L’atroce business della dolce morte
(IStock)
  • Autodeterminazione? Diritto? Macché. I Paesi in cui c’è l’eutanasia imboccano presto spirali distruttive. In Olanda le dipartite on demand sono salite del 307% dal 2002 al 2021, in Belgio sono cresciute del 1.000% tra il 2003 e il 2019, in Canada c’è stato un boom dell’800% tra il 2016 e il 2021. Un canadese su tre sostiene che è giusto il suicidio assistito per i poveri e i senza tetto. E non c’è pietà nemmeno per i bimbi.
  • Nella cronaca tanti casi di malati uccisi anche senza essere terminali e contro il volere della famiglia.

Lo speciale contiene due articoli.

Legalizzare l’eutanasia è una questione di diritti civili, di autodeterminazione, di libertà. I sostenitori della «dolce morte» legale toccano spesso questo tasto, agitando lo spauracchio dell’accanimento terapeutico e di una società in cui vivere, domani, potrebbe quasi divenire un obbligo. Peccato che non la teoria, ma l’esperienza di Paesi nei quali l’esser uccisi è divenuto diritto racconti ben altra storia. Anzitutto, quella di un fenomeno – la «dolce morte» – che, una volta ammesso per legge, tende ad andare fuori controllo, dilagando.

L’esempio più chiaro di tale tendenza arriva da quei Paesi Bassi che, nel 2001, sono stati il primo Paese al mondo a legalizzare l’eutanasia. Se, infatti, in Olanda nel 2002 si registravano 1.882 decessi on demand, nel 2021 essi erano lievitati a 7.666, con una crescita di oltre il 307% in meno di due decenni. Non solo. Secondo quanto pubblicato nel 2017 sul New England Journal of Medicine, oltre il 20% delle morti assistite nei Paesi Bassi non sarebbe comunque registrato. «L’eutanasia è andata troppo oltre?», si è anche per questo domandato sul Guardian Christopher de Bellaigue, interrogandosi su ciò che accade in Olanda, dove la tendenza mortifera è ben lungi dall’estinguersi.

Citato su Le Monde, il direttore dell’Eec – acronimo di Euthanasia expertise center, struttura che all’Aia offre la morte assistita a più di 1.000 pazienti l’anno – prevede che nel prossimo futuro questi casi raddoppieranno. E non è neppure solo, si fa per dire, un problema della «dolce morte» in quanto tale. Il riconoscimento del diritto d’esser uccisi sembra infatti comportare pure altro: l’aumento dei suicidi. Ne è convinto Theo Boer, bioeticista dell’Università di Groningen secondo cui in Olanda legalizzare l’eutanasia «non solo ha portato a più morti assistite, ma potrebbe anche essere una delle cause dell’aumento del numero di suicidi». Insomma, morte chiama morte.

Non è un caso che sia stato nella cittadina olandese di Arnhem che, nel 2019, la diciassettenne Noa Pothoven – che non era malata terminale, bensì gravemente depressa – si sia lascia morire a casa con l’assistenza medica di una clinica specializzata. Casuale non è neppure che dalla terra dei tulipani, ad aprile, sia giunta la notizia della decisione del ministro della Salute Ernst Kuipers del via libera alla «dolce morte» per i bambini tra il primo e il dodicesimo anno di età. Sarebbe però sbagliato fissarsi sulla sola Olanda.

Anche in Belgio si sono viste derive analoghe; anzi, là la morte on demand è dilagata perfino più in fretta: dal 2003 al 2019 i casi di eutanasia sono schizzati in alto di oltre il 1.000% e oggi un decesso su 50 è di questo tipo. Si è così radicata la mentalità che ritiene esistano vite «indegne di essere vissute», pure tra i bambini. Un articolo uscito sulla rivista Archives of Disease in Childhood – Fetal and Neonatal Edition ha raccontato della deliberata soppressione di vite umane praticata ogni volta che l’équipe medica valuti e ritenga che non vi sia «nessuna speranza di un futuro sopportabile».

Secondo quanto riporta la pubblicazione, tra settembre 2016 e dicembre 2017, tali interventi hanno interessato 24 bambini entro il primo anno di vita, il che vuol dire che il 10% dei piccoli morti a 12 mesi dal parto, nelle Fiandre, è mancato sulla base di una decisione precedente, sfociata in trattamenti attivi come un’iniezione letale. Oltre che in Olanda l’eutanasia infantile si è dunque radicata pure in Belgio. Ma se la sorte dei bambini è quella che colpisce di più, non si può però neppure restare indifferenti ad altre incredibili storie.

Si pensi alla signora Godelieva De Troyer. Fu uccisa nell’aprile 2012, quando aveva 65 anni, dal dottor Wim Distelmans solamente perché depressa e senza neppure che i figli della donna ne fossero informati. Dal Belgio viene anche un’altra storia sconvolgente: quella di Tine Nys, donna di 38 anni a cui nel 2010 venne diagnosticato un finto autismo pur di autorizzare la morte che lei, perfettamente sana, aveva chiesto dopo essersi lasciata con il fidanzato. Il processo ai tre medici che avevano seguito la pratica Nys è iniziato a metà gennaio 2020 si è poi concluso con l’assoluzione.

Nel Canada di Justin Trudeau si è verificato un boom di decessi assistiti che, dal 2016 al 2021, sono passati da 1.086 casi a 10.064, facendo segnare un aumento di oltre l’800%. Un Paeese che ha sfornato esempi grotteschi di mentalità «eutanasica». L’atleta paralimpica Christine Gauthier, che ha osato protestare per i ritardi nell’installazione in casa sua di un montascale, si è sentita rispondere che tutto quello che le poteva essere offerto era la morte assistita. Quando è stato reso noto, il fatto ha suscitato un clamore tale da finire sul tavolo di Lawrence MacAulay, il ministro competente. Storie simili erano però già accadute. Nel 2018 era uscita la notizia di Roger Foley, canadese affetto da atassia cerebellare, serio disturbo neurovegetativo, alle prese col diritto… di vivere. Sì, perché l’uomo, quell’anno, si era trovato davanti ad un tragico bivio: sborsare più di 1.500 dollari al giorno per le cure di cui abbisognava – e che non poteva permettersi – oppure l’eutanasia. Foley aveva così deciso di denunciare ospedale e governo dell’Ontario, producendo due audio nei quali il personale ospedaliero lo incoraggiava a farla finita.

Forse quei sanitari avevano letto la ricerca di Aaron J. Trachtenberg e Braden Manns i quali, in uno studio pubblicato nel 2017 sul Canadian medical association journal, stimarono in ben 138 milioni di dollari annui i risparmi ricavabili dal «diritto di morire». Ma non si tratta di un problema solo di medici e infermieri, non più. Un recente sondaggio di Research Co. ha rilevato come il 27% dei canadesi (addirittura il 41% di quelli tra i 18 e i 34 anni) sia favorevole alla morte assistita per ragioni di povertà e il 28% (e sempre il 41% tra i più giovani) la consentirebbe per i senzatetto. Sono dati scioccanti. Ma quando la persona inizia a essere vista solo per quello che ha e che produce, il passaggio dall’eliminazione dei disabili a quello degli indigenti rischia di essere breve.

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