David Engels: «La salvezza dell’Europa è il cristianesimo»
Nel riquadro, David Engels (IStock)
Il docente di Storia romana all’università di Bruxelles: «Il declino dell’Occidente non è irreversibile, serve una nuova visione politica che sia patriottica e cattolica. La sinistra ha danneggiato le strutture democratiche, ripararle costerà molto tempo».

David Engels, professore di Storia romana all’Università di Bruxelles, nel 2013 ha scritto un libro intitolato Le declin (il declino) che ha suscitato un certo scalpore e ha avuto lettori eccellenti. Tra questi Michel Houellebecq, che ne ha tratto ispirazione per il romanzo Sottomissione. «Mentre leggevo Engels», ha scritto Houellebecq, «ho avuto la strana, persino incongrua idea che Nietzsche, se vivesse oggi, sarebbe forse il primo a desiderare una rinascita del cattolicesimo. Mentre combatteva ferocemente il cristianesimo come religione dei deboli, oggi si renderebbe conto che l’intera forza dell’Europa riposa in questa religione dei deboli e che senza di essa l’Europa è spacciata». In effetti il messaggio di Engels è proprio questo, ma a differenza di quel che si potrebbe pensare, lo studioso non è vittima del pessimismo, come del resto non lo era il suo amato Spengler. Per questo ha scritto Che fare? (Edizioni il Cerchio), una sorta di manuale di resistenza al crollo dell’Occidente.

Professore, quali aspetti dell’attuale civiltà europea, a suo parere, la rendono decadente?

«Se definiamo la “decadenza” in senso stretto come il graduale declino di quelle strutture che concretamente e simbolicamente fondano e stabilizzano una società, si possono citare tutta una serie di sintomi di declino. Tra questi, il processo di contrazione demografica, la deindustrializzazione del continente europeo, la trasformazione etnico-culturale causata dalle migrazioni di massa e l’evidente declino del significato politico-potenziale globale del nostro continente. Ma anche il tremendo declino del cristianesimo, che per molti secoli ha costituito l’essenza spirituale della nostra civiltà, la disintegrazione della famiglia classica, l’orientamento esclusivo verso interessi a breve termine, la messa in discussione dell’identità di genere, la banalizzazione dell’arroganza transumanista, l’egoismo radicale di individui atomizzati e la generale dis-solidarizzazione con il nostro passato».

Leggendo il suo libro sembra di capire che, secondo lei, questo declino è sostanzialmente inevitabile. Dobbiamo accettarlo come una realtà che ci accompagnerà a lungo?

«Se per “accettare” si intende la rassegnazione, non sono affatto d’accordo. È nostro dovere morale lottare fino all’ultimo respiro, se necessario, contro il declino della nostra civiltà; sia per responsabilità verso i nostri antenati che verso i nostri discendenti. Naturalmente, questo obbligo non deve renderci ingenui. La ricerca storica comparata dimostra che tutte le civiltà umane, dopo un’evoluzione di circa mille anni, entrano in una fase di declino e pietrificazione, che ovunque procede con tratti del tutto analoghi, come hanno dimostrato Spengler e Toynbee e come io stesso ho analizzato nel mio libro sulle analogie tra la crisi attuale e il declino della Repubblica romana nel I secolo a.C. (Le déclin, Parigi 2013). Tuttavia, una simile visione dei limiti del possibile non dovrebbe essere autolesionista, ma piuttosto dare indicazioni su dove l’esperienza ha dimostrato che la resistenza può avere più successo e quali battaglie sono già state combattute e perse».

Guardando all’azione dei partiti conservatori europei, spesso si percepisce una sensazione di impotenza. Opporsi ad alcune logiche politicamente corrette sembra impossibile. Secondo lei si deve prendere atto del fatto che la politica non possa invertire le tendenze in corso?

«Non credo. Dagli anni Sessanta, la maggior parte dei partiti conservatori si è adattata a un modello di pensiero di sinistra-liberale per puro opportunismo e ha rinunciato volontariamente alla propria identità, soprattutto al riferimento alla trascendenza e alla tradizione. Ora stanno pagando questo tradimento in tutta Europa con la loro crescente irrilevanza. Purtroppo, il cosiddetto “populismo” rappresenta solo un’alternativa molto limitata, in quanto fornisce un’analisi spesso corretta dei nostri problemi, ma di solito non è in grado di proporre una vera soluzione ed è purtroppo abbastanza spesso ancorato ai modelli di pensiero liberali e materialisti dei presunti “buoni vecchi anni Ottanta”. Abbiamo urgentemente bisogno di un nuovo approccio, che ho chiamato “esperialismo”: un movimento politico euro-patriottico, culturalmente conservatore e decisamente orientato verso la tradizione cristiana».

Sembra che lei proponga di creare una sorta di società parallela. È così? E come si può crearla?

