all’ora mette a rischio la vita più che essere urtati da uno a 30 all’ora, e questo non è ideologico». Secondo Stefano Zenoni, assessore alla Mobilità della giunta Gori, Bergamo «per le sue caratteristiche è la città giusta per i 30 km orari su molte aree», dal momento che «è piccola come superficie ed è molto densamente abitata, con una folta presenza di ciclisti, pedoni e mezzi di trasporto e con moltissime strade storiche strette».

Alla sinistra, sembra piacere molto l’idea di mandare nel panico gli automobilisti, costringendoli a limiti di velocità snervanti quanto assurdi. Pure il sindaco dem di Monza, Paolo Pilotto, ha detto che tra qualche mese partiranno le prime sperimentazioni di limite 30 km/h in alcuni quartieri. Prima, si è affrettato a chiarire al Giorno: «Saranno necessari investimenti e lavori per la segnaletica orizzontale e verticale, ma soprattutto per il posizionamento di piattaforme che rallentino la velocità e consentano a disabili e passeggini l’attraversamento in linea». Rimane comunque la volontà di far circolare auto a passo d’uomo, dopo aver costretto i cittadini a rottamare i vecchi diesel per acquistare vetture elettriche. Per fortuna non sarebbe di questa idea il primo cittadino meneghino: «Il modello che sta applicando Bologna», ha detto Beppe Sala, «è un modello impossibile per Milano». Con i suoi assessori sta pensando a un «modello milanese», che non contempla mettere «una pattuglia con un misuratore della velocità in maniera tale che l’automobilista sia avvisato che sta andando più di 30, e poi dopo alcuni metri mettere un’altra pattuglia che eventualmente eroga la multa». Già un passo in avanti per Palazzo Marino, che dopo i divieti in area B vuole aumentare le zone in area C escluse dalla circolazione delle auto, e così accontentare la sinistra radical chic.

Lepore, invece, prosegue convinto nell’operazione Bologna città 30, malgrado la circolare del ministero dei Trasporti (Mit) affermi che «qualsiasi fissazione generalizzata di limiti di velocità nel contesto urbano risulta di per sé arbitraria». Non per una «bizzarra» presa di posizione di Matteo Salvini, determinato a far rispettare le condizioni elencate nel documento, dal momento che i 30 all’ora «non sono coerenti con le indicazioni del Codice della strada e potrebbero causare più problemi che benefici», ma perché il Mit già si era espresso in modo contrario a obblighi di circolazione a passo di lumaca.

Nella direttiva del 2006, il ministero dei Trasporti sosteneva che «la presunzione di una maggiore sicurezza, che deriverebbe dall’imposizione di limiti massimi di velocità più bassi del normale, è puramente illusoria; l’esperienza insegna, infatti, che divieti non supportati da effettive esigenze vengono sistematicamente disattesi, dando luogo, altresì, a una diseducativa sottovalutazione di tutta la segnaletica prescrittiva e, talvolta, all’irrogazione di sanzioni che non hanno un reale fondamento».

La palla è passata all’Anci, l’associazione dei sindaci italiani a cui è rivolta la direttiva del Mit e che dovrà riunirsi nei prossimi giorni. Il presidente Antonio Decaro ha detto di apprezzare l’invito al confronto del ministro Salvini, ma nel suo primo commento è stato estremamente vago. «La sicurezza di pedoni, ciclisti e automobilisti è da sempre la priorità assoluta di tutti i sindaci, che sono i più titolati a valutare le diverse situazioni locali, le esigenze della mobilità e quelle legate alla sicurezza dei cittadini», si legge nella nota diffusa. Ha aggiunto: «Pensiamo che sia molto importante continuare a collaborare nel sensibilizzare i cittadini», ma non si comprende se questo significhi far digerire agli automobilisti che possono mettersi al volante solo procedendo a 30 all’ora.

Il Codacons, invece, minaccia già il ricorso al Tar. Secondo l’associazione dei consumatori, il ministero dovrà fornire «gli elementi tecnici su cui si basa la nuova direttiva relativa ai limiti di velocità nei centri urbani».

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