«Sia chiaro: non sottovaluterei mai l’importanza della lotta politica e ho dedicato diversi libri a questo tema negli ultimi anni, in particolare Renovatio Europae (pubblicato anche in traduzione italiana nel 2020). Ma la lotta culturale non si vincerà nelle urne, poiché, da un lato, molte delle tendenze attuali possono essere invertite solo molto lentamente e con il massimo sforzo e, dall’altro, le strutture democratiche sono state gravemente danneggiate dall’egemonia della sinistra-liberale. Pertanto, è più importante che mai che i patrioti inizino finalmente a costruire strutture parallele resistenti che possano sopravvivere ai tempi duri che verranno, di fronte alla crescente repressione delle posizioni conservatrici in vari ambiti della vita. Dobbiamo renderci conto che nella maggior parte dei Paesi europei i conservatori sono diventati da tempo una piccola e impopolare minoranza che, per quanto possa sembrare assurdo, dovrebbe ispirarsi alle strategie messe in atto con grande successo dalle comunità di immigrati non solo per preservare ma anche per rafforzare ed espandere la propria identità».

Lei dedica pagine molto interessanti alla educazione dei figli. È possibile secondo lei crescere una nuova generazione seguendo valori diciamo alternativi senza renderla inadatta al mondo?

«Assolutamente sì. Non solo in Italia, ma anche in Francia, stiamo assistendo a numerose iniziative promettenti nel campo dell’educazione dei giovani, delle reti familiari e delle università. Già ora sta emergendo un’élite purtroppo ancora numericamente esigua, ma estremamente istruita, ideologicamente molto intelligente e spiritualmente radicata nel cristianesimo tradizionale, che trae la sua forza non dall’ignoranza della modernità, ma da una precisa intuizione dei suoi lati negativi».

Che cosa pensa de L’opzione Benedetto di Rod Dreher? Ritiene che la sua posizione abbia qualcosa in comune con le sue?

«Avevo terminato il manoscritto del mio libro molto prima che apparisse l’Opzione Benedetto di Rod, che in effetti ha molti tratti comuni che io e lui abbiamo discusso regolarmente durante i nostri incontri. Tuttavia, ci sono anche alcune differenze fondamentali. Il suo studio è di natura accademica, mentre il mio è deliberatamente pratico. Inoltre, egli vede i paralleli con il passato più nei decenni bui della tarda antichità, mentre io mi concentro piuttosto sulla crisi di identità della tarda repubblica. Questo si traduce in un grande pessimismo sul presente nel suo caso, mentre nel mio c’è ancora speranza per una svolta “augustea”, anche se con piena consapevolezza della natura problematica e artificiale di una tale riforma conservatrice».

Quale è il suo rapporto con Michel Houellebecq e le sue opere?

«In qualità di presidente della “Oswald Spengler Society”, è stato per me un onore assegnare a Houellebecq il primo “Premio Oswald Spengler” nel 2018; non solo per l’opera della sua vita – è probabilmente attualmente il letterato che ha dato espressione artistica al nostro declino civile nel modo più forte – ma anche per le caratteristiche visionarie del suo romanzo Soumission. Sono orgoglioso di dire che i tratti principali di questo romanzo sono stati ispirati dal mio libro Le déclin, come ha sottolineato la stampa francese all’epoca».

Esiste un modo per invertire alcune delle tendenze attuali in Europa? E a quali aspetti della decadenza dobbiamo invece rassegnarci?

«Mi sembra inevitabile che la nostra civiltà non conosca più una vera e propria nuova fioritura, né nella sfera artistica né in quella spirituale; e mi sembra altrettanto chiaro che l’immigrazione di massa extraeuropea ha cambiato Paesi come la Francia, il Regno Unito o il Benelux in modo tale che il processo è irreversibile. Le grandi masse mi sembrano anche così scollegate dalla nostra civiltà e dalla nostra fede, e così concentrate su panem et circenses, che non riesco a immaginare come ci possa essere una ripresa. Il massimo che possiamo aspettarci dopo le crisi di questi decenni è una sorta di riforma che però ha un carattere essenzialmente nostalgico-retrospettivo e, inoltre, difficilmente contribuirà a ripristinare le libertà democratiche, già gravemente danneggiate. La responsabilità maggiore ricade quindi su noi stessi, non a livello politico, ma radicalmente individuale: solo se ognuno degli ultimi veri europei difenderà e coltiverà in modo convincente i valori del nostro passato, almeno in piccoli gruppi, potremo, nei limiti delle possibilità, tornare a essere un vero modello per chi ci circonda. E a parte questo, abbiamo anche un dovere verso le generazioni future, anzi verso le civiltà future. Se i Romani non avessero mantenuto per secoli le loro tradizioni nonostante la stagnazione intellettuale dell’epoca imperiale, la ripresa del Medioevo e del Rinascimento sarebbe stata impossibile».

